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 2007  marzo 05 Lunedì calendario

Anno IV - Centocinquantottesima settimanaDal 26 febbraio al 5 marzo 2007Fiducia Mercoledì 28 febbraio, sette giorni dopo essersi dimesso, Prodi ha ottenuto la fiducia del Senato e superato così la crisi di governo, essendo scontato l’appoggio che la Camera gli avrebbe dato due giorni dopo, con ampio margine

Anno IV - Centocinquantottesima settimana
Dal 26 febbraio al 5 marzo 2007

Fiducia Mercoledì 28 febbraio, sette giorni dopo essersi dimesso, Prodi ha ottenuto la fiducia del Senato e superato così la crisi di governo, essendo scontato l’appoggio che la Camera gli avrebbe dato due giorni dopo, con ampio margine. Al Senato, per avere una maggioranza politicamente valida (cioè priva dell’aiuto dei senatori a vita), Prodi doveva incassare almeno 158 voti. E ne ha presi infatti 158 giusti giusti: decisivo è risultato Marco Follini, già vicepresidente del consiglio di Berlusconi e ora passato al centro-sinistra, che ha pareggiato il trasloco all’opposizione del senatore De Gregorio (già dipietrista). Il governo ha mantenuto per l’occasione l’appoggio dell’argentino Pallaro (in bilico fino all’ultimo) e dei due comunisti Turigliatto (Rifondazione, ora espulso) e Rossi (Pdci), i due che avevano contribuito, sette giorni prima, a mandare Prodi sotto. Turigliatto e Rossi però hanno dato una "fiducia fredda", cioè voteranno contro il governo quando si tratterà di decidere il rifinanziamento della missione in Afghanistan o l’apertura dei cantieri in Val di Susa per l’alta velocità (Tav). Ad Andreotti non è piaciuta la posizione ambigua del governo sui Dico (la legge sulla convivenza) e ha annunciato l’astensione, allontanandosi però volutamente dall’aula perché il suo voto non venisse computato come negativo, secondo la regola di palazzo Madama. Come l’altra volta, Cossiga ha votato contro, gli altri senatori a vita presenti (Ciampi, Scalfaro, la Montalcini, Colombo) a favore.

Situazione La crisi ha lasciato un paesaggio terremotato. Rifondazione, Verdi e Udc non possono ormai far troppo il partito di lotta, se non vogliono perdere Prodi. E non possono però far troppo il partito di governo se non vogliono perdere voti. La Margherita è spaccata sul problema dei Dico, che Prodi ha abbandonato al loro destino e che una consistente quota del partito vorrebbe portare avanti, in accordo con i Ds, anche per non mostrare una tanto eclatante subalternità alla Chiesa. Difficile anche la situazione a destra. Con toni, argomenti e tattiche diverse, Lega, An e Udc hanno la stessa strategia: liberarsi della leadership di Berlusconi, tanto è vero che Fassino, nel suo discorso alla Camera, glielo ha gridato in faccia («Sei finito, i tuoi non ti vogliono più!»). Due problemi: Forza Italia è sempre il primo partito e nei sondaggi sfiora ormai il 30 per cento; per spodestare Berlusconi bisogna che non si voti subito. Un modo per tenere in piedi la legislatura è quello di andare avanti discutendo della riforma elettorale, secondo il concetto, condiviso da tutti (ma da dimostrare), che votare senza cambiare la legge sarebbe inutile, perché il meccanismo elettorale riprodurrebbe al Senato lo stesso equilibrio paralizzante di adesso. perciò ricominciata, già dal discorso di Prodi alla Camera, la diatriba sul sistema francese o su quello tedesco, doppio turno o turno semplice, maggioritario o proporzionale, mattarellum o porcellum, eccetera eccetera. Tutto mentre avanza un referendum, da sostenersi probabilmente l’anno prossimo, che ritagliando abilmente la legge elettorale attuale renderà impossibili le coalizioni e il candidarsi contemporaneamente in più collegi. Completiamo il quadro segnalando che Prodi, criticando alla Camera il sistema tedesco (proporzionale) ed esaltando le caratteristiche del maggioritario, ha lanciato un messaggio a Berlusconi, pure lui più favorevole (almeno fino ad oggi) al maggioritario. Il messaggio è: mettiamoci d’accordo io e te perché se no i miei faranno fuori me, ma i tuoi faranno fuori te. Infine: è in atto nella Lega lo scontro per la successione a Bossi. Si sfidano Calderoli, senatore, saldamente piazzato a destra. E Maroni, deputato, che parlando alla Camera ha invece aperto a sinistra.

