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 2007  marzo 11 Domenica calendario

LIETTA TORNABUONI

ROMA
Cinecittà a settant’anni è vecchia, e quasi perduta per il cinema. La vita tripartita della fabbrica di film (Cinecittà fascista, americano-democristiana, televisiva) accompagnata da personaggi tutelari (Mussolini, Andreotti, Fellini), cominciò con un rogo devastante e misterioso, con il solito accordo romano tra palazzinari, banche, Demanio, Vaticano. Alle due del mattino del 26 settembre 1935, andarono a fuoco a Roma gli stabilimenti cinematografici Cines in via Veio, proprietà del costruttore e pioniere del cinema industriale Stefano Roncoroni. Luigi Freddi, gerarca fascista del settore, racconta che la notte stessa dell’incendio nacque Cinecittà: «Roncoroni accettò senza esitare la proposta che io avanzai subito: bisognava, italianamente, trar frutto dall’avversa fortuna, creando il meglio dalle rovine fumanti...».
Come aneddoto suona un po’ sommario, ma il fascismo aveva già troppo trascurato il cinema, Vittorio Mussolini figlio del dittatore adorava i film ed era rimasto incantato da una lunga visita a Hollywood, la sorella dell’amica di Mussolini Claretta Petacci voleva fare l’attrice, l’affare era vantaggioso per tutti. Il regio decreto-legge 172 del 3 gennaio 1936 stabilisce la creazione di un «centro industriale cinematografico». Lo Stato ci investe i primi 4 milioni, poi ne diventerà proprietario. Il governatore di Roma Giuseppe Bottai espropria l’area fabbricabile «per cause di pubblica utilità». Mussolini inaugura Cinecittà il 27 aprile 1937: la fabbrica di film è stata costruita in un baleno, 475 giorni, su progetto dell’architetto Gino Peressutti. E’ bellissima: i criteri di costruzione sono i più moderni e lo resteranno per decenni, lo stile razionalista è impeccabile. I teatri di posa sono, a lavoro compiuto, 16. Oltre ai servizi tecnici necessari, ci sono una piscina per le scene acquatiche, tre ristoranti, uffici, strade e piazze, tanti alberi, viali, giardini. Secondo il modello hollywoodiano, tutti i dipendenti sono stipendiati fissi di Cinecittà: 900 persone.
E cosa si produce? Commedie: su 279 film prodotti a Cinecittà fra l’aprile 1937 e il luglio 1943, 120 sono commedie. I film di propaganda politica o di guerra sono 17, mentre da 142 film sono rappresentati tutti gli altri generi. Commedie d’amore, di comicità, di equivoci, storie basate sull’inversione di personalità sociale (ricchi che si fanno passare per poveri, poveri che si spacciano per ricchi, marchesini travestiti da fattorini, maggiordomi scambiati per duchi, avvocati che si fingono il celebre tenore Lauri Volpi, minime truffe ordite ai danni d’un maragià).
A Mussoliniland la guerra sembra lontanissima. Cinecittà è il villaggio simbolico d’un mondo piccolo e servo, chiuso, soddisfatto di sè. Nei giardini del Dopolavoro vengono coltivati orti e allevati animali per rifornire i ristoranti, i divi cercano di eludere la disposizione che vieta l’uso dell’automobile, gli altri prendono il piccolo tram azzurro alla Stazione Termini. L’autarchia semplifica la vita di registi e attori ormai senza rivali: dal 1938 il fascismo ha bandito dal mercato italiano M.G.M., Warner Bros., Fox, Paramount.
Ma la guerra c’è. Nel 1943, dopo la caduta del fascismo, Cinecittà si vuota: i dipendenti, divenuti nel frattempo 1200, vengono tutti licenziati e liquidati. Uscito il cinema, nel caos dell’armistizio dell’8 settembre entra la gente del quartiere: portano via tutto, il legno da bruciare, il metallo da rivendere, gli animali da mangiare, i fili elettrici. Cacciata la gente, arriva l’esercito tedesco e inizia una spoliazione sistematica come quella compiuta in tutte le fabbriche di tutti i Paesi occupati. Arrivano i bombardamenti, i profughi: negli edifici a sinistra stanno i profughi italiani da Libia e Dalmazia, i raminghi senza casa, i settentrionali rimasti bloccati al Centro-Sud; negli edifici a destra stanno i profughi stranieri, slavi, austriaci, polacchi, persino cinesi, tedeschi che aspettano a Roma il visto d’ingresso in Sudamerica o in America. Ci vorranno anni perché trovino altri rifugi.
Il primo film che torna a essere girato a Cinecittà è Cuore di Duilio Coletti, da De Amicis, con Vittorio De Sica e Maria Mercader. Dieci anni dopo l’inaugurazione, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giulio Andreotti, 27 anni, visita con altri quel primo set. Dal fascismo ci si purga con la devozione (Fabiola, Cielo sulla palude), mentre il neorealismo porta i grandi registi a lavorare nella realtà. Andreotti fa approvare la legge che «congela» una parte degli incassi dei film americano in Italia, e da questi «fondi bloccati» nasce Hollywood sul Tevere, l’affluenza modernizzante e divertente di registi e star del cinema americano. Mentre Federico Fellini, prigioniero e padrone di Cinecittà, la rende famosa nel mondo e poi ne racconta un’agonia in Intervista, i costruttori romani rosicchiano i terreni della fabbrica di film. Assediata e schiacciata da enormi palazzi d’appartamenti. Cinecittà è di nuovo occupata: gli studi troppo costosi per i film (non tutti sono Scorsese) sono invasi dalla realizzazione di programmi televisivi, quiz, varietà, veline, ragazzetti, giochetti, balletti, musichette.