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 2007  marzo 11 Domenica calendario

VALLI

VALLI Bernardo Parma 15 aprile 1930 (ma per l’ordine 15 ottobre). Giornalista. Di Repubblica. Inviato e corrispondente dall’estero, specialista di politica internazionale, ha iniziato la sua carriera al quotidiano Il Giorno per il quale, dal 1956 al 1971, si è occupato di decolonizzazione in Africa, dei problemi del Medio Oriente, dell’America Latina e della guerra in Vietnam. Per due anni è stato corrispondente da Londra. Dal 1971 al 1975 ha firmato per il Corriere Della Sera reportage dal Vietnam, dall’India, dalla Cina e dalla Cambogia, con base a Singapore. Dal 1975 al 1977 è stato corrispondente da Parigi. Attualmente è a capo della redazione francese de La Repubblica e inviato speciale • «[...] l’aprile 1961 [...] La situazione in cui mi trovo potrebbe essere drammatica ma non lo è. Nella Baia dei Porci sono sbarcati i controrivoluzionari provenienti dalla Florida, armati dalla Cia e decisi a far fuori Fidel Castro sceso dalla Sierra Maestra un anno e mezzo prima. Ma i barbudos, i miliziani di Castro e Che Guevara, li hanno uccisi o catturati. Sono arrivato dal Messico con il primo aereo e alloggio all’Hotel Capri, da dove parto ogni mattina per raggiungere le zone in cui continua la caccia ai pochi controrivoluzionari superstiti. La maggior parte dei giornalisti sono bloccati a Miami e mandano corrispondenze basate su testimonianze indirette [...] degli esuli cubani anticastristi. Per loro l’Avana è in fiamme e Fidel introvabile. quel che dicono i giornali di mezzo mondo. Italo Pietra, direttore del Giorno, di cui sono l’inviato, mi telefona chiedendomi cosa sto facendo. un amico, è di solito paterno o fraterno, ma la sua voce è questa volta severa. il tardo pomeriggio e sto facendo il bagno nella piscina all’ultimo piano del Capri. Naturalmente non glielo dico. Dovrei spiegargli che sono appena ritornato dalla Baia dei Porci, ma per lui resterebbe il fatto che io sto nuotando mentre l’Avana è in fiamme, come pubblicano i quotidiani concorrenti. Su uno dei quali c’è persino il sensazionale reportage di un collega che, da ”una base X”, racconta di essere ”ancora una volta nella mischia”, cioè insieme ai guerriglieri sbarcati nella Baia dei Porci. Spiego che l’Avana è ai miei piedi tranquilla e assolata, senza la minima traccia di fumo. In quanto a Castro era presente al banchetto della sera prima, sulla piazza della Cattedrale, al quale partecipavano duecento ospiti. quanto ho raccontato nel mio articolo, apparso evidentemente assai sbiadito rispetto a quelli mandati da Miami. La telefonata col direttore cade nel pieno della conversazione e non riesco a recuperarla. Mi resta il dubbio. Sono stato chiaro? Ho spiegato bene la situazione? Immagino per un attimo, con smarrimento, la modestia del mio articolo rispetto a quelli sensazionali mandati dalla Florida. Rimpiango quasi di non averli scritti io. Poi mi riprendo, guardo l’Avana tinta di rosa dal tramonto tropicale e dico a me stesso: ”Cazzo, io sono sul posto”. E un paio d’ore dopo mando un articolo in cui [...] spiego che i colleghi hanno scritto grandi balle da Miami. Passano un paio di giorni, e l’inviato (italiano), che si trovava ”nella mischia” con i controrivoluzionari, ricompare. Gli chiedo come sia sfuggito alla cattura, poiché tutti quello sbarcati nella Baia dei Porci sono stati uccisi o fatti prigionieri. Risponde: ”Ma va! Non mi sono mai mosso da Miami”. [...] L’aprile cambogiano del 1973 fu più sinistro di quello cubano del ”61. il giorno del mio compleanno e sono a Phnom Penh, all’Hotel Royal. Il mondo, perlomeno i giornali, hanno dimenticato la guerra in Cambogia, che continua, ma con un’intensità da crociera. quasi Pasqua e i colleghi sono ritornati a casa, a Hong Kong o a Bangkok. Quelli rimasti passano le sere nella