Jenner Meletti, la Repubblica11/3/2007, 11 marzo 2007
Comincio da lontano. Dall´inizio. Cioè dal 1854. E da quel tozzo, volgare irlandese, come lo descrisse un soldato dopo averlo incontrato in prima linea, che fu il capostipite
Comincio da lontano. Dall´inizio. Cioè dal 1854. E da quel tozzo, volgare irlandese, come lo descrisse un soldato dopo averlo incontrato in prima linea, che fu il capostipite. Un omaccione barbuto, con una voce da baritono e un intenso amore per i sigari e il brandy, non importa di che marca e origine, che mandò in bestia con i suoi dispacci ministri e generali in un´epoca in cui la stampa non raccontava la nuda realtà dei campi di battaglia. Parlo naturalmente di William Howard Russell, che descrisse le verità, dunque anche gli orrori, della guerra che considerava un inferno. Un inferno in cui si sentiva personalmente a suo agio. Fu il primo, forse il più famoso tra i primi, ma senza il telegrafo, inventato nel 1840, Russell non sarebbe diventato il capostipite dei corrispondenti di guerra, la cui comparsa è strettamente collegata alla nascita di quel mezzo di comunicazione moderno. Prima di Russell, e pure lui inviato speciale del Times di Londra, Henry Crabb Robinson segui la campagna napoleonica sull´Elba, nel 1807, ma le sue corrispondenze impiegavano almeno tre settimane per arrivare a destinazione, portate da diligenze e traghetti al di là della Manica. Il lettore riceveva notizie già vecchie. Inoltre si sentiva che erano frutto di testimonianze indirette. Russell si acquattava invece il più vicino possibile ai luoghi in cui si combatteva. Ce se ne accorge leggendo la descrizione (apparsa sul Times del 14 novembre 1854) della battaglia di Balaclava, che segui da un´altura, durante la guerra di Crimea. «I cavalieri avanzavano su due linee, affrettando l´andatura in prossimità del nemico... A milleduecento iarde l´intera linea nemica vomitò, da trenta bocche di ferro, un diluvio di fumo e fiamme attraverso il quale fischiavano i proiettili micidiali...». L´impatto dei dispacci di Russell sul lettore avveniva, mezzo secolo dopo quelli di Robinson, quando la battaglia era ancora in corso o si era appena spenta. Le sue parole erano affrettate, meno eleganti, meno soppesate di quelle di poeti e storici dedicatisi al millenario tema della guerra, ma erano calde, roventi, si sentiva che erano appena state scritte da un testimone diretto. Nell´era della televisione, nella nostra civiltà delle immagini, le parole scritte devono avere qualcosa di più. Allora erano tutto. William Howard Russell mori baronetto a ottantasei anni (nel 1907) e sulla sua bara c´era il Royal Victorian Order di cui l´aveva insignito Edoardo VII. Decorandolo il re gli aveva detto: «Non inginocchiarti Bill, basta che ti inchini». Tanta familiarità tra il giornalista e il potere era nuova. L´aveva conquistata nella tarda età insieme ai reumatismi. Trentenne, durante la guerra di Crimea, quando raccontò le sofferenze dei soldati, le condizioni dei feriti, la brutalità dei chirurghi, sollevò indignazione e proteste. Lord Raglan, comandante delle truppe britanniche, che pure si dimostrò poi ben disposto nei suoi confronti, vietò agli ufficiali di parlare con lui. E in patria non pochi lo accusarono di demoralizzare l´esercito e l´opinione pubblica, e di favorire cosi il nemico. Con Russell nasce il conflitto tra Verità e Sicurezza (o Interesse) Nazionale che ancora oggi accendono i corrispondenti di guerra con le loro testimonianze, se troppo veritiere e in contrasto con la propaganda e i segreti militari. Quelle di Russell dalla Crimea contribuirono comunque allo storico primo intervento della Croce Rossa su un campo di battaglia. Neppure dieci anni dopo, Russell fu un testimone sgradito anche in America, durante la Guerra di secessione. Raccontò la scomposta ritirata dei nordisti a Bull Run, in Virginia, e le autorità dell´Unione lo cacciarono dal Paese. Ma suscitò anche la collera dei conservatori inglesi ai quali pronosticò, sempre sulle colonne del Times, la sconfitta dei sudisti, con i quali erano schierati. Questo pesò probabilmente sullo smacco elettorale che Russell subì anni dopo, quando si presentò candidato conservatore nel sobborgo di Chelsea. La storia di Russell è esemplare, è la prova di come il corrispondente di guerra sia stato fin dalle