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 2007  marzo 10 Sabato calendario

UGO MAGRI

ROMA
Il ministro Vannino Chiti ha aspettato tutto ieri un segnale dal centro-destra: il Cavaliere è pronto a discutere con la maggioranza di riforma elettorale, o lavora al tanto peggio tanto meglio? La risposta sembrava arrivata a sera. Nel senso che Berlusconi avrebbe detto ai più stretti collaboratori di essere pronto a discuterne direttamente con Romano Prodi il 21 marzo, quando il premier e Chiti incontreranno la delegazione forzista nell’ambito delle consultazioni che iniziano martedì dalla Lega.
Sennonché Paolo Bonaiuti ha smentito di gran carriera: a incontrare il Professore Berlusconi non ci pensa nemmeno. Andranno i capigruppo. Di vero c’è solo che le idee su cui lavora Chiti non dispiacciono a Forza Italia: premio di maggioranza, sistema proporzionale, sbarramento contro i mini-partiti. Ma il Cavaliere non ha ancora deciso se dialogare sulla riforma (e farsene protagonista), o sperare nella fine rapida della legislatura.
L’unica certezza è che la pistola del referendum ha il colpo in canna. Alla raccolta di firme per abrogare la legge elettorale aderiscono da ieri ufficialmente le Acli, con le loro 8 mila strutture sparse sul territorio. Non è chiaro se i Radicali daranno un aiuto (Pannella frena ma Capezzone insiste). Qualunque cosa decidano, il quorum delle 500 mila sottoscrizioni sarà raggiunto. E chi coglie gli umori profondi del Paese, avverte il costituzionalista Stefano Ceccanti, ha pochi dubbi su come andrà a finire.
Di dubbi non ne ha nessuno Clemente Mastella. Il ministro della Giustizia, di fronte a un referendum puntato contro i partiti piccoli come l’Udeur, tira fuori a sua volta lo spingardone. «Per noi a questo punto è faccenda di vita o di morte», minaccia, «non ci faremo spingere nel precipizio del referendum, perché prima ci sarebbero le elezioni politiche...». Le sue parole danno idea della disperazione che attanaglia le forze minori. L’allarme è tale, che perfino chi tenta di sdrammatizzare viene preso a male parole.
E’ capitato a Piero Fassino, intervistato da Francesco Verderami su La7: il segretario Ds lavora per evitare il referendum, però non intende fasciarsi la testa neppure nel caso in cui dovesse svolgersi. Per esempio, non è che salterebbe il progetto di Partito democratico, precisa Fassino. E «se non c’è la riforma elettorale, il referendum rappresenta in ogni caso un fattore di innovazione», perché nel resto della legislatura ci sarebbe tempo per fare un’altra legge... Non l’avesse detto. Gennaro Migliore (Rifondazione) l’ha accusato di «far fibrillare il quadro politico». I Verdi hanno preso le distanze. Mastella, come s’è visto, minaccia la crisi di governo.
L’unico modo di scongiurare il peggio, va sostenendo Chiti, è un vasto accordo sulla nuova legge prima del 24 aprile, data in cui inizierà la raccolta di firme. Una volta trovata la quadra sul testo, le forze politiche dovrebbero «chiedere al comitato referendario il posticipo di un anno», in modo da concedere al Parlamento il tempo di far la legge. E se il Comitato rifiutasse il rinvio? Gli esponenti politici che ne fanno parte dovrebbero prendere le distanze, sostiene Chiti. Autore di un’intervista al Corsera che tutti hanno letto come un attacco frontale, in parte smentito, ai tre ministri pro-referendum (Parisi, Melandri e Santagata). Proprio Parisi gli risponderà secco, stamane su Radio 24, che «se abbiamo tutti lo stesso obiettivo, è facile trovare lo strumento. Ma abbiamo tutti lo stesso obiettivo?». Le proposte di Chiti piacciono poco agli ulivisti più convinti. I «Mortadella boys» (Gregorio Gitti in testa) promettono fuoco e fiamme. Con Franco Marini, presidente del Senato, che sente odore di arrosto e suggerisce: «Sarebbe meglio che su questa materia il governo dia pure il calcio d’inizio. Ma poi lasci la palla al Parlamento...».