Note: [1] Giovanni Porzio, Panorama 15/3; [2] A. Gu., Il Messaggero 7/3; [3] Guido Olimpio, Corriere della Sera 9/3; [4] Fausto Biloslavo, Il Giornale 8/3; [5] Michele Giorgio, Lettera22/il manifesto 8/3; [6] Giampaolo Cadalanu, la Repubblica 7/3; [7] Gab, 10 marzo 2007
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 12 MARZO 2007
La battaglia finale contro l’estremismo islamico non si combatterà in Iraq, in Iran o in Palestina ma sul suolo afghano. Ahmed Rashid, autore di numerosi saggi sui talebani: « qui che Al Qaeda si sta riarmando per rilanciare la guerra santa planetaria». [1] James Ingalls, autore di Bleeding Afghanistan: Washington, Warlords and the propaganda of silence (Dissanguare l’Afghanistan: Washington, i signori della guerra e la propaganda del silenzio): «Ogni giorno che passa i signori della guerra recuperano un po’ del loro potere, Karzai perde un po’ del suo, e le truppe di peacekeeping appaiono sempre di più come degli occupatori e non dei liberatori. Il passo perchè l’Afghanistan diventi un altro Iraq è oramai molto breve». [2]
Durante l’inverno l’armata dei seguaci di Osama Bin Laden e del mullah Omar ha reclutato e inquadrato nuove truppe, addestrate nei campi clandestini delle province meridionali e orientali di Kandahar, Zabul, Paktya, Nangarhar e Kunar, a cavallo delle porose frontiere con le aree tribali del Pakistan, mai domate dal governo di Islamabad. [1] Puntando all’«irachizzazione», i seguaci del mullah Omar hanno combinato le loro esperienze con quelle dei mujaheddin in Iraq, così, insieme a cariche esplosive sempre più sofisticate, sono comparsi gli attentatori suicidi. [3] Il generale Carlo Cabigiosu: «Ci sono delle cattedre ambulanti di terroristi che sono stati in Cecenia, in Irak, forse in Palestina e ancora prima in Bosnia. Si tratta di un esercito migrante di mujaheddin o combattenti del radicalismo islamico, che si muove da un’area all’altra di crisi importando le tecniche acquisite». [4]
A fianco dei talebani combattono centinaia di «stranieri» entrati in Afghanistan per sostenere la lotta contro Karzai, gli Stati Uniti e i suoi alleati. Michele Giorgio: «Una sorta di Brigata internazionale di Allah che ricorda quella che una ventina di anni fa si schierò, grazie anche alle forniture di armi provenienti dagli Stati Uniti, con i mujaheddin contro il regime di Kabul appoggiato dalle truppe sovietiche. Questa volta però a farne parte non sono in maggioranza arabi ma uzbeki, ceceni e pakistani». [5] Giovanni Porzio: «Un’eterogenea costellazione di cellule terroristiche e capi tribali, talebani irriducibili e mullah moderati, opportunisti politici e criminali di strada, signori dell’oppio e signori della guerra uniti da un preciso obiettivo: cacciare gli eserciti stranieri e riportare a Kabul il coranico vessillo bianco dell’Emirato islamico dell’Afghanistan». [1]
La situazione è disastrosa come viene dipinta? Cabigiosu: «Non lo ritengo ancora, ma i talebani hanno ripreso fiato. Come in tutti i conflitti di tipo asimmetrico non possono pensare di vincere sul piano militare, ma questi continui attacchi e punzecchiature, che provocano uno stillicidio di perdite, potrebbero fiaccare la volontà dei governi di mantenere i loro contingenti in Afghanistan». [4] Stanare i talebani dalla roccaforte di Helmand (confine col Pakistan), distruggerne le fonti di finanziamento, ricondurre all’ordine il regno dell’oppio nel sud Afghanistan: con questo programma la Nato ha lanciato martedì ”Achille”, la più massiccia operazione militare in terra afghana dal 2001 (4500 soldati della Nato - britannici, olandesi e canadesi - e un migliaio di governativi per anticipare la preannunciata offensiva di primavera degli ”studenti coranici”). [6]
Dopo la loro caduta, non ci furono significative reazioni ostili ai talebani nelle aree dove più forte era stata la loro egemonia politica, le province meridionali di Kandahar, Helmand, Zabul, Uruzgan, o quelle orientali di Nangarhar, Kunar, Paktya. Gabriel Bertinetto: «Gli studenti del Corano semplicemente rientrarono nei ranghi tribali e sociali. Accettati, ma non più temuti. Furono gli anni in cui la comunità internazionale ed il governo di Hamid Karzai persero il treno con il futuro. Si sperò che bastasse annunciare l’avvento della democrazia e del benessere per convincere la grande maggioranza degli afghani a rompere definitivamente con il passato. Ma le libertà politiche furono oscurate dalla corruzione, il progresso economico confinato a Kabul e poche altre zone». [7]
L’Afghanistan è facile da invadere ma difficile da controllare. Ingalls: «Invece che investire in armi, bisognava investire in centrali elettriche. E alle elezioni parlamentari del 2005 bisognava esercitare un vero controllo, invece si è permesso che i signori della guerra schiacciassero l’opposizione. E ora c’è un Parlamento diviso fra comandanti militari ed estremisti religiosi». [2] Franco Venturini: «Nessuna guerra è mai stata vinta ”contro” gli afghani. E per conquistarne il consenso servono tutti quei complementi civili (negoziati politici, aiuti economici effettivamente distribuiti, infrastrutture, sostituzione del reddito da oppio) che la comunità internazionale non è stata finora in grado di produrre». [8]