origini un testimone (quasi sempre) sgradito. Resta tale, ossia scomodo, quindi efficace, se riesce a raccontare i fatti, sfuggendo non solo alle censure, adesso rese sempre più inoperanti dai sofisticati mezzi di comunicazione, ma anche ai condizionamenti. I quali sono infiniti. Vanno da quelli militari a quelli politici. Senza contare i pregiudizi personali. Russell era un conservatore che rivelava fatti contrari ai propri convincimenti. Se è obbediente, ligio ai regolamenti, o prigioniero di un´ideologia, il corrispondente di guerra non ha alcun peso. Può raccontare avvincenti avventure personali. Può arricchirle o inventarle. Russell poteva essere rissoso. Lo fu con un collega del Morning Herald (Nicholas Wood) che a suo avviso drogava con delle menzogne le corrispondenze di guerra. Non so chi avesse ragione. Ma capita spesso. Compio un balzo di cent´anni e mi sposto a Cuba. l´aprile 1961, sono più giovane di Russell in Crimea (mi sia perdonato il riferimento) e seguo una storia assai più modesta. La situazione in cui mi trovo potrebbe essere drammatica ma non lo è. Nella Baia dei Porci sono sbarcati i controrivoluzionari provenienti dalla Florida, armati dalla Cia e decisi a far fuori Fidel Castro sceso dalla Sierra Maestra un anno e mezzo prima. Ma i barbudos, i miliziani di Castro e Che Guevara, li hanno uccisi o catturati. Sono arrivato dal Messico con il primo aereo e alloggio all´Hotel Capri, da dove parto ogni mattina per raggiungere le zone in cui continua la caccia ai pochi controrivoluzionari superstiti. La maggior parte dei giornalisti sono bloccati a Miami e mandano corrispondenze basate su testimonianze indirette (come capitava a Robinson al seguito di Napoleone sull´Elba, nel 1807) degli esuli cubani anticastristi. Per loro l´Avana è in fiamme e Fidel introvabile. quel che dicono i giornali di mezzo mondo. Italo Pietra, direttore del Giorno, di cui sono l´inviato, mi telefona chiedendomi cosa sto facendo. un amico, è di solito paterno o fraterno, ma la sua voce è questa volta severa. il tardo pomeriggio e sto facendo il bagno nella piscina all´ultimo piano del Capri. Naturalmente non glielo dico. Dovrei spiegargli che sono appena ritornato dalla Baia dei Porci, ma per lui resterebbe il fatto che io sto nuotando mentre l´Avana è in fiamme, come pubblicano i quotidiani concorrenti. Su uno dei quali c´è persino il sensazionale reportage di un collega che, da «una base X», racconta di essere «ancora una volta nella mischia», cioè insieme ai guerriglieri sbarcati nella Baia dei Porci. Spiego che l´Avana è ai miei piedi tranquilla e assolata, senza la minima traccia di fumo. In quanto a Castro era presente al banchetto della sera prima, sulla piazza della Cattedrale, al quale partecipavano duecento ospiti. quanto ho raccontato nel mio articolo, apparso evidentemente assai sbiadito rispetto a quelli mandati da Miami. La telefonata col direttore cade nel pieno della conversazione e non riesco a recuperarla. Mi resta il dubbio. Sono stato chiaro? Ho spiegato bene la situazione? Immagino per un attimo, con smarrimento, la modestia del mio articolo rispetto a quelli sensazionali mandati dalla Florida. Rimpiango quasi di non averli scritti io. Poi mi riprendo, guardo l´Avana tinta di rosa dal tramonto tropicale e dico a me stesso: «C...., io sono sul posto». E un paio d´ore dopo mando un articolo in cui (come fece Russell con l´inviato del Morning Herald) spiego che i colleghi hanno scritto grandi balle da Miami. Passano un paio di giorni, e l´inviato (italiano), che si trovava «nella mischia» con i controrivoluzionari, ricompare. Gli chiedo come sia sfuggito alla cattura, poiché tutti quello sbarcati nella Baia dei Porci sono stati uccisi o fatti prigionieri. Risponde: «Ma va! Non mi sono mai mosso da Miami». Il guaio per chi deve raccontare i "corrispondenti di guerra" - questo è oggi il mio compito - è che non può evitare di parlare di se stesso. E l´esercizio implica una dose di retorica, che i toni bassi, leggeri, conditi di ironia, non riescono a cancellare del tutto. Non è il solo rischio. Già scivolo nel luogo comune, sono ridondante, se comincio col dire che giornalisti e scrittori sono spesso attratti dalle guerre "come le falene lo sono dalle fiamme". Eppure è (quasi) così. Perché in quella patologia sociale che è la guerra