Varie, 12 marzo 2007
SALVO
SALVO (Salvatore Mangione) Leonforte (Enna) 22 maggio 1947. Artista • «[...] Ha attraversato l’Arte povera, il Concettuale, il Minimalismo, fino a un anacronistico ritorno alla pittura, in anticipo rispetto al movimento della Transavanguardia. una lunga storia la sua. Poco più che ventenne a Torino, sua città d’adozione, frequentava l’ambiente dell’Arte povera, e critici come Barilli, Celant e Bonito Oliva. Nel 1969 era in contatto con i concettuali americani: Joseph Kosuth, Sol Lewitt e Robert Barry. Racconta Salvo: ”La carriera dell’artista è come le altre, segue un cursus honorum. All’inizio sei un giovane artista, poi sei conosciuto, poi famoso e poi sei un artista morto. A quel tempo avevo la voglia, il fiato la capacità di lavorare senza sosta”. Come prese forma il ciclo delle Lapidi, le scritte su marmo come quella che recita ”Salvo è vivo”? ”Negli anni Sessanta ero rappresentato da Sperone. Visitando la sua galleria avevo capito che in quel periodo era vietata la pittura. Avevo cominciato nel 1963 come pittore esponendo alla Promotrice delle Belle Arti. Ma allora non era possibile presentare dei quadri. Andando in giro, restai colpito dalle lapidi delle strade e dei palazzi, dalla forza del materiale, il marmo. Quella dove compare la scritta ”Salvo è vivo’ è l’unico lavoro girevole che è stato fatto. Dietro c’è scritto ”Salvo è morto’. Da girare quando non ci sarò più. Non è un modo per esorcizzare la morte. E una considerazione. Ho imparato a nuotare dopo i cinquant´anni, dopo che sono stato obbligato a tuffarmi... Certi lavori si fanno buttandosi”. Nel 1973 c’è stato il ritorno alla pittura, alla tradizione, perché? ”Ho cominciato a far dei quadri, a copiare dei dipinti antichi. Mi ero stufato. Andavo nelle gallerie e vedevo dei numeri, delle tele bianche, dei segni neri... Tutti facevano queste cose. Mi sembravano pura maniera, era come essere un astrattista negli anni Trenta. Volevo uscire, volevo, come ha scritto Thomas Bernhard, cantare con la mia voce. Ho ritenuto che fosse ancora possibile fare della pittura [...] Ho un metodo che consiglio. Ho cercato di guardare alla storia dell’arte facendo delle proporzioni. Masaccio, che esiste da cinquecento anni può avere un interesse percentuale che può essere del cinquanta per cento, Fontana quindi, proporzionalmente, ha il cinque per cento. Ha seguito questa scala di valori. Impariamo dagli artisti del passato e se sbagli a copiare, come diceva Picasso, il quadro è riuscito”. Dopo le cosiddette copie, i paesaggi e i quadri mitologici è arrivato un periodo orientalista. ” motivato dai molti viaggi che ho fatto in Oriente, dal mito. Mi piaceva il minareto per la sua forma architettonica, quasi un simbolo fallico ma molto discreto”. Con i compagni di strada dei ”60 ha ancora dei rapporti? ”Con Kosuth o Sol Lewitt siamo sempre amici. Con altri ci siamo persi per strada. Ma non ho rivali, siamo tutti amici anche se la corporazione degli artisti, come tutte le corporazioni, ha al suo interno mille gelosie. E la norma. Sebastiano del Piombo era geloso di Raffaello ma Raffaello non era geloso di Sebastiano [...] Personalmente ho un principio: il pubblico è sovrano. L’artista può fare quello che vuole, non ci sono obblighi. Ma è il pubblico che decide. Quando un comico sale sul palco se il pubblico ride è un grande comico. Altrimenti no”. Nel ”76 e nell’84 ha partecipato alla Biennale. Cosa ne pensa? ”L’artista che partecipa, soprattutto se è giovane, è ovviamente felice. Quello escluso protesta... Quanto alle istituzioni di questo tipo... sono condizionate dalla politica dalla moda del tempo. Oggi si grida al miracolo per una certa contemporaneità, il pubblico che frequenta certe mostre è convinto di essere moderno e intelligente, alla moda, convinto di capire cose che si presentano come astruse. E un meccanismo che si ripete. Nell’Ottocento si fermava davanti al poverello, alla morte di Dante Alighieri e la gente tornava a casa commossa parlando dei buoni sentimenti”» (Paolo Vagheggi, ”la Repubblica” 12/3/2007).