Massimo Gramellini, La Stampa 10/3/2007, 10 marzo 2007
La Camera ha approvato la riforma delle pensioni con 408 voti a favore, 169 contrari e 4 astenuti. Ogni tanto i politici riescono ancora a stupirci
La Camera ha approvato la riforma delle pensioni con 408 voti a favore, 169 contrari e 4 astenuti. Ogni tanto i politici riescono ancora a stupirci. Le proteste dei sindacati e delle lobby non hanno corroso la maggioranza né rallentato l’iter della legge. Ma soprattutto non sono riuscite ad avvolgere il testo in quel nodo scorsoio di commi, eccezioni e subordinate che da sempre strangola nella culla qualsiasi provvedimento si metta in testa di cambiare sul serio qualcosa. Questa riforma è limpida come un torrente alpino non ancora affittato da una discarica: dispone che i nati dal 1 gennaio 1964 in poi possano andare in pensione a pieno diritto solo a 67 anni, mentre per tutti gli altri continuerà a valere il vecchio limite dei 65. Punto e fine. Spariti gli scaloni e gli scalini, e anche tutte quelle tabelle liberamente ispirate ai geroglifici che per anni hanno macchiato in maniera incomprensibile le pagine dei giornali. La situazione non era mai stata tanto chiara. Adesso i cittadini sanno che dal 2029 il traguardo della vita lavorativa si sposterà in avanti di due anni. Non sarà facile tenere in piedi l’economia di un Paese in cui si nasce sempre di meno e si muore sempre più tardi. Ma decisioni come questa restituiscono almeno la speranza in una politica adulta, capace di prendersi delle responsabilità e di farlo con chiarezza. Telefonerò a un mio conoscente che lavora al Parlamento tedesco per fargli i complimenti.