Borse Dopo un primo crack martedì 27 febbraio, le Borse di Tokio e di Shangai sono di nuovo crollate lunedì, e a seguire sono venute giù le Borse del resto del mondo. Il maltempo finanziario durerà, a quanto pare, parecchio. Come sempre, gli analisti non sanno dire perché accade quello che accade e soprattutto non sanno spiegare in modo convincente perché accade proprio ora. Shangai è una Borsa balorda, che tratta una massa impressionante di società sull’orlo del fallimento (le società cinesi buone si tengono alla larga dalla quotazione). Gli americani hanno problemi di bilancia commerciale, cioè sono troppo indebitati con l’estero, e si teme che entrino in recessione, cioè che comprino a un tratto meno merci di prima e scarichino perciò sul resto del mondo le conseguenze della loro imprevidenza. Poi: negli ultimi anni le Borse di tutto il mondo non hanno fatto che salire e la correzione era dunque inevitabile, salutare, ecc. Stiamo, come il lettore avrà capito, pedissequamente ripetendo ciò che gli esperti dicono a macchinetta a tutti quelli che li intervistano e che è vero, ma era vero, più o meno, anche l’anno scorso. Vedremo se, continuando la discesa, si capirà meglio di che si tratta e dove andremo a finire.

Coppola A Roma è stato arrestato l’immobiliarista-finanziere Danilo Coppola, che aveva recitato una sua parte nelle vicende dei furbetti di due anni fa (Ricucci, Consorte, Fiorani, ecc.). I magistrati gli imputano fallimenti finti per 130 milioni di euro ed evasioni di Iva e tasse per 72 milioni. A Regina Coeli, il finanziere ha prima detto che avrebbe passato il resto della vita a smontare il castello dell’accusa, poi, al terzo giorno di detenzione, è scoppiato in lacrime e ha confessato, promettendo che avrebbe restituito fino all’ultimo euro. La moglie Silvia Necci, incinta, ha spiegato che soffre di claustrofobia. Gli agenti di custodia hanno raccontato che, per resistere, Coppola avvicina il capo alle bocche di lupo della cella e inghiotte sorsate d’aria. I giornalisti ironizzano volentieri sul personaggio, che non ha ancora quarant’anni, è figlio di un piccolo costruttore della Borgata Finocchio divenuto famoso perché ricopriva le sue case di intonaco rosa, ha comprato il Grand Hotel di Rimini (quello di Fellini), un pezzo di Mediobanca, un pezzo della Roma calcio e ai tempi belli si faceva fotografare nell’hangar di Ciampino davanti al suo Falcon 50 da 16 milioni di dollari. In queste foto, naturalmente, gli si vede la cosa per cui è più famoso: il carré francese, cioè l’acconciatura a caschetto creata dal barbiere Pino di via Militello (sempre a Borgata Finocchio). Coppola, temendo il peggio, se li era tagliati poco prima di Natale.

Pippo Il Festival di Sanremo è andato benissimo, recuperando dieci punti di share sull’infelice edizione di Panariello dell’anno scorso, confermando il talento di Simone Cristicchi, vincitore con una canzone sui matti, lanciando nuovi motivi-tormentone - come La paranza di Daniele Silvestri o la ballata antimafia con cui Fabrizio Moro ha vinto la sezione Giovani -, consacrando la Hunziker, a cui un misterioso A.C. (rivelatosi solo alla fine come Antonio Cassano), ha mandato 500 rose rosse. Però, già al secondo giorno, il direttore di Raiuno Fabrizio Del Noce ha fatto capire che Pippo Baudo, a cui si deve il successo di quest’anno, non presenterà il Festival dell’anno prossimo, per il quale la Rai vorrebbe invece Bonolis. Baudo l’ha presa molto male: ha attaccato Del Noce e Bonolis pubblicamente e domenica sera, pochi secondi prima della messa in onda del tg (cioè nel momento di massimo ascolto), ha invitato i politici, e per primo Prodi, a occuparsi di cose serie, a non perdere tempo con Sanremo. Modo un poco brutale per far sapere al centro-sinistra, di cui è sostenitore: lo so che mi state facendo fuori perché ho criticato il silenzio del papa sulla morte del poliziotto Raciti a Catania.