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 2007  marzo 10 Sabato calendario

PIERO BIANUCCI

TORINO
Giusto preoccuparsi del petrolio. Ma l’acqua è un bene ancora più vitale e il suo prezzo sale altrettanto in fretta. Negli ultimi cinque anni l’incremento è stato del 27% negli Usa e del 32% nel Regno Unito. In Australia siamo a +45%, nel Sud Africa a +50. In Canada, che non sembra un Paese arido, +58. Dal 1997 in Tunisia il prezzo è più che quadruplicato.
L’Europa - e l’Italia - scoprono il problema acqua dopo due anni di siccità eccezionale. Emergenza, ha detto Prodi. Un brusco risveglio che ha riportato l’attenzione dei politici sul cambiamento climatico indotto dall’effetto serra antropico, cioè causato dalle attività dell’uomo. Ma su scala mondiale qualcuno se n’era preoccupato molto prima, con finalità opposte: da una parte scienziati e studiosi delle risorse planetarie come Lester R. Brown (Earth Policy Institute), dall’altro alcune multinazionali che dell’acqua, ribattezzata non a caso «oro blu», hanno fatto il business d’inizio millennio.
Di per sé la Terra è ricchissima di acqua. Peccato che sia poca quella disponibile, e che raramente si trovi nel posto giusto. Fatte uguali a una vasca da bagno le scorte idriche del pianeta, l’acqua dolce utilizzabile è meno di un cucchiaino. Il resto è acqua salata o cristallizzata nella calotta glaciale dell’Antartide o sperduta nelle profondità inaccessibili del sottosuolo.
Risultato: due miliardi di persone (quasi una su tre) non dispongono di acqua pulita in quantità sufficiente. Accade così che ogni giorno, direttamente o indirettamente, 30 mila abitanti dei Paesi più poveri muoiono per carenze idriche. Diecimila sono bambini. Non se ne vanno per la sete. Se li portano via la dissenteria e banali infezioni dovute a scarsità e cattiva qualità dell’acqua.
Sappiamo di chi è il petrolio e come funziona il mercato. Ma di chi è l’acqua? E’ giusto che abbia un mercato? O l’acqua, a parte le spese per attingerla e distribuirla, è un diritto, come (per ora) l’aria che respiriamo? Mentre i giuristi discutono, i fatti avanzano. Il 95% dell’acqua potabile è gestito da imprese locali. Alla produzione in media il prezzo è di mezzo dollaro al metro cubo. Poi si inseriscono gli intermediari. Succede come per la nostra frutta, che rende pochissimo al contadino e svuota il portafoglio del cittadino che la compra sotto casa. Così, l’acqua parte a mezzo dollaro e il poveraccio delle bidonville la paga 5 dollari al metro cubo (è il caso di Barranquilla, in Colombia, e di tante città sudamericane, africane, asiatiche).
Il 5% delle acque potabili è invece in mano a multinazionali, che spesso abbinano agli acquedotti la raccolta dei rifiuti e la distribuzione di gas ed elettricità. Qui comandano i francesi. In testa c’è la Veolia Water, nata dallo sconquasso di Vivendi. L’anno scorso, per esempio, ha avuto un giro di affari di 28 miliardi di euro. Gestisce acquedotti in Gran Bretagna, Germania, Europa Centrale, Asia, Africa, Medio Oriente. Altre multinazionali dell’«oro blu» sono la Suez-Lyonnaise des Eaux - serve 14 milioni di persone, due miliardi di euro il fatturato - e la Saur, che disseta 6700 Comuni e 6 milioni di persone da Parigi fino alle Antille. Tentacoli finanziari di questi colossi arrivano anche in Italia: a Latina tramite Caltagirone, che mette insieme cemento, acqua e giornali, in Toscana tramite una cooperativa, in Sicilia attraverso Enìa, ex municipalizzata di Reggio Emilia.
Insomma, l’emergenza acqua è un problema di risorse naturali ma anche, forse soprattutto, un problema di finanza. Il primo punto non dipende dall’uomo, il secondo sì. Dovremmo almeno incominciare a usare l’acqua per ciò che è: un bene già oggi scarso che domani sarà raro. Un bene intrinsecamente diverso dal petrolio. Perché l’acqua, più che con una merce, si identifica con un diritto. In molti casi il diritto alla vita. Ogni 7 secondi un bambino muore per carenza d’acqua.
Da quando avete iniziato a leggere questo articolo ne abbiamo persi 20. Intanto beviamo acqua in bottiglia, non migliore di quella del rubinetto ma 100 volte più cara.
L’acqua utilizzabile per gli esseri umani non è soltanto poca, ma anche mal distribuita: i dati rivelano che appena una decina di nazioni, concentrate nell’emisfero Nord del Pianeta, controllano il 60% di tutta l’acqua dolce. E l’acqua dolce che possiamo sfruttare è in realtà limitatissima: appena lo 0.3%, visto che il resto è intrappolato nei ghiacciai oppure si trova in zone difficilmente accessibili, come le grandi profondità. Quanto al resto, vale a dire il 97,5%, è «inquinato» dal sale.2,5
I litri per il corpo
E’ la quantità di cui ha bisogno il nostro organismo per la pura sopravvivenza.
220
Il consumo pro capite
Sono i litri quotidiani che, in media, ogni italiano consuma. Il 23% va nelle pulizie personali, il 14 nel lavaggio di vestiti e stoviglie, il 13 in cucina, il 28 negli sciacquoni, il 14 in innaffiature e l’8 si perde negli impianti.
1.000
Lo spreco nei campi
Da mille a 2 mila chili di acqua: è quanto è necessario per produrre un chilogrammo di grano, di mais o di riso, mentre si sale a 5 tonnellate per un chilo di carne.
311
Via alle superdighe
E’ il numero record di dighe in costruzione in Cina, tra cui quella contestatissima sul Fiume Azzurro.


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