M. Pap., Corriere della Sera 12/3/2007, 12 marzo 2007
Sembra proprio che succeda tutte le volte. Prende avvio la campagna elettorale per le presidenziali americane, e io mi metto a protestare
Sembra proprio che succeda tutte le volte. Prende avvio la campagna elettorale per le presidenziali americane, e io mi metto a protestare. Perché mai una campagna elettorale deve cominciare con tanto anticipo? Mancano ancora più di 18 mesi al voto, che si terrà nel novembre 2008. Perché dare tanto risalto ai finanziamenti della campagna, con resoconti regolari su quanto Hillary Clinton, Barack Obama o Rudy Giuliani hanno rastrellato dai loro sostenitori? Ma a questo punto getto la spugna. Anch’io mi lascio prendere dalla storia, coinvolgere dal dramma. Non si tratta di «Casalinghe disperate», bensì di «Candidati disperati», e le loro storie e i loro intrecci familiari sono irresistibili. In parte, questo avviene perché la corsa presidenziale del 2008 si annuncia come la più aperta dal 1968. Come in quell’anno, non c’è un presidente che si presenta per la rielezione, né un vicepresidente che scende in lizza per conto proprio. E in parte perché questa apertura ha attirato una schiera particolarmente agguerrita di candidati, molti dei quali sono dei volti già noti, sia sulla scena politica americana che internazionale. In molte elezioni americane, tutto si gioca invece sulla scelta di qualche oscuro governatore, come è capitato con Bill Clinton nel 1992, sconosciuto governatore dell’Arkansas, uno Stato che ben pochi stranieri avrebbero potuto ritrovare su una cartina dell’America. Inoltre, l’interesse per queste elezioni nasce da un altro parallelo con il 1968. Come in quell’anno, anche oggi la questione centrale della campagna elettorale è come affrontare una guerra americana che non ha funzionato: allora era il Vietnam, oggi l’Iraq. La grande sfida per tutti i candidati sarà trovare il modo di condannare la guerra, e il governo Bush per come l’ha gestita, ma questa guerra sarà ancora in corso durante la campagna elettorale e con essa dovrà misurarsi il vincitore il giorno stesso del suo insediamento alla Casa Bianca nel gennaio del 2009. Come criticare la politica attuale senza ipotecare la tua stessa politica da presidente: questo è il dilemma affascinante. In una simile situazione, il vantaggio si sposta dalla parte del candidato outsider. Ecco perché Rudy Giuliani, il repubblicano che era sindaco di New York l’11 settembre del 2001, oggi è in testa ai sondaggi per la nomina a candidato presidenziale nel suo partito. Questo a dispetto delle sue opinioni ben note riguardo aborto e diritti per gli omosessuali, che dovrebbero richiamare sul suo capo i fulmini dei potenti gruppi conservatori di ispirazione cristiana del partito repubblicano. A differenza di John McCain, l’eroe del Vietnam che non va troppo a genio a quei conservatori, Giuliani non è mai stato senatore e pertanto non ha dovuto prendere una posizione formale sull’invasione dell’Iraq nel 2003. Ha la reputazione di un duro e sa fare appello al patriottismo, grazie ai suoi successi nel gestire la crisi dell’11 settembre. Ma soprattutto Giuliani dispone di spazio di manovra sull’Iraq. Lo stesso può dirsi di Barack Obama, il senatore nero dell’Illinois che sfida la capolista democratica, Hillary Clinton, nei sondaggi d’opinione. Eletto solo nel 2004, Obama non condivide i problemi della Clinton nel dover spiegare il voto a favore della guerra nel 2003. Sei mesi fa, si sarebbe detto che la corsa presidenziale era tra John McCain e Hillary Clinton. L’ascesa di Giuliani e Obama oggi rimette in gioco quelle posizioni, ragion per cui seguire la raccolta di fondi per la campagna presidenziale assume una rilevanza maggiore del previsto. I finanziatori dei partiti ci tengono a sostenere il candidato vincente. I sondaggi di opinione, così in anticipo in una campagna elettorale, potrebbero rivelare solo preferenze superficiali dei votanti che non hanno ancora avuto modo di riflettere seriamente sui candidati. I resoconti finanziari invece sono ben altra cosa: la gente ci pensa due volte prima di versare il proprio contributo. Il consiglio giusto pertanto resta quello indicato da «gola profonda», la talpa dello scandalo Watergate che rivelò ai giornalisti Bob Woodward e Carl Bernstein le malefatte di Richard Nixon: «Seguire i soldi». Per il momento, questa traccia favorisce ancora sia Hillary Clinton che John McCain. Ho l’impressione che continuerà a favorire McCain, perché tanto l’esperienza militare che il suo insolito destino assicureranno la sua credibilità tra i repubblicani. Ma Barack Obama potrebbe diventare una vera minaccia per Hillary Clinton, perché incarna quella formula irresistibile di cambiamento, giovinezza e ottimismo. Ma dovrà trovare qualcosa di più da dire sulla guerra, oltre ad affermare la sua opposizione. Se ci riesce, i finanziamenti affluiranno nella sua direzione. Tenete gli occhi ben aperti. Stavolta non ci sarà da annoiarsi.