Giuseppe Zaccaria, La Stampa 12/3/2007, 12 marzo 2007
«neo talebani» sono decine di migliaia, si sono fatti pragmatici, giurano alla popolazione di avere abbandonato metodi primitivi quali lapidazioni e pubbliche impiccagioni, sono armatissimi e soprattutto dominano più di metà dell’Afghanistan perché stanno tentando di farsi passare come esercito di resistenza, un po’ come la scorsa estate nel Libano accadde con gli hezbollah
«neo talebani» sono decine di migliaia, si sono fatti pragmatici, giurano alla popolazione di avere abbandonato metodi primitivi quali lapidazioni e pubbliche impiccagioni, sono armatissimi e soprattutto dominano più di metà dell’Afghanistan perché stanno tentando di farsi passare come esercito di resistenza, un po’ come la scorsa estate nel Libano accadde con gli hezbollah. Dominano le province di Farah, Nimroz, Helmand, Kandahar, Uruzgan, Zabul, Paktlika, Ghazni, Wardak, Paktia, Khost, Nangarhar, Kunar e Nuristan e ormai la loro immaginaria linea del fronte avvolge anche l’area di Kabul, sia pure ancora da lontano. Insomma, a cinque anni dall’intervento armato l’Afghanistan è nuovamente zona di guerra e la sua parte Sud è tornata ad essere campo di battaglia per il controllo del Paese. A dirlo con il crudo linguaggio delle cifre è un rapporto di 406 pagine che tutte le ambasciate a Kabul tengono in grande conto, poiché rifugge le cautele della diplomazia e rappresenta l’ultima e più aggiornata ricerca sull’avanzata degli studenti coranici. S’intitola «The retourn of the Taliban» ed è stato pubblicato nello scorso settembre in Gran Bretagna. Lo ha messo a punto il Senlis (Security and Development Policy Group), un think-tank politico con sedi a Londra, Parigi, Bruxelles e Kabul, uno dei maggiori centri studi del mondo sui rapporti fra politica estera, sviluppo, attività militari e lotta al mercato dela droga. Il funzionario che ci ha fornito una copia dello studio commentava: «Forse quei signori sono un po’ troppo fissati sull’idea di usare le coltivazioni di papavero per la produzione di morfina a uso medico, però questo è sicuramente il rapporto più accurato prodotto in questi anni». Proviamo a leggerlo assieme, allora. La premessa è agghiacciante. In base all’indagine del Senlis l’88 per cento dei maschi afghani considera l’Occidente impegnato in una guerra di religione contro l’Islam, il 50 per cento dice che gli occidentali sono disonesti, il 48 che sono egoisti, il 46 per cento che non rispettano le donne e uno spaventoso 49 per cento spera in Osama Bin Laden come vendicatore. Questo non significa che Al Qaeda abbia esteso la propria influenza in Afghanistan, al contrario: «Il movimento di insurrezione - afferma il documento - oggi può essere descritto come una coalizione di gruppi anti governativi che spesso operano in maniera indipendente e nel quale Al Qaeda e le fazioni militari non rivestono un ruolo significante. Lo compongono nazionalisti pashtun, conservatori islamici, afghani sradicati dalla propria vita, istruttori militari giunti dal Pakistan e Paesi arabi e afghani reclutati col danaro o costretti a combattere con la minaccia». Il capo della polizia di Kandahar racconta: «Qui i talebani sono dovunque, gli occidentali non posso vederli ma i locali sì, le ragazze non vengono più mandate a scuola, le donne restano in casa e tutti gli uomini portano la barba. A volte la gente viene arruolata con la promessa di un salario di 500 dollari al mese mentre un poliziotto governativo ne guadagna 80, e spesso si fa leva sulla disperazione di chi vive nei campi profughi». I neo-talebani dividono coi predecessori l’interpretazione estrema dell’Islam sunnita però adesso usano azioni terroristiche a forte impatto e uniscono una guerra dinamica, altamente organizzata e munita di armi sofisticate a tattiche di guerriglia tradizionale. «Il Pakistan è stato implicato nel coordinamento, il finanziamento e l’organizzazione dell’insurrezione». Il reclutamento avviene come un tempo nelle madrasse e moschee del Pakistan e delle province del Sud, però il nuovo serbatoio di combattenti è costituito dai campi profughi. Capitolo armamenti. «Lungo la frontiera pakistana - spiega il rapporto - esiste una fiorente industria specializzata nella produzione di armi copiate da modelli stranieri. I prezzi sono molto bassi: un mitragliatore Ak 47 viene venduto a 250 dollari, spesso sono i soldati governativi a vendere le proprie armi e i loro comandanti sono implicati nel traffico, il razzo di un bazooka costa 40 dollari, un mortaio da 82 millimetri non più di 60 e un pezzo d’artiglieria di medio calibro dagli 80 ai 100 dollari». Non mancano armamenti più sofisticati, come i lancirazzi Rpg, che arrivano attraverso Uzbekistan e Tagikistan, da Paesi occidentali, Cina e Iran». E vanno aggiunte le oltre 30 mila armi mai consegnate dai 63 mila militari messi a riposo quattro anni fa da Karzai. Ed ecco la voce propaganda. I neo-talebani hanno esteso la produzione di cassette, Dvd e giornali pieni di foto che si trovano agevolmente nei bazaar di Kandahar, glorificando le azioni dell’insurrezione e condannando quelle degli invasori». Una foto tratta da uno di quei giornali mostra un soldato occidentale che perquisisce una donna, toccandola e quindi profanandola. «Il movimento trasmette i propri messaggi da una stazione radio pirata chiamata Voce della Sharia e in almeno due province hanno creato un website che regolarmente mostra i video di attacchi alle forze straniere e trasmette messaggi attribuiti al Mullah Omar». All’origine di questa situazione esplosiva, conclude il rapporto, «c’è il fallimento della politica occidentale in Afghanistan». Da una missione antiterrorismo si è passati a un’attività anti-insurrezionale, la Nato-Isaf è divenuta parte del problema, anziché strumento di soluzione. Ecco perché i talebani sono in ripresa, e anche se non dovessero riprendere il potere la battaglia civile appare già perduta. Stampa Articolo