Raffaella Silipo, La Stampa 10/3/2007, 10 marzo 2007
RAFFAELLA SILIPO
Sarà che sta per arrivare il 19 marzo, San Giuseppe e i padri che hanno trascurato la famiglia per la carriera vengono colti da rimorsi tardivi nel sentire l’appello del presidente Napolitano. Sarà che andare in scena con il proprio erede, quasi fosse l’ultimo modello del prodotto-se stessi, equivale a darsi una bella rinfrescata all’immagine e allargare il proprio pubblico. O sarà semplicemente che hanno scoperto di essersi simpatici. Certo la coppia di spettacolo che oggi fa più tendenza è quella padre-figlio. Si sono appena spente le luci sulla performance di Roby e Francesco Facchinetti al Festival di Sanremo, con il loro «Vivere Normale» dove il padre si diceva il più emozionato (ma è stato il figlio a steccare): «Durante le prove ho avvertito qualcosa che non avevo sentito mai prima d’ora: un figlio è un impulso incontrollabile». Ed ecco che Bruno Vespa annuncia un programma in radio con il figlio Federico, «Raccontami».
Il conduttore di «Porta a Porta» racconterà appunto ogni venerdì su Rtl 102.5 la storia d’Italia al figlio, partendo dall’anno in cui è nato, il 1979. «Una sorta di alleanza generazionale - spiega il figlio - in casa abbiamo sempre litigato anche con toni molto accesi, ma lavorare insieme è stata una scoperta».
Alleanza generazionale
L’«alleanza generazionale» come la chiama Federico Vespa, è forse la versione aggiornata dei tempi in cui il lavoro si trasmetteva di padre in figlio, che si trattasse di avvocati o tabaccai: una tradizione che sembrava sparita dopo il ”68, la contestazione giovanile, il rifiuto del modello paterno. E invece proprio i ragazzi di quegli anni diventati genitori la ripropongono ai loro figli in modo strisciante, tanto che non si capisce mai bene tra i due chi sia il conservatore e chi il ribelle, chi prenda per mano chi. «Lettera per mio figlio che mi ha guardato cantare come se fossi io il figlio» canta Enzo Jannacci nell’ultimo album. Il figlio è Paolo, gran musicista, che nell’ombra del padre ha incominciato a suonare, ma adesso davvero lo prende per mano e sorride come un genitore condiscendente quando gli amici gli raccontano: «Tuo padre era un pazzo!».
Le colpe dei genitori
Non è sempre facile essere figli. Federico Vespa aveva tre anni ai tempi della vittoria Mundial in Spagna, dieci quando cadde il Muro di Berlino. «Tutte cose che mio padre ha raccontato, insomma è dura voler fare il giornalista e avere quel modello davanti. Allora non ci penso, parto dal basso e cerco di irrobustirmi. Quando arriveranno sfide più grandi spero che la gente dirà: ”Certo, è il figlio di Vespa, però è bravo”». E Francesco Facchinetti si vergognava con i suoi amici punk di un padre che rimava «cuore» con «amore» fin quando non è andato a un suo concerto dal vivo ed è rimasto sbalordito dall’entusiasmo che sapeva trasmettere al pubblico: «Cacchio, ho pensato, è mio padre!».
E non è sempre facile essere padri quando sono i figli a dare consigli, come Claudio Fossati, musicista nella band di Ivano (e anche fidanzato con la figlia di Fabrizio De André Luvi, qui l’Edipo c’è andato giù pesante) che instancabilmente fa sentire «la nuova musica» al padre per influenzarlo con i suoni più «giovani». Da che mondo è mondo, in fondo, i padri cercano un modo per reagire alla sofferenza mescolata di orgoglio nel vedersi soppiantati dai figli. E per un Piero Angela che la butta sul pratico, costruendo una vera e propria «factory» per la divulgazione in tv, c’è sempre un insuperabile Vittorio Gassman che dà corpo in scena ai suoi fantasmi più nascosti, uccidendo il figlio adolescente Alessandro in «Affabulazione» di Pier Paolo Pasolini. Ed è un segno dei tempi che oggi non ricadano tanto le colpe dei padri, sui figli, piuttosto le rime e i «Porta a Porta».
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