Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  marzo 11 Domenica calendario

Oltre mezzo secolo fa andammo a votare, nella sostanza, contro una legge che attribuiva un premio di maggioranza alla coalizione che avesse superato un certo quorum

Oltre mezzo secolo fa andammo a votare, nella sostanza, contro una legge che attribuiva un premio di maggioranza alla coalizione che avesse superato un certo quorum. E nei fatti la «legge truffa», come venne allora chiamata dalla sinistra, non potè essere applicata e, si disse, questo era un innegabile segno di democrazia. Oggi le posizioni sono completamente invertite. Si sbagliò allora? O si sbaglia oggi? O mi sto sbagliando io? Che cosa e come è cambiato? Attilio Zocca azocca@ email.it Caro Zocca, lei si riferisce alle elezioni politiche del 7 e 8 giugno 1953, durante le quali gli italiani votarono, per la prima e unica volta, con una legge elettorale che favoriva le alleanze fra i partiti e attribuiva alla coalizione vincente un premio pari al 64,5% della Camera. Se avessero superato di un voto il 50% dei votanti, la Democrazia cristiana e i suoi alleati (Partito socialdemocratico, Partito liberale, Partito repubblicano, Süd Tiroler Volkspartei e Partito sardo d’azione) avrebbero avuto diritto a 380 seggi. La legge era stata fermamente voluta da De Gasperi ed era il rimedio con cui il leader della Dc sperava curare un sistema politico che cominciava a soffrire delle peggiori sindromi italiane: governi instabili, coalizioni inquiete, lunghi tempi parlamentari. I comunisti e i socialisti cercarono di bloccare la legge in Parlamento con una valanga di emendamenti. Il leader comunista, Palmiro Togliatti, disse che l’opposizione li avrebbe ritirati soltanto se il governo avesse accettato di sottoporre la legge a un referendum popolare da tenersi durante le elezioni. De Gasperi respinse la proposta e la legge fu approvata. Ma i comunisti e i socialisti, al momento del voto, abbandonarono l’aula. La reazione delle opposizioni era comprensibile. Togliatti e Nenni sapevano che i loro partiti, se la legge fosse stata approvata, avrebbero avuto minori possibilità d’intralciare in Parlamento le grandi linee della politica di De Gasperi. Meno comprensibile, invece, fu l’opposizione di alcuni uomini politici democratici e di molti intellettuali (fra cui Piero Calamandrei, Epicarmo Corbino, Arturo Carlo Jemolo, Ferruccio Parri) a cui parve che De Gasperi commettesse in quella circostanza un reato di lesa democrazia. Non era vero. Ma il leader della Dc, dopo aver superato tutti gli scogli del Parlamento, perdette nelle urne. Quando si contarono i voti, si scopri che la coalizione guidata dalla Democrazia cristiana non era riuscita a raggiungere la maggioranza necessaria: le mancavano, per incassare il premio, 57.000 voti. Molti chiesero un nuovo conteggio, ma De Gasperi preferì evitare le tensioni che ne sarebbero derivate e accettò il risultato. Qualche mese dopo la legge fu revocata. Il fallimento della «legge truffa» ebbe due conseguenze negative. In primo luogo condannò il Paese a portarsi dietro per quarant’anni, come palla al piede, una legge elettorale che tenne in vita e incoraggiò a sopravvivere le molte famiglie politiche della società italiana. In secondo luogo la sconfitta cadde sulle spalle di De Gasperi e incoraggiò l’ala sinistra del suo partito a preparare il pensionamento del leader. L’uomo politico trentino aveva problemi di salute e morì un anno dopo. Ma sappiamo che il potere è spesso, come accadde per il cancelliere Adenauer, una sorta di elisir di lunga vita. Se l’Italia, come la Germania, avesse avuto alla sua guida, ancora per alcuni anni, il migliore dei suoi uomini politici, il Paese, forse, sarebbe diverso. Lei si chiede, caro Zocca, perché oggi gli eredi degli oppositori di allora siano pronti a prendere in considerazione, senza pregiudizi, una legge elettorale che prevede un premio di maggioranza per la coalizione vincente. La situazione, fortunatamente, è cambiata. Nel 1953 le sinistre, e in particolare i comunisti, sapevano di essere condannate per il momento al ruolo dell’opposizione e desideravano una legge che permettesse ai loro partiti di fare in Parlamento battaglie efficaci e, se possibile, paralizzanti. Oggi, anche se il nostro bipolarismo è zoppo e traballante, tutti sanno di poter conquistare il potere e sono maggiormente disposti ad accettare una legge elettorale che consenta di esercitarlo. *** Corriere della Sera, 18/3/2007 Caro Romano, in verità la «legge truffa» presentava un aspetto che poteva generare qualche perplessità e cioè il fatto che il premio di maggioranza fosse del 64,5%, praticamente la maggioranza richiesta per modificare la Costituzione senza passare per il referendum. Massimo Bassetti adrepans@libero.it • Per modificare la Costituzione senza la prospettiva del referendum confermativo occorre il 66,3%. E non è detto che una coalizione costituita per vincere le elezioni abbia sulla riforma della Costituzione lo stesso punto di vista.