Pepe Escobar La Stampa 12/3/2007, 12 marzo 2007
PEPE ESCOBAR
Dopo 5 anni e miliardi di dollari spesi - compresa una «Centrale Osama» nel consolato americano di Peshawar ravvolto nel filo spinato, piena di apparecchiature ultra tecnologiche di intercettazione - la testa di Bin Laden non è stata ancora portata alla Casa Bianca nel ghiaccio secco. Gli americani accusato i pakistani che accusano gli afghani che accusano i talebani che accusano i pachistani che accusano gli americani. Ma chiunque conti un minimo a Peshawar e nelle zone tribali sa che è la crema dei servizi pakistani a proteggere Osama.
Ho fatto parte di quel mondo parallelo di capi tribali, spie, soldati, sherpa, operativi, politicanti ed esperti di controguerriglia, quando nel 2001-02 sono stato a lungo sulle tracce di Osama. Prima dei bombardamenti americani, nell’ottobre 2001, avevo avuto a Peshawar informazioni «sicure come la morte» che fosse in un bunker russo sul Pamir, al confine cinese. A Tora Bora nei primi di dicembre, se n’era andato da pochi giorni. Nel settembre 2002 ero sulle sue tracce nella provincia di Kunar, in Afghanistan, solo per sentirmi dire che «poteva» essere stato lì qualche giorno prima. Nell’estate 2003 Osama venne collocato per la prima volta «con certezza» nel Waziristan meridionale. Nell’estate 2005 veniva dato più a Nord, a Bajaur. Un anno dopo, ancora più a Nord, a Chitral, nei pressi dell’Hindu Kush. Nell’autunno 2006 Pervez Musharraf diceva che fosse a Kunar (i suoi servizi dovrebbero saperlo), Hamid Karzai che fosse a Quetta, capitale del Baluchistan, l’intelligence saudita insinuava che fosse morto.
A Peshawar girava voce che Osama fosse «certamente» sul Tirich Mir, 7700 metri di altitudine nell’Hindu Kush, a Nord di Chitral, quasi in Afghanistan, da dove può sconfinare nel Kunar. Si diceva che godesse di ottima salute. Forse lo si sarebbe potuto scovare con Google Earth.
Bin Laden forse non è lo sceicco Guevara. Ma ha letto il presidente Mao. La sua Lunga Marcia è cominciata quando ha dovuto abbandonare il Sudan e insediarsi in Afghanistan. Ha organizzato la «base»: «Qaeda» significa proprio «base», teorizzata da Mao negli anni ”30. E, proprio come fecero i comunisti, la base si è espansa per conquistare una campagna matura per la rivoluzione, dall’Afghanistan alla valle dell’Indo, fino l’Asia Centrale, il Medio Oriente e oltre. Bin Laden viene idolatrato da vasti strati del mondo arabo perché conosce il Corano e gli hadith, gli insegnamenti tradizionali. Sa come manipolare i mercati finanziari. E naturalmete sa tutto sul Globalistan. Il suo clan erano pescatori di Hadramut, «globali» da sempre.
Per capire la visione a lungo termine di Osama bisogna considerare i quattro pilastri del suo jihad: 1) la penisola arabica, con le sue ricchezze petrolifere e i due siti sacri, Mecca e Medina; 2) la valle dell’Indo, cioè il Pakistan, uno Stato tecnologicamente avanzato, con armi nucleari e un’esercito islamico di ferventi salafiti; 3) l’Egitto, cuore e anima del mondo musulmano, base di Al-Zawahiri, cervello di Al Qaeda; 4) il sogno di una rivoluzione sunnita mondiale. La vittoria per Osama significa la fine dell’Arabia Saudita, le cui riserve petrolifere non andranno più all’Occidente, un Pakistan nucleare, e la morte di ogni regime musulmano moderato o alleato con gli Usa.
Lo scontro chiave è tra Osama e il re saudita Abdullah. Sembra un film di Hollywood, e gli psicoanalisti dovrebbero confrontare le cartelle cliniche dei due. Tutto comincia dalla mamma. Sia Osama che Abdullah sono figli unici delle rispettive madri, ed entrambe le signore vengono dalla Siria. Entrambi sono in conflitto con i loro fratellastri, più conservatori, più «sauditi» e più filoamericani. Il re tollera diverse espressioni dell’Islam ed è quasi un edonista secondo i parametri musulmani. Osama è austero e ascetico, quasi un eremita (ma mi sono sempre immaginato le sue caverne dotate di lavanderia, servizio in camera e tv satellitare). Fonti dell’intelligence europea sostengono che Osama controlla almeno un principe saudita, che potrebbe essere Turki: sono andati a scuola insieme ed è stato proprio il principe a mandare Bin Laden in Afghanistan. Si ipotizzano anche connessioni tra membri della famiglia regnante saudita e oscuri fondi di beneficienza wahhabiti che sono i maggiori raccoglitori di denaro per Al Qaeda. In Arabia Saudita non c’è separazione tra beni dello Stato e della corona, non c’è una contabilità pubblica, e le operazioni d’affari di Osama sono state seguite da molte banche islamiste controllate, direttamente o no, dai sauditi. Osama cerca di convertire in islamisti gli oppositori dei Saud, e le sue credenziali di pio musulmano gli conquistano i favori dei maggiori ulema, che sostengono bin Laden e vedono come una piaga l’orientamento filo americano dei sovrani.
Perfino i sauditi che odiano Osama sono contrari a consegnarlo agli americani. Praticamente nessuno vorrebbe vederlo cadere. Altrimenti sarebbe caduto tempo fa. La follia rivoluzionaria di Osama può portare Al Qaeda a una sconfitta spettacolare, oppure segnare l’inizio della fine della Casa dei Saud. L’opposizione saudita è totalmente filo-Osama. E nel vicino Yemen la rivoluzione può scoppiare in qualsiasi momento.
Ad aumentare l’angoscia dei reali sauditi c’è il sospetto che gli Usa potrebbero preparare per loro lo stesso destino dell’Iraq di Saddam: l’Arabia Saudita divisa in tre, con la famiglia degli Hashemiti che riprende il controllo di Mecca e di Medina, gli sciiti sauditi che controllano tutto il petrolio di Hasa, e i wahhabiti lasciati morire nelle spietate sabbie del deserto di Nejd. Quanto basta per far passare a Riad notti di insonnia e cognac.
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