fumeria d’oppio di Chantal, dove più che drogarsi si chiacchiera. Abito a Singapore, ma in quei giorni preferisco la quiete opaca di Phnom Penh dimenticata. Al mattino entra trafelato nella mia camera Franco Ferrari. qui per la Rai e ha il diavolo in corpo. Franco è il più coraggioso, il più temerario dei corrispondenti italiani che ho conosciuto. Mi propone di fare un giro in elicottero. Il comandante dell’esercito cambogiano (generale Fernandez, forse con origine filippine) l’ha autorizzato a partecipare a un’operazione di cui non capisco subito l’obiettivo. Se l’avessi capito avrei declinato l’invito. Si tratta di portare con tre elicotteri a Takeo, una cittadina assediata vicino al confine vietnamita, le batterie per consentire alla guarnigione isolata di comunicare via radio con i B52 e i Phantom americani che bombardano i khmer rossi e impediscono che espugnino quell’importante posto avanzato. Parto dunque convinto di fare una pacifica incursione il giorno del mio compleanno. Due ore dopo mi ritrovo in una palude, vicino a due elicotteri che bruciano e il terzo che se ne va senza di noi. Con Franco Ferrari trascorro una settimana nella città assediata, tra i feriti che muoiono di cancrena, in un’atmosfera da Far West, con i soldati cambogiani che sparano dalle finestre contro i khmer rossi che non allentano l’assedio. un elicottero, con un americano a bordo, scortato da due caccia, che ci porta via poco prima di un tramonto tropicale meraviglioso, trafitto da una sparatoria più intensa dei fuochi di Piedigrotta. Quella di Takeo fu una storia disastrosa. Su tutti i piani. Al quarto giorno nella cittadina assediata, più che un reporter sul posto di lavoro mi sentivo uno che doveva uscire a tutti i costi da quella trappola micidiale. Non avevo neppure più la carta per prendere appunti. Davanti agli ufficiali cambogiani era indispensabile dimostrare una calma assoluta per essere rispettati. Era nata tra noi una certa solidarietà. Franco Ferrari era più che dignitoso, ma il suo abituale tic (contraeva lo zigomo destro) era sempre più frequente. L’aspetto più grave della vicenda di Takeo (come dimostra la mia corrispondenza pubblicata dal Corriere della Sera, del quale ero l’inviato in Estremo Oriente) fu tuttavia la mancata testimonianza sui khmer rossi. Non avevamo contatti con loro e godevano allora del prestigio che i giovani reporter attribuiscono a volte ai guerriglieri. A quei tempi non era ancora affiorata la ripulsa del fanatismo religioso, all’origine del cocktail guerriglia-terrorismo. Takeo rigurgitava di profughi e molti di loro erano sfuggiti alle stragi commesse dai khmer rossi. E raccontavano con dovizia di particolari le tragedie vissute. Ma nessuno faceva prigionieri. Né i nazionalisti né i khmer rossi. E di questi ultimi risaltava ai miei occhi non tanto la ferocia quanto la resistenza ai bombardamenti a tappeto dei B52 americani attorno a Takeo. Nella mia corrispondenza sottolineai quel coraggio, e non trassi dalle testimonianze dei profughi gli elementi, ben evidenti, che annunciavano il genocidio cambogiano, forse il più ampio, per il numero di vittime, dopo quello nazista. Con una formula elegante mi capita di scrivere che il cronista in una zona agitata può avere l’ingenuità di Fabrizio del Dongo a Waterloo. Come il giovane eroe stendhaliano vede tanti dettagli, la bella vivandiera e i baffi dell’ussaro, e soffre per il cavallo che l’ussaro gli ruba. E non si accorge che a Waterloo sta cambiando il mondo. Un’ultima annotazione. Il corrispondente di guerra non è una professione. un ruolo spesso eccezionale affidato a un giornalista, e nelle grandi occasioni a scrittori, a romanzieri anche celebri. Rudyard Kipling, già Premio Nobel, ha raccontato ad esempio la battaglia di Jutland, nel 1916. Vale la pena leggerla novant’anni dopo» (Bernardo Valli, ”la Repubblica” 11/3/2007).