L’Afghanistan offre oggi molte diverse prospettive, a seconda del punto in cui ci si trova. Antonio Carlucci: «Guardando ai cinque anni trascorsi dalla cacciata dei talebani gli elementi positivi non mancano. Soprattutto di miglioramento delle condizioni di vita in una nazione dove la mortalità infantile è del 160 per mille (in Italia del 4,4 per mille) e dove l’attesa media di vita è di 43 anni (in Italia di 79 anni): dall’8 all’83 per cento la popolazione che ha accesso alla medicina di base; da 1,2 a 6 milioni di ragazzi e ragazze che ogni giorno vanno a scuola; da 189 a 299 dollari il reddito lordo pro capite in soli tre anni; 304 milioni di dollari di tasse riscossi dallo Stato, un segno che le istituzioni primarie cominciano a funzionare». [9]
Basta spostarsi un poco per vedere un Afghanistan diverso. Quello dei signori della guerra e dell’oppio. Dove i talebani hanno costruito il nuovo consenso. Renzo Guolo: «Come i ”signori della guerra” hanno lasciato coltivare il papavero. Il ”fiore rosso” non è più, come ai tempi dell’Ashura di Kandahar, il fiore del male, ma il mezzo di sussistenza per i contadini decisi a opporsi alla volontà eradicatrice della missione Isaf. In questi anni le forze speciali occidentali hanno cercato di distruggere le piantagioni, generando grande malcontento tra i contadini. Tra ”l’oppio dei popoli” e ”l’oppio per i popoli” non hanno visto troppe contraddizioni, così religioni e papaveri hanno marciato insieme». [10]
A primavera, intorno a Kandahar, il papavero da oppio segna strisce di verde-cupo tra le strisce di verde più blando. Guido Rampoldi: «Un pomeriggio tre contadini soavi m’insegnarono a incidere le grosse teste ovali dei papaveri con la lametta da barba fissata su un manico di legno, lo strumento chiamato nish. La secrezione rosa che sgorgava dalle cinque incisioni longitudinali, mi spiegarono pazientemente, si sarebbe rappresa durante la notte in una melassa scura; l’avrebbero raccolta all’alba, prima che il sole la solidificasse. I contadini mi dissero senza alcun imbarazzo i loro nomi e il motivo per il quale erano diventati produttori d’una sostanza che, di questo erano perfettamente consapevoli, in Europa avrebbe ucciso e rovinato esistenze. Ma il grano, spiegavano con la semplicità di chi discorra di normali attività produttive, rende molto meno del papavero, comunque non abbastanza per pagare, per esempio, la clinica a Quetta se i loro bambini si fossero ammalati». [11]
Secondo stime molto attendibili gli ettari di territorio afghano coltivati a papavero di oppio sarebbero 165 mila. [12] Con un raccolto che nel 2006 ha raggiunto la cifra record di 6.100 tonnellate, fa il 52 per cento del pil afghano. [1] Lawrence Korb, ex pilota della Marina che fu viceministro della Difesa durante la presidenza di Ronald Reagan, autore di una ventina di volumi di storia e strategia militare: «La missione Achille intende sradicare i raccolti, perché i proventi sono serviti ai talebani per finanziarsi. Ma facendo così si affamano i contadini. Che ci odieranno. Dovremmo prendere esempio dalla Turchia: negli anni Sessanta l’eroina mondiale veniva dai campi turchi. Oggi, grazie a un accordo con le Nazioni Unite, la Turchia produce il papavero per il mercato mondiale dei medicinali, come la morfina e e la codeina. Ne ricava 60 milioni di dollari all’anno». [13]
Il reddito complessivo per tutti gli afghani, compresi i talebani, i contrabbandieri, i funzionari corrotti e altri, fa 2,8 miliardi di dollari all’incirca. Bill Emmott: «Se vogliamo che funzioni il progetto di acquistare l’oppio da convertire in morfina, quel reddito complessivo dovrà essere rimpiazzato, a beneficio di tutti, talebani esclusi. Per i contadini, si tratterà di acquistare semplicemente il loro raccolto, ma sarà più difficile supplire agli introiti per il resto della popolazione. E questa operazione dovrà essere ripetuta ogni anno, e con la prospettiva di fornire prima o poi agli afghani un modo alternativo di guadagnarsi da vivere. I costi non sono impossibili: immaginiamo che si tratti di spendere qualcosa come 4 miliardi di dollari o più l’anno. Questo rappresenta grosso modo un ventesimo di quanto la sola America spende per la guerra in Iraq ogni anno». [14]
Tutti sanno che droga e terrorismo sono strettamente legati. Gianni Vernetti, sottosegretario agli Esteri con delega all’Asia. «Ma ancora per 10 o 15 anni né Kabul né gli organismi internazionali potranno mettere in piedi un sistema di controllo affidabile per risolvere, ad esempio, il fatto che l’oppio illegale renda 130-140 dollari al chilo contro i 25-30 di quello coltivato legalmente». Le vie da percorrere, per ora, restano il costruire un sistema giudiziario efficiente e la creazione di forze dell’ordine locali. [15] Carlucci: «Costruire un esercito, oggi composto da oltre 30 mila effettivi (l’obiettivo è di disporre di 82 mila uomini) in grado di garantire livelli decenti di sicurezza, significa anche cominciare a pensare alla riduzione del contingente militare straniero e destinare maggiori investimenti alla ricostruzione del Paese». Daan Everts, rappresentante Nato in Afghanistan: «Oggi un soldato del contingente Isaf costa 5 mila dollari al mese, escludendo gli equipaggiamenti militari e i costi della logistica per mantenerlo in questo Paese. Un soldato afgano costa soltanto 100 dollari». [9]