Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  marzo 12 Lunedì calendario

Luca Ricolfi Ci hanno provato un po’ tutti, economisti, banchieri, commentatori economici a mettere in guardia i nostri famelici ministri: non vendete la pelle dell’orso prima di averlo ucciso, li ha quasi implorati Michele Salvati qualche settimana fa

Luca Ricolfi Ci hanno provato un po’ tutti, economisti, banchieri, commentatori economici a mettere in guardia i nostri famelici ministri: non vendete la pelle dell’orso prima di averlo ucciso, li ha quasi implorati Michele Salvati qualche settimana fa. L’orso, naturalmente, è la fragilità della nostra economia, con il suo immane debito e il suo difetto di crescita. A giudicare dai discorsi di questi giorni, invece, sembra che politici e sindacalisti abbiano in testa una sola, ossessiva, domanda: qual è l’entità del «tesoretto» che il buon andamento del gettito fiscale nel 2006 ci mette a disposizione? Non credo si possa negare ai politici il diritto di sognare di spendere e spandere, tanto più che li abbiamo eletti noi. C’è però almeno una cosa che, forse, potremmo sommessamente richiedere a chi ci governa: non nascondete i fatti, e non fingete di ignorare le conseguenze delle vostre scelte. Fatto numero 1. Non è vero, come ha dichiarato il ministro Bersani dopo che l’Istat aveva fornito i dati del Pil dell’ultimo trimestre del 2006, che «per la prima volta da 6-7 anni siamo cresciuti di più della media europea»; no, in realtà dal 2000 al 2006 era già capitato parecchie volte, per l’esattezza cinque, ovvero più o meno una volta all’anno (un trimestre sì e tre no): il problema, ieri come oggi, è che una rondine non fa primavera. Fatto numero 2. Anche se nel 2006 il Pil e la produzione industriale sono cresciuti di più che nel passato, sono però cresciuti di meno che negli altri Paesi dell’Eurozona. Detto altrimenti, continuiamo a perdere colpi, e la distanza nei tassi di crescita resta sostanzialmente invariata (0,7 punti in meno sul Pil, 1,5 punti in meno sulla produzione industriale). Fatto numero 3. Non c’è nessuna svolta nell’andamento dell’export: la quota delle nostre esportazioni sui principali partner dell’Eurozona continua a calare, oggi come ieri (con l’importante eccezione dell’export di servizi, che tuttavia era già svoltato nel 2005). Fatto numero 4. I conti pubblici vanno meglio del previsto, ma solo perché si dà un grande credito alle prime stime Istat (che tradizionalmente sovrastimano le entrate e sottostimano le spese) e ai dati «entusiasmanti» del fabbisogno statale (fortemente diminuito rispetto al livello drammatico del 2005), mentre si ignorano i crudi dati della Banca d’Italia sui conti delle amministrazioni locali: dal novembre del 2005 al novembre del 2006 (ultimo dato disponibile) il debito delle amministrazioni locali è aumentato di circa 20 miliardi di euro, neutralizzando in gran parte il relativo miglioramento dei conti delle amministrazioni centrali. Fatto numero 5. vero che c’è un extra-gettito nel 2006, ma le cifre disaggregate per tipo di imposta fornite dal ministero delle Finanze non suggeriscono affatto che esso sia dovuto a una sorta di pentimento degli evasori intervenuto con l’insediamento del governo di centro-sinistra. Le scadenze delle principali tasse una tantum della Finanziaria 2006 sono concentrate giusto nei primi mesi del governo Prodi; l’aumento del gettito dell’Iva è in linea con quello del fatturato dell’industria; soprattutto, l’aumento del gettito dell’imposta sui redditi (Ire) è stato praticamente identico nei primi 3 mesi dell’anno, quando non c’era Visco, e nei primi 8 mesi del dopo elezioni, ossia quando - secondo la favoletta di questi mesi - gli evasori si sarebbero rassegnati a fare il loro dovere: 6,6% fra gennaio e marzo, 6,9% fra aprile e novembre (ultimo dato disponibile). Fatto numero 6. vero che, al netto di alcune voci straordinarie (rimborsi Iva e debito Ferrovie) i conti pubblici sono sensibilmente migliorati nel 2006 e che il merito va essenzialmente al precedente governo (la correzione estiva del governo Prodi è stata minima, e l’effetto Visco pare trascurabile). Non dovrebbe sfuggire, tuttavia, che la parola «merito» ha qui un sapore amaro: con la Finanziaria 2006 Tremonti ha raddrizzato una barca che stava affondando, ma lo ha fatto riportando la pressione fiscale al di sopra del livello cui l’aveva trovata, dal 41,3% al 42,3% (altroché «abbattimento della pressione fiscale», primo impegno del Contratto con gli italiani!). Fatto numero 7. Nel periodo che va «da Visco a Visco passando per Tremonti», ossia dal 2000 al 2007, la portante della politica economica è sempre stata la medesima, chiunque fosse al governo: aumentare l’intermediazione della Pubblica amministrazione, ora attraverso aumenti di spesa, ora attraverso inasprimenti fiscali, ora in entrambi i modi. La conseguenza è stata un crescente soffocamento dell’economia, in una spirale che pare non aver fine. Fatto numero 8. La Finanziaria 2007, i cui effetti si dispiegheranno pienamente solo nel corso dell’anno, non ha fatto che condurre alle estreme conseguenze la filosofia «Spre & Spre» - ovvero «spremi & spreca» - degli ultimi sette anni. L’Unione non ha voluto vedere, né in campagna elettorale né dopo, che il «lavoro sporco» di raddrizzamento dei conti pubblici l’aveva già fatto in misura notevole Tremonti, e che quindi non era il caso di dare il colpo di grazia al già zoppicante cavallo dell’economia italiana. Ora ci fanno capire che, grazie all’extra-gettito, c’è trippa per gatti e si può cominciare a pensare come redistribuire la manna piovuta dal cielo. Sperano che la pacchia continui, e il deus ex machina della ripresa consenta a tutti di andare avanti come sempre. Temo sia una speranza mal riposta. Se l’Italia continua ad arretrare non solo rispetto ai Paesi emergenti, agli Stati Uniti, al Regno Unito, ma anche rispetto ai Paesi cugini dell’Eurozona, è perché in questi anni si è fatto troppo poco per togliere all’economia le zavorre che ne appesantiscono la corsa: aliquote che scoraggiano gli investimenti, energia troppo cara, infrastrutture inadeguate, un welfare inefficiente e squilibrato (troppa spesa previdenziale, pochi ammortizzatori sociali). vero, c’è trippa per gatti. Ma è trippa sottratta all’economia: se ne rendono conto i nostri simpatici gatti?