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 2007  marzo 11 Domenica calendario

Il segreto dei talebani è il popolo pashtun. Libero 11 marzo 2007. Dietro all’attuale impasse della strategia occidentale in Afghanistan si cela un grande equivoco di natura geopolitica

Il segreto dei talebani è il popolo pashtun. Libero 11 marzo 2007. Dietro all’attuale impasse della strategia occidentale in Afghanistan si cela un grande equivoco di natura geopolitica. Nel martoriato Paese asiatico le truppe della Nato non stanno combattendo contro un ristretto gruppo di estremisti "stranieri" fuori dal tempo e dalla storia, come si è soliti pensare. Perché in un certo senso i cosiddetti Taleban non esistono, se non in quanto archetipo astratto creato dai media a proprio uso e consumo. Gli "Studenti coranici" sono solo il braccio armato di una ben più vasta nazione, non disegnata sulle mappe, ma di cui 50 milioni di individui si sentono parte da almeno tre secoli: il Pashtunistan. I suoi abitanti parlano un’unica lingua, hanno tradizioni comuni, persino una bandiera, e vivono senza reali barriere fisiche o militari in regioni geograficamente contigue. Situate fra le aree tribali e le province autonome del Pakistan, da sempre patria di movimenti separatisti "di liberazione", il turbolento Kashmir indo pakistano, e ancora la frontiera con l’Iran, l’Afghanistan meridionale e gli innumerevoli campi profughi afghani dell’intero quadrante. Da queste comunità, dove i confini divisori tracciati in epoca coloniale non sono mai stati riconosciuti, provengono i mujaheddin e i mullah talebani. Compreso il carceriere dell’inviato di Repubblica Mastrogiacomo, Dadullah, originario della tribù pakistana dei Kakar. I quali dopo la fuga da Enduring freedom lo dotarono di un Land Cruiser con cui battere le madrasse della frontiera per rimotivare i giovani pashtun alla guerra santa contro gli "invasori". Un unico scopo Far trionfare la sharia.  infatti grazie a queste antiche popolazioni che i Talebani riescono a trovare riparo, a ricevere armi, reclute, addestramento e sostegno finanziario per la loro jihad di "liberazione" anti occidentale dei domini pashtun. Non a caso, nei volantini di propaganda si autodefiniscono "combattenti per la libertà". Giusto come li definivamo noi ai tempi dell’invasione sovietica, prima di cambiargli nome. La verità è che son sempre gli stessi, e identici sono i loro tetri obiettivi: estendere la sharia e l’emirato islamico, già realizzati oltre frontiera (ad esempio in Waziristan), anche al sud est dell’Afghanistan. Considerato una provincia occupata del redivivo Pashtunistan. Qualunque soluzione del vespaio afghano passa dunque per un’analisi globale delle sue radici etnicoreligiose. Che sposti finalmente il fuoco operativo nei luoghi dove il problema si alimenta, ovvero nelle porose zone di confine oltre frontiera. Nel dicembre 2001 ci trovavamo nei pressi di Tora Bora. Gli americani ultimavano l’offensiva aerea che avrebbe spazzato via la legione di Al Qaeda dal dedalo di tunnel sulle montagne bianche. Mentre i Talebani si erano dissolti come fantasmi al pallido sole invernale. I famigerati studenti di teologia sembravano acqua passata. Impossibile immaginare che sei anni dopo sarebbero ricomparsi minacciosi. Eppure ci azzardammo a pubblicare la previsione di un comandante locale, reduce della jihad contro i sovietici. Il quale assicurava che in primavera l’esercito dei turbanti neri sarebbe risorto come fenice dalle ceneri. Aggiungendo una frase sibillina: nel frattempo i Talebani non erano affatto scappati, bensì tornati a casa. Mescolandosi tra pastori e contadini nei natii villaggi pashtun. Quel comandante non mentiva, e involontariamente ci svelò il segreto della forza dei mujaheddin. L’arma in più che gli aveva permesso di sconfiggere l’impero britannico, la Russia, l’India e l’Urss, nelle periodiche riedizioni del "great game" afghano. Ciò che tuttora gli permette di tenere in sacco le truppe coalizzate di 35 Paesi. Si tratta di una parolina magica di otto lettere: retrovie. La soluzione di Arpino «Sigillare i confini». Rimbalzata in questi giorni per bocca dell’ex generale Mario Arpino. L’unico