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 2007  marzo 10 Sabato calendario

ALBERTO PAPUZZI

Tutto è cominciato trent’anni fa con il rapimento da parte delle Brigate Rosse del magistrato genovese Mario Sossi, pubblico ministero al processo contro il gruppo terroristico XXII Ottobre. Che cosa è cominciato? La grande spaccatura, l’irriducibile divisione dell’Italia e degli italiani - governo, istituzioni, partiti politici, organi d’informazione e comuni cittadini - tra quelli che sono favorevoli alle trattative e quelli che sostengono la linea della fermezza. una frattura che percorre questi trent’anni, come un fiume carsico le cui acque impetuose affiorano in momenti di emergenza del Paese e rischiano di travolgerlo, per la violenza con cui riescono a suscitare dubbi sia nella società politica sia in quella civile. Ma è anche una contrapposizione che si avvolge attorno a quello stereotipo della vita italiana per cui ci si schiera ossessivamente su tutto: dagli innocentisti e colpevolisti per i casi processuali che fanno epoca ai bartaliani e coppisti nel ciclismo a quelli pro Mazzola o pro Rivera nel calcio.
Che cosa accade trent’anni fa, anzi per l’esattezza trentatré anni fa? I brigatisti che hanno sequestrato il magistrato Mario Sossi, il 18 aprile 1974, chiedono la liberazione di otto detenuti appartenenti appunto al gruppo XXII Ottobre. Fanno sapere che il pubblico ministero è condannato a morte, solo lo scambio può salvarlo. In questo primo episodio lo scontro si verifica tra due poteri dello Stato, all’interno degli stessi organismi giudiziari. Infatti la Corte d’appello di Genova concede la libertà provvisoria, e anche il nullaosta per il passaporto, agli otto detenuti del gruppo terroristico sotto processo. Il magistrato rapito viene liberato, ma il procuratore generale Francesco Coco si oppone alla liberazione degli otto detenuti. Due anni dopo, l’8 giugno 1976, sarà ucciso con gli uomini della scorta in un agguato delle Br che è senza dubbio una punizione, una vendetta per il suo atto di fermezza.
Succedeva in una Italia avviata a sperimentare gli anni bui, gli anni di piombo. Era il tempo, tanto inatteso, imprevisto quanto perciò drammatico, della contestazione violenta di Luciano Lama. Il tempo in cui a Torino le Br assassinavano il presidente dell’ordine degli avvocati Fulvio Croce, perché avrebbe dovuto designare i difensori d’ufficio al processo dei brigatisti. Un episodio, in sé scarsamente rilevante, il sequestro misterioso di Guido De Martino, figlio dell’ex segretario del Psi, a Napoli nel 1977, e concluso col pagamento di un miliardo di lire, mette in luce la posizione dei socialisti come fautori della trattativa, come avversari della fermezza. Il momento chiave di questa scelta sono i cinquantacinque giorni del rapimento di Aldo Moro, presidente della Dc, dopo l’uccisione dei cinque uomini della sua scorta, il 16 marzo 1978. Anche in questo caso i brigatisti propongono uno scambio: la vita di Moro contro la liberazione di 13 terroristi. Il Pci di Berlinguer è assolutamente contrario. Il Psi di Craxi è favorevole. La Dc si spacca: alcuni leader di grande autorità, come Fanfani, appoggiano il negoziato. Si pensa di usare lo strumento della grazia, si propone un riesame delle carceri speciali. Anche i giornali e i giornalisti si dividono, se dare spazio o meno ai proclami dei terroristi. Se riconoscerli o rifiutarli come interlocutori. una fase indimenticabile, per il coinvolgimento di politici e intellettuali, come di comuni cittadini. Va in scena il grande teatro della politica italiana, che fa esplodere il suo carico di passioni, retorica, trasformismi, seduzioni. La vicenda è aggravata di risvolti emotivi, di dubbi morali, di polemiche personali, per le numerose lettere di Moro che le Br fanno pervenire. Chi dice che non sono credibili, perché scritte in stato di prigionia, chi ne vede l’autenticità. Leonardo Sciascia, raffinato intellettuale che si schiera a favore della linea della flessibilità, ne trarrà un dossier. I sostenitori della fermezza, comunisti e dc di sinistra, ritengono che trattare vuol dire riconoscere politicamente i brigatisti. Accettare il ricatto avrebbe il senso di una resa dello Stato.
Dopo quel clou tragico e teatrale, niente è più stato come allora. Ma il confronto, la spaccatura, il braccio di ferro tra trattative e fermezza, tra ragione politica, ragion di Stato e preoccupazione per la vita delle vittime di sequestri è riapparso di colpo sulla scena, diventata internazionale, dopo l’11 settembre, e dopo le dichiarazioni di guerra contro i Talebani e Bin Laden. La storia italiana continuava a arrotolarsi sugli stessi interrogativi: accettare i ricatti che avevano per posta la vita dei sequestrati, mobilitando tutte le risorse disponibili, o respingere qualsiasi possibilità di venire a patti con il terrorismo, anche se questo può costare un prezzo in vite umane?
Ancora una volta l’Italia si è divisa, nel caso in particolare di quattro sequestri, avvenuti nelle terre esotiche bruciate dalla guerra angloamericana: Maurizio Agliana, Umberto Cupertino, Fabrizio Quattrocchi, Salvatore Stefio, probabilmente quattro guardie private, rapiti il 13 aprile 2004, liberati dopo due mesi, meno Quattrocchi barbaramente giustiziato davanti a una telecamera; Simona Pari e Simona Torretta, rapite il 7 settembre 2004, liberate dopo una ventina di giorni; Giuliana Sgrena, giornalista del manifesto, rapita il 4 febbraio 2005, liberata esattamente dopo un mese, con la tragica morte di dell’ispettore Calipari; Clementina Cantoni, rapita il 16 maggio 2005, liberata dopo quasi un mese. Per tutti questi sequestri si è parlato di trattative e di riscatti. Ma c’è una differenza con il passato. Intanto allora trattare o non trattare era una discussione che si faceva alla luce del sole, mentre adesso tutto avviene nella clandestinità d’azione dei servizi segreti. Ci sono in queste storie un po’ di ipocrisia e un po’ di cinismo, oltre anche ad abilità e coraggio. Di conseguenza nell’opinione pubblica la contrapposizione non è stata tanto fra pagare un riscatto per salvare delle vite o rifiutare patteggiamenti che nobilitassero i sequestratori. E’ stata piuttosto fra chi credeva che i riscatti venissero comunque pagati e chi era disposto ad accettare le assicurazioni contrarie di ministri, militari, diplomatici.
La divisione storica si è riproposta in un ambito in cui ognuno giocava la sua parte e nessun governante, nessun leader ha mai detto apertis verbis non pagheremo mai. Si è sentita anche la voce di chi diceva neppure tanto di nascosto: avrebbero fatto meglio a starsene a casa loro. Una polemica clandestina, che ha messo in mostra un’Italia più vecchia e meno appassionata. Mentre quelli che hanno voluto dare credito alla linea della fermezza, lo hanno fatto per difendere, nonostante tutto, la tenuta della macchina dello Stato, la credibilità dell’immagine dell’Italia.