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 2007  marzo 11 Domenica calendario

Nei ricordi di Franco Interlenghi non c’è ombra di nostalgia lamentosa, nessun accento elegiaco da bei tempi andati

Nei ricordi di Franco Interlenghi non c’è ombra di nostalgia lamentosa, nessun accento elegiaco da bei tempi andati. Nel suo modo spiccio di rievocare luoghi e persone, con quel tono che è un misto di sarcasmo e disincanto, si ritrova invece la natura classica del «cinematografaro» romano, impassibile davanti a tutto, compresi eccessi, stranezze e celebrate manifestazioni artistiche. Entrato nel cinema dalla porta principale, nel ”46, con «Sciuscià» di Vittorio De Sica, Interlenghi ha vissuto con uguale disinvoltura tutte le fasi della produzione italiana, anzi, di più: dall’epoca d’oro di Cinecittà fino all’invasione della tv, dal fiorire della fiction ai nuovi campioni d’incasso come «Notte prima degli esami - Oggi» dove l’attore è Nonno Luigi. Interlenghi, ricorda la sua prima volta a Cinecittà? «Era il 1953, nel film Canzoni, canzoni, canzoni di Domenico Paolella. là che ho incontrato Antonella Lualdi, nella storia facevo lo studente, quello di Signorinella pallida. Per tutto il tempo ho cercato di corteggiare Antonella. Quant’era carina! Gagliarda, veramente, abbiamo volato insieme per quindici anni». Che aria tirava a Cinecittà, in quell’epoca? «C’era tanto cinema, in Italia allora si producevano 270 film all’anno, i viali erano sempre pieni di gente che passeggiava, si camminava, ci si incontrava...I due teatri più importanti, quelli dove si realizzava il maggior numero di produzioni, erano il 4 e soprattutto il 5, il preferito di Fellini. Lui imperava, era il re, innamorato pazzo di quel posto, stava sempre lì, aveva il suo ufficio permanente, pure quando non girava film». Anche lei aveva un legame forte con Cinecittà? «Insomma, anche se l’ho vista nascere non l’ho mai trovata così affascinante, era sempre un prodotto dell’architettura fascista, a me sembrava piuttosto una casamatta, già il colore mi dava fastidio...E poi era lontana, per arrivarci ci voleva un sacco di tempo, una rottura.». Fellini l’ha diretta nei «Vitelloni». Che rapporto aveva con lui? «La lavorazione è durata vari mesi, dal primo all’ultimo giorno, ogni mattina, arrivava la lettera del produttore che diceva di piantarla perchè non c’era più una lira. Con Fellini ho sempre avuto un buon rapporto. Una volta c’incontrammo sulla spiaggia di Fregene, dove avevamo girato varie scene dei Vitelloni. Lui mi vide da lontano e cominciò a dire ”avanti, un po’ più avanti, un po’ più indietro”, come se mi stesse ancora dirigendo». E con Sordi come si era trovato? «Bene, era divertente, un grande attore, era bello lavorare con lui perchè capivi di avere accanto uno che il mestiere lo conosceva davvero. Nella vita reale era diverso, Sordi era molto chiuso, non gli somigliavo per niente. A lui non piaceva nulla, a me tutto, avventure, figli, sport...». Quand’è che Cinecittà ha iniziato a cambiare? «Beh, dopo la fine degli Anni Sessanta, la produzione ha cominciato a calare, si facevano cose più selezionate, più film importanti e seri, meno caciara». Lei non ha mai smesso di lavorare, ha fatto teatro e fa cinema anche adesso, che cosa è mutato nel modo di produrre? «Oggi copiano tutti, ho fatto Romanzo criminale con Placido, anche Michele copia, però con la produzione di Cattleya si è fatto cinema come si faceva cinquant’anni fa, con i tempi e i modi giusti. Adesso Cinecittà è tutta presa dalla tv, se lavori nella fiction, allora corri sempre a 300 all’ora, si fa tutto di fretta. Comunque, se lo vuol sapere, una nuova Cinecittà è già nata, vedrà che tra un po’ andranno a girare tutti lì». E dove? «In Spagna, vicino Alicante, in un posto bellissimo, sul mare. Hanno fatto degli studi all’avanguardia, ci ho recitato diretto da Carlos Saura, nel suo nuovo film Io, Don Giovanni, un cinema d’altri tempi, senza correre». Insomma, alla fine è soddisfatto? «Ho sempre lavorato, anche se a fasi alterne, adesso prendo una pensione ridicola, non è escluso che un giorno decida di chiamare Veltroni e Rutelli per dirgli che se non me l’aumentano mi butto dal Colosseo». Stampa Articolo