L’Espresso 15/03/2007, pag.71 Giampaolo Pansa, 15 marzo 2007
Ecco l’Alleanza Rossa Gli altri che faranno? L’espresso 15 marzo 2007. C’è la guerra in Iraq, quella in Afghanistan, una terza possibile in Libano, affiancate da molti conflitti regionali, più o meno alimentati dal terrorismo islamico
Ecco l’Alleanza Rossa Gli altri che faranno? L’espresso 15 marzo 2007. C’è la guerra in Iraq, quella in Afghanistan, una terza possibile in Libano, affiancate da molti conflitti regionali, più o meno alimentati dal terrorismo islamico. Le persone di buon senso ne sono tutte molto preoccupate. Ma oggi, a costo di sembrare un provinciale, voglio occuparmi di una guerra tutta diversa, già scoppiata fra le tante sinistre italiane. Qualcuno obietterà: "Dove sta scritto che è iniziata?". Certo, la dichiarazione di guerra formale non è stata ancora spedita. I belligeranti vivono sempre insieme, sotto le medesime tende e un’unica bandiera: quella del governo di Romano Prodi. Ma le operazioni, ormai, sono in corso. Sento il crepitio delle armi. Avverto un’aria cattiva di scontri ferrigni che non prevedono prigionieri. E temo che tutto questo abbia un pessimo effetto sulla traballante coalizione del Professore. La guerra arriverà al calor bianco durante il congresso nazionale dei Ds, previsto per aprile a Firenze. Se non ci sarà un terremoto, il vincitore risulterà Piero Fassino. E il Partito democratico, per ora un pallido fantasma, diventerà subito una prospettiva più vicina e concreta. A perdere saranno le altre due mozioni, la seconda di Fabio Mussi e la terza di Gavino Angius. Però il vero sconfitto sarà il ministro dell’Università, baffuto, spiccio, uso a parlare chiaro e, dunque, simpatico. Per un motivo semplice: è Mussi il più fermo oppositore della linea che porta alla nascita del nuovo partito (vedi intervista a pag. 64). Ma dire oppositore è dire poco. La sua è una critica sferzante, e per molti versi fondata, a che cosa sono diventati oggi i Ds. Sull’’Unità’ del 3 marzo mi ha colpito l’intervento di Michele Prospero, della mozione mussiana. Non era una pippata congressuale, bensì un articolo di polemica politica, avvincente e scritto bene, come se ne vedono di rado sui giornali di partito. L’accusa più pesante al vertice dei Ds era di essere una "leadership febbrile". Dagli umori imprevedibili. In perdita di consensi. Zavorrata da un ceto politico elefantiaco, con legami soltanto mediatici o da notabili nei confronti della base. E infine "un partito di cariche elettive, dove contano solo le prospettive di carriera e la fedeltà verso chi le garantisce". Qui ogni eletto "allestisce in proprio delle grandi macchine acchiappa soldi". Il tutto aggrappato a una Quercia sempre più marginale. Che "in Sicilia è solo il quarto partito, in sette regioni non supera il 15 per cento dei voti e soltanto in quattro varca il 20 per cento (erano invece ben 11 nel 1996)". Una carovana travolta "da una sorda lotta tra le oligarchie, con un rigonfiamento delle tessere e un irrigidimento correntizio". Che cosa farà Mussi dopo aver perso il congresso? Ha davanti tre strade. Può abbozzare e rimanere nell’angolo delle minoranze, impotente a mutare il quadro terrificante che lui stesso ha descritto. Oppure abbandona la Quercia e va per una strada tutta sua, fondando l’ennesimo partitino di sinistra. Infine, può inserirsi in un progetto che affiora veloce. E che qui chiamerò la Grande Alleanza Rossa. Qualcuno ci sta già pensando. E non è gente di poco conto. Il primo è proprio il politico che può sembrare il più lontano da quel progetto: Fausto Bertinotti. Questa volta il Parolaio ha pesato le parole. Ma la sua sentenza è chiara: "Stiamo entrando in una fase di grandi cambiamenti, che ci costringe tutti a un’accelerazione. Ci vuole quella che ho chiamato una massa critica, che sia dunque la più grande e la più efficace possibile". Il leader di Rifondazione ha persino usato un termine proibito: revisionismo. Ha detto: "Una sinistra alternativa oggi si costruisce solo su un impianto revisionistico. Andando oltre il Novecento. Mettendo al centro nuovi valori: la non violenza, la critica del potere, l’ambientalismo, il femminismo, il modello di sviluppo". Un altro che ci pensa, da entusiasta, è Oliviero Diliberto. Si sta sfiancando in una serie di interviste che battono tutte sullo stesso chiodo: bisogna unirsi, divisi ci annientano, insieme peseremo il 12 per cento e non potremo essere messi al margine, Fausto lo ha capito, "vedo più facile unire noi, Bertinotti e Mussi che la Binetti e Grillini". Che cosa farà Mussi non lo sappiamo con certezza. Ma ha già spiegato: "Non farò la sinistra del Partito democratico. Anche perché il Pd durerà poco". La strategia per arrivare alla Grande Alleanza Rossa è molto chiara. Assai meno chiara è quella dei Ds e della Margherita. Fassino e Francesco Rutelli, con i rispettivi stati maggiori, sembrano tutti inchiodati ai loro problemi interni. Nel frattempo, il governo sta in piedi soltanto per la tenacia reggiana del Professore. Ma se si vuole farlo durare, bisogna darsi dei traguardi. L’unico che vedo è costruire un’altra grande alleanza, tra i riformisti e il centro. Forse Casini ci starà. Però lui non basta. Serve un passo più coraggioso: l’accordo con una parte del centro-destra. una bestemmia? Lo dirà soltanto il futuro. Giampaolo Pansa