c´è di tutto: compreso l´inferno, e l´inferno, assai più del paradiso, si presta alle descrizioni. La battuta è ampollosa, ma vera. L´aprile cambogiano del 1973 fu più sinistro di quello cubano del ´61. il giorno del mio compleanno e sono a Phnom Penh, all´Hotel Royal. Il mondo, perlomeno i giornali, hanno dimenticato la guerra in Cambogia, che continua, ma con un´intensità da crociera. quasi Pasqua e i colleghi sono ritornati a casa, a Hong Kong o a Bangkok. Quelli rimasti passano le sere nella fumeria d´oppio di Chantal, dove più che drogarsi si chiacchiera. Abito a Singapore, ma in quei giorni preferisco la quiete opaca di Phnom Penh dimenticata. Al mattino entra trafelato nella mia camera Franco Ferrari. qui per la Rai e ha il diavolo in corpo. Franco è il più coraggioso, il più temerario dei corrispondenti italiani che ho conosciuto. Mi propone di fare un giro in elicottero. Il comandante dell´esercito cambogiano (generale Fernandez, forse con origine filippine) l´ha autorizzato a partecipare a un´operazione di cui non capisco subito l´obiettivo. Se l´avessi capito avrei declinato l´invito. Si tratta di portare con tre elicotteri a Takeo, una cittadina assediata vicino al confine vietnamita, le batterie per consentire alla guarnigione isolata di comunicare via radio con i B52 e i Phantom americani che bombardano i khmer rossi e impediscono che espugnino quell´importante posto avanzato. Parto dunque convinto di fare una pacifica incursione il giorno del mio compleanno. Due ore dopo mi ritrovo in una palude, vicino a due elicotteri che bruciano e il terzo che se ne va senza di noi. Con Franco Ferrari trascorro una settimana nella città assediata, tra i feriti che muoiono di cancrena, in un´atmosfera da Far West, con i soldati cambogiani che sparano dalle finestre contro i khmer rossi che non allentano l´assedio. un elicottero, con un americano a bordo, scortato da due caccia, che ci porta via poco prima di un tramonto tropicale meraviglioso, trafitto da una sparatoria più intensa dei fuochi di Piedigrotta. Quella di Takeo fu una storia disastrosa. Su tutti i piani. Al quarto giorno nella cittadina assediata, più che un reporter sul posto di lavoro mi sentivo uno che doveva uscire a tutti i costi da quella trappola micidiale. Non avevo neppure più la carta per prendere appunti. Davanti agli ufficiali cambogiani era indispensabile dimostrare una calma assoluta per essere rispettati. Era nata tra noi una certa solidarietà. Franco Ferrari era più che dignitoso, ma il suo abituale tic (contraeva lo zigomo destro) era sempre più frequente. L´aspetto più grave della vicenda di Takeo (come dimostra la mia corrispondenza pubblicata dal Corriere della Sera, del quale ero l´inviato in Estremo Oriente) fu tuttavia la mancata testimonianza sui khmer rossi. Non avevamo contatti con loro e godevano allora del prestigio che i giovani reporter attribuiscono a volte ai guerriglieri. A quei tempi non era ancora affiorata la ripulsa del fanatismo religioso, all´origine del cocktail guerriglia-terrorismo. Takeo rigurgitava di profughi e molti di loro erano sfuggiti alle stragi commesse dai khmer rossi. E raccontavano con dovizia di particolari le tragedie vissute. Ma nessuno faceva prigionieri. Né i nazionalisti né i khmer rossi. E di questi ultimi risaltava ai miei occhi non tanto la ferocia quanto la resistenza ai bombardamenti a tappeto dei B52 americani attorno a Takeo. Nella mia corrispondenza sottolineai quel coraggio, e non trassi dalle testimonianze dei profughi gli elementi, ben evidenti, che annunciavano il genocidio cambogiano, forse il più ampio, per il numero di vittime, dopo quello nazista. Con una formula elegante mi capita di scrivere che il cronista in una zona agitata può avere l´ingenuità di Fabrizio del Dongo a Waterloo. Come il giovane eroe stendhaliano vede tanti dettagli, la bella vivandiera e i baffi dell´ussaro, e soffre per il cavallo che l´ussaro gli ruba. E non si accorge che a Waterloo sta cambiando il mondo. Un´ultima annotazione. Il corrispondente di guerra non è una professione. un ruolo spesso eccezionale affidato a un giornalista, e nelle grandi occasioni a scrittori, a romanzieri anche celebri. Rudyard Kipling, già Premio Nobel, ha raccontato ad esempio la battaglia di Jutland, nel 1916. Vale la pena leggerla novant´anni dopo.