Massimo Mucchetti, Corriere della Sera 11/3/2007, 11 marzo 2007
I conflitti d’interesse costituiscono l’avvolgente contraddizione che può minare dall’interno il capitalismo trionfante
I conflitti d’interesse costituiscono l’avvolgente contraddizione che può minare dall’interno il capitalismo trionfante. Ridotta all’osso, la resistenza del consiglio di amministrazione di Telecom Italia all’azionista Pirelli nasce proprio da questa preoccupazione: che Pirelli, la quale detiene l’80% di Olimpia, che possiede il 18% della compagnia telefonica, caldeggiasse tanto un accordo in esclusiva tra Telecom e la spagnola Telefonica, perché questa potrebbe comprare con sovrapprezzo dalla stessa Pirelli una parte delle sue azioni Olimpia. Il board presieduto da Guido Rossi, autore de «Il conflitto epidemico», vi ha colto il fumus di uno squilibrio tutto a vantaggio del socio eccellente e a danno dei soci minori. Uno squilibrio aggravato dal fatto che Marco Tronchetti Provera, presidente di Pirelli, ha fin qui comandato avendo investito pochissimo di suo, e dalla vacuità delle cosiddette sinergie: si è detto di 1,2-2 miliardi in 5 anni, senza mai dichiarare la fonte della stima né spiegare la natura delle sinergie né la loro distribuzione tra Telecom e Telefonica. La resistenza è stata decisa dal management e dai consiglieri indipendenti ai quali si è aggiunto Benetton che si trova nell’ambigua posizione di socio di maggioranza relativa in Telecom, perché intestatario del 20% di Olimpia, e di socio di minoranza in Olimpia, dove spesso è stato tenuto ai margini delle decisioni. Sul piano della governance, l’iniziativa degli indipendenti è tanto più rilevante quanto più, in passato, le loro posizioni erano appiattite sulla linea pirelliana, dettata, com’è ormai chiaro, più dalla necessità di rimediare all’ errore del 2001, quando Pirelli e Benetton entrarono nelle telecomunicazioni a un prezzo sbagliato, che da un disegno di sviluppo del business. La svolta vuol dire che le buone regole concorrono, magari in ritardo, ai comportamenti virtuosi. I consiglieri indipendenti possono essere considerati con scetticismo, ma a loro si addice la battuta di Churchill sulla democrazia: è un pessimo sistema, ma migliore di tutti gli altri. Questi professionisti possono formare un nuovo ceto da coltivare con cura per conferire maggior autorevolezza ai consigli: un obiettivo, questo, di interesse generale in un mercato finanziario condizionato da patti di sindacato e piramidi societarie come quello italiano. I consiglieri indipendenti e i sindaci possono essere indicati dallo stesso azionista di maggioranza o dalle minoranze. La prima modalità genera sospetti, ma pure la seconda, meritoriamente introdotta dallo Stato con le privatizzazioni e assai poco seguita dai privati in casa loro, può diventare una finzione. Le minoranze sono costituite dai fondi che faticano sempre di più a raggranellare la percentuale minima per presentare una lista. E comunque si espongono al rischio che una minoranza corazzata, forte di un 3-4% che vale miliardi, si presenti al voto di una grande società spiazzando i veramente piccoli. E’ accaduto in Telecom dove le Generali, secondo azionista di Pirelli e membro del suo sindacato azionario, hanno ottenuto un loro sindaco «di minoranza». E pure in Fiat, dove sempre le Generali e Mediobanca, collegate a Torino da mille fili, hanno piazzato un loro «controllore» come se fossero dei soci minori. Ora, con i regolamenti d’attuazione della legge sul risparmio, la Consob vorrebbe abbassare radicalmente la soglia per presentare liste di minoranza, spianare la strada ai fondi, e, al tempo stesso, impedire che presentino liste le parti correlate, ovvero le altre società del «padrone», e i soggetti comunque legati da patti parasociali anche in società terze. Non sarà molto, ma anche una lunga marcia comincia con un piccolo passo. ( con la consulenza tecnica di Miraquota) Il caso Telecom- Pirelli dimostra che regole fatte bene concorrono ad atteggiamenti virtuosi mmucchetti@corriere.it