Aldo Cazzullo, Corriere della Sera 12/3/2007, 12 marzo 2007
ROMA – Non era un’assemblea qualsiasi, quella di venerdì sera, all’istituto Avogadro di Torino
ROMA – Non era un’assemblea qualsiasi, quella di venerdì sera, all’istituto Avogadro di Torino. In platea, 400 militanti a esprimere solidarietà all’espulso Turigliatto. Sul palco, ad annunciare che oggi non voterebbe più Rifondazione comunista, Marco Revelli, l’intellettuale un tempo più stimato da Bertinotti. E in prima fila, ad applaudire, il suo ex delfino degli anni del sindacato, Giorgio Cremaschi. Non sono soltanto i movimenti più radicali a non riconoscersi più nella linea di Rifondazione e nelle leadership di Bertinotti. Non c’è solo la galassia confusa di cossuttiani, maoisti, nostalgici della Quarta Internazionale. E a Torino non c’erano solo operai di Mirafiori, oppositori della Tav, avversari della base di Vicenza. Ora il presidente della Camera ha contro due vecchi amici come Marco e Giorgio. E la frattura che si intravede è sia culturale sia personale. Non a caso in difesa del leader è intervenuta, con un lungo articolo su Liberazione, un’altra intellettuale di riferimento come Rina Gagliardi (un dialogo proseguito ieri con una lettera di Revelli e la risposta dell’editorialista). La contesa politica è quella eterna tra governo e lotta, aggravata dalle difficoltà di un’esperienza inedita per l’Italia come quella di un partito comunista chiamato a governare in coalizione con riformisti e centristi. Ma in gioco ci sono anche due storie di amicizia cresciute proprio nel campo tormentato ma cruciale della sinistra torinese. Marco è figlio di Nuto Revelli: antifascismo, azionismo, casa editrice Einaudi, Lotta continua nella versione appunto piemontese, con una dichiarata antipatia per il gruppo pisano egemone, che al giovane Revelli sembrano «un po’ troppo ganzi». La sconfitta – condivisa con Bertinotti – del 1980, rievocata nel primo capitolo di Lavorare in Fiat. E poi l’elezione in consiglio comunale con il Prc e la critica ai riformisti, condotta in una serie di pamphlet, da Le due destre a La sinistra sociale. Fino al saggio, Oltre il Novecento, che Bertinotti ha considerato il libretto rosso del suo nuovo corso, al punto da affidare a Revelli la relazione al congresso di Venezia per affermare la linea dell’assoluta nonviolenza. Relazione coraggiosa (con critiche non solo a Stalin: «Sulla Russia del suo tempo Marx la pensava come oggi Rumsfeld sull’Iraq») e contestata, con l’antagonista Pegolo a proclamare che «non possiamo permetterci la nonviolenza se vogliamo combattere un potere violento» e i delegati della minoranza in piedi a cantare Bandiera rossa. Oggi all’opposizione interna, che già a Venezia rappresentava il 40% del partito, si sono uniti di fatto sia Revelli sia Cremaschi. L’altra sera, presente anche Gianni Alasia, altra figura della sinistra torinese che ha contato molto per Bertinotti, Revelli ha rimproverato a Rifondazione «un governismo allo stato puro»: «Il Prc non porta la voce dei movimenti al governo e vorrebbe portare gli obblighi del governo nei movimenti». Già martedì scorso sul Manifesto Revelli aveva indicato i punti di rottura: Afghanistan, Vicenza, i nuovi cacciabombardieri nucleari, l’epurazione di Turigliatto e i 12 punti di Prodi, «che sono 12 chiodi ben lunghi piantati sul coperchio della cassa delle buone intenzioni di chi sperava di far filtrare in alto almeno brandelli di voci dei territori». Nell’analisi di Revelli e di Cremaschi, è la scommessa che ha portato Bertinotti alla presidenza di Montecitorio a essere perduta. Dopo la vittoria elettorale, il Prc ha sacrificato gestione e ministeri – ne ha uno contro i sei della Margherita, che ha poco più dei suoi voti – per ritagliarsi un ruolo di raccordo con i