Avvenire 10/03/2007, Dino Boffo, 10 marzo 2007
Avvenire, sabato 10 marzo. Il tragico epilogo della vicenda accaduta all’ospedale di Careggi «non può essere usata per fini di bottega: la legge 194 non si tocca»
Avvenire, sabato 10 marzo. Il tragico epilogo della vicenda accaduta all’ospedale di Careggi «non può essere usata per fini di bottega: la legge 194 non si tocca». La dichiarazione è una tra le tante rilanciate dalle agenzie, un tam tam che ha scandito la giornata della morte del piccolo fiorentino, 6 giorni dopo l’aborto. Parole che, guarda caso, erano sulla bocca di esponenti politici e sindacali che ad ogni piè sospinto dichiarano che bisogna guardare in faccia la realtà, che la scienza non può essere imbrigliata... Ma la realtà in questa vicenda è drammaticamente chiara e la scienza medica a 22 settimane di gestazione comincia a offrire consistenti possibilità di sopravvivenza. Non tenerne conto, trincerandosi dietro parole d’ordine come: «La 194 non si tocca», è solo ipocrisia. nella vicenda in questione di ”terapeutico” non c’è stato alcunché. Eravamo in presenza di un sospetto di malformazione (non gravissima, peraltro), la cui eventualità rimaneva non elevata. Si è ugualmente proceduto con l’aborto, invocando la copertura della legge. Questa afferma testualmente: «L’interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, può essere praticata: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna». più avanti però si legge che: «Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l’interruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso di cui alla lettera a) e il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguadare la vita del feto» (artt. 6-7, legge 194/78). Il bambino è sopravvissuto 6 giorni, dimostrando coi fatti che quella «possibilità di vita autonoma» non era un’ipotesi, ma la realtà: semplice, netta, terribile. Lui poteva vivere; la madre non era in pericolo di vita; l’aborto - ribadisco: precluso dalla legge in presenza di possibilità di vita autonoma del feto - è stato praticato comunque. A questo punto in questione non c’è la legge 194, ma la mitologia che l’ha fondata e che su di essa s’è stratificata erigendo ad assoluto l’«autodeterminazione» della donna. Questa ha sempre ragione, qualsiasi cosa decida; i limiti temporali dei tre e sei mesi sono pudibonde e ipocrite velature prive di alcuna cogenza. E così una legge patrocinata come rimedio a turpi violenze e drammi inenarrabili, spalanca alla possibilità che un bambino sano, la cui madre non manifesta problemi fisici, venga ucciso quando è sulla soglia della vita autonoma. Rilevarlo non è fare del terrorismo psicologico, ma riconoscere l’agghiacciante realtà. Condivido il lasciare in pace quei poveri genitori, ma quanto li ha visti protagonisti non può lasciare in pace noi né, tanto meno, il legislatore. Domani quanto successo potrebbe ripetersi: non possiamo accettare avvenga solo perché è scomodo discuterne. Dino Boffo