a far notare che la strombazzata campagna preventiva della Nato in atto nel sud può essere soltanto propedeutica alla vera battaglia, quella per «tagliare le linee ai Talebani sigillando i confini». Nessun gruppo guerrigliero può sopravvivere anni a una guerra asimmetrica senza rifornimenti e un ricambio continui. Ma è proprio a livello logistico che i Talebani godono di un formidabile vantaggio. Poichè lungi dall’essere stranieri sono dei pashtun. In questa zona montagnosa del mondo, a ridosso del Karakorum, l’etnia prevalente. Mai prona agli artificiosi confini tracciati dai colonialisti del diciannovesimo secolo per dividerne le sorti, sentendosi da sempre parte di un ideale Pashtunistan culturale, religioso, e quindi anche politico. Per queste tribù, la Durand line che divide per 2450 km il Pakistan dall’Afghanistan è carta straccia. Frutto di un accordo truffa firmato nel 1893 da un re afghano che non sapeva l’inglese con il raja britannico dell’epoca. Per giunta già scaduto, avendo una validità di 100 anni. In effetti, aldilà dei formalismi burocratici, il puzzle etnico non si è mai frantumato. Pashtun sono gli abitanti della provincia pakistana del nord Balochistan (capoluogo Quetta, grande da sola come l’Italia). Unita dalla pista di Chaman e Spin Boldak con le province afghane sorelle di Helmand (teatro del rapimento di Mastragiacomo), Kandahar, Zabol, Oruzgan e Nimruz. E analoga comunanza etnica sussiste tra le Federal administered tribal areas pakistane, Waziristan in testa, e le province afghane di Paktia, Paktita e Khost. Oppure tra le North west frontier province pakistane (intorno a Peshawar) e le confinanti province afghane di Kabul, Logwar, Nangarhar, Ghazni, Panjshir, Konar, Laghman (epicentro Jalalabad). I Pashtun che vivono sul lato pakistano sono 30 milioni, in Afghanistan 15. Ma le tribù e financo le famiglie sono le stesse. Cosicchè le rare guardie di frontiera sono abituate a chiudere entrambi gli occhi sui traffici di uomini e cose tra un versante e l’altro della Durand, varcata ogni giorno da più di 200.000 persone e 40.000 veicoli. Nelle retrovie del terrore islamico. Altre tessere del mosaico pashtun filo talebano si trovano poi nelle North areas e nell’Azad (capitale Muzaffarabad) del Kashmir pakistano. Le quali confinano a loro volta da un lato con l’Afghanistan, dall’altro con il Jammu e Kashmir indiano dei musulmani indipendentisti, che manco a dirlo non hanno mai riconosciuto il confine col Pakistan, o Line of control. A completare il quadro ci si mettono pure 3 milioni di profughi afghani senza documenti, dispersi nelle aree tribali pakistane di confine, e 900.000 a cavallo del bordo ovest tra Farah e Iran. L’81% di essi sono pashtun, e 1 milione almeno vivono di traffici illeciti, contrabbando di armi, droga e documenti falsi, all’esterno dei campi Onu. Qui, come nel resto delle zone tribali citate, eserciti ufficiali e polizie non mettono piede. I clan si autogestiscono secondo un millenario corpus di leggi (il Pashtunwali) e la sharia. In un simile caos, impregnato di fondamentalismo e mutua solidarietà etnica, i Talebani sguazzano. Senza contare che un filone deviato dei servizi pakistani (Isi) continua a sostenere il cordone ombelicale tra mujaheddin e aree tribali. Funzionale a mantenere l’Afghanistan fuori dall’orbita dell’eterno nemico indiano e dei consueti alleati Iran e Tagikistan. Come impone la politica ricattatoria dei partiti islamici per non far cadere Musharraf. Il quale, per compiacere i suoi scomodi compagni di governo, nel settembre scorso ha definitivamente regalato ai Talebani il Waziristan, già autoproclamatosi nel 2005 "emirato islamico", tra un’impiccagione e l’altra, in un apposito cd video. Il dittatore di Islamabad ha firmato con gli 800.000 membri delle tribù locali un accordo di pace suicida, che vieta ogni azione "ostile" dell’esercito pakistano in quel primo pezzo di Pashtunistan liberato. Francesco Ruggeri Prima pagina Anzitutto Italia Esteri Economia Sport Attualità Cultura e scienza Spettacoli Milano Roma Chi siamo • Note informative • Concessionaria pubblicità Copyright by Libero © 2006 - P.Iva 06823221004 - Tutti i diritti riservati