movimenti e di indirizzo dell’azione complessiva di governo. Ma Bertinotti è accusato di aver fallito entrambi gli obiettivi; di aver confuso, per usare ancora le parole di Revelli a Torino, «la rappresentanza con la rappresentazione». Rina Gagliardi sul quotidiano del partito ha criticato l’«Apocalisse revelliana», definendola «un’impostazione di tipo religioso, un assolutismo non così diverso da quello che muove i teodem o i cattolici ruiniani». Ma la sua prosa non convince Cremaschi. «All’assemblea di Torino qualcuno impietosamente ha riletto vecchi passi di altri editoriali della Gagliardi, ai tempi dell’attacco all’Afghanistan – racconta il sindacalista Fiom ”. Era il 2001, e Rina elogiava i pochi parlamentari contrari alla guerra in quanto "rappresentanti della parte decisiva del paese". Per questo il problema della coerenza ce l’ha D’Alema, non noi. Noi dobbiamo chiedere il ritiro delle truppe e la fine delle ostilità. E non possiamo tollerare espulsioni di compagni, proprio noi che abbiamo criticato tante volte la cacciata dal Pci del gruppo del manifesto ». L’amicizia che lega Bertinotti a Cremaschi è antica quanto quella che lo unisce a Revelli. Erano i primi Anni Settanta quando Fausto, leader della Cgil piemontese, frequentava volentieri la sezione universitaria del Pci di Bologna, l’unica che nella capitale del «comunismo d’ordine» condividesse la sua passione per Ingrao. Giorgio Cremaschi era un giovane iscritto. Che qualche anno dopo accetta la chiamata a Brescia di Claudio Sabattini, altro personaggio importante per Bertinotti. Dal ’92 al 2002 Cremaschi è a Torino. Stringe amicizia anche con Revelli, insieme scriveranno un libro per gli Editori Riuniti, Liberismo e libertà. Cremaschi e Bertinotti sono tra i pochi dirigenti della Cgil a votare contro l’accordo tra Trentin e Amato sulla fine della scala mobile. Già nell’89 hanno sottoscritto «l’appello dei 39», embrione della sinistra sindacale che diventerà poi una corrente strutturata, «Essere sindacato». Nel ’93 Bertinotti lascia il Pds; Cremaschi in un primo momento lo critica, poi lo segue. Quando Fausto denuncia in un’intervista alla Stampa che anche nel sindacato si nascondono i germi della corruzione e si becca una nota di censura dalla segreteria nazionale, Giorgio lo difende. Quando nel ’96 Bertinotti propone uno «sciopero anti-Lega», solo Cremaschi appoggia la curiosa sortita così liquidata da Bossi: «Gli operai gli daranno quattro legnate». L’intesa è tale che nel 2001 Il Foglio ipotizza che Bertinotti lascerà la segreteria a Cremaschi per assumere la presidenza del partito. Poi, quando Bertinotti stringe l’accordo con Prodi, l’accordo con il suo vecchio amico si incrina. Il dissenso si apre su questioni simboliche. Fausto elogia «i borghesi buoni, come Marchionne», e Giorgio lo gela: «Giudizi da talk show». Al congresso della Cgil il capo applaude la relazione di Epifani che apre al centrosinistra, e l’ex delfino risponde che per il sindacato non esistono governi amici. Fino alle giornate di Vicenza, quando Cremaschi dice al Corriere che «uscire dal governo per Rifondazione non dev’essere un tabù». Oggi va oltre. E sostiene che «la crisi è totale, il progetto politico di Bertinotti è fallito. Puntava a guidare un partito di lotta e di governo, ma Rifondazione non è né l’uno né l’altro. Non di lotta perché ha rotto con gli operai di Mirafiori e con la parte più radicale del movimento, non di governo perché il suo peso è puramente simbolico. Oggi – conclude Cremaschi – il partito perde voti a destra, perché accusato di destabilizzare Prodi, e a sinistra, perché accusato di non contare nulla. Un’implosione». Un’analisi talmente dura che potrà essere solo Bertinotti, se vorrà, a dare una risposta ai suoi amici di un tempo. GENNAIO 2002