Sergio Romano, Corriere della Sera 10/3/2007, 10 marzo 2007
Da cultore dilettante di storia avrei una domanda: a quanto ne so la Germania nazista non manifestò mai mire annessionistiche nei confronti della Svizzera, o almeno della sua parte germanofona
Da cultore dilettante di storia avrei una domanda: a quanto ne so la Germania nazista non manifestò mai mire annessionistiche nei confronti della Svizzera, o almeno della sua parte germanofona. La cosa mi ha sempre incuriosito in quanto uno dei cardini della politica estera hitleriana era la riunificazione in un solo Reich dei popoli di lingua tedesca: infatti prima dello scoppio della guerra ci furono l’annessione dell’Austria, poi dei Sudeti e del territorio lituano di Memel. Dubito che ciò sia dipeso da scrupoli di ordine morale nel violare la storica tradizione di neutralità della Confederazione elvetica. Se le cose stanno effettivamente in questi termini, quale ne fu secondo lei il motivo? Luca Falzoni lufalzo@tin.it Caro Falzoni, negli armadi dello Stato maggiore tedesco e di quello italiano esistevano certamente i piani per l’invasione della Svizzera e per la sua spartizione. Se ne avesse avuto le intenzioni, Hitler, nella primavera del 1940, avrebbe potuto dare ordine alle forze armate del Reich di occupare il territorio svizzero per attaccare la Francia da sud-est. Non lo fece, probabilmente, perché l’operazione non era strategicamente indispensabile e avrebbe sottratto alla guerra le forze necessarie al controllo di un altro Stato occupato. Ma la ragione principale, con ogni probabilità, fu il timore che l’operazione non sarebbe stata indolore. La Svizzera era una «nazione armata», composta da cittadini soldati che venivano periodicamente richiamati alle armi per corsi di addestramento e conservavano nelle loro case, per antica tradizione, il fucile ricevuto al momento del loro primo servizio militare. L’esercito della Confederazione avrebbe dovuto cedere agli occupanti buona parte del territorio nazionale, ma si sarebbe ritirato in un ridotto fortificato tra le montagne, nel centro del Paese, e avrebbe resistito. Non valeva la pena di aprire un altro fronte quando le vere priorità della politica hitleriana erano altre: la guerra contro la Gran Bretagna e, in prospettiva, quella contro l’Unione Sovietica. Una volta superata la fase critica del 1940, la Germania dovette avere la sensazione che un Paese neutrale, nel mezzo dell’Europa, avrebbe presentato qualche vantaggio per l’economia del Reich, per i suoi operatori finanziari, per la sua diplomazia e per i suoi servizi d’informazione. La Svizzera, dal canto suo, evitò di provocare la collera tedesca e si adattò a qualche accomodamento. Era circondata dalle potenze dell’Asse. Aveva bisogno d’importazioni per i consumi della sua popolazione e le esigenze della sua industria. Viveva di commercio e finanza. Poteva forse trattare i suoi vicini come potenziali nemici? Quando le fu chiesto di permettere che il suo territorio venisse attraversato da convogli ferroviari che collegavano la Germania all’Italia, dovette acconsentire. Quando la Banca centrale tedesca le inviò, per la necessità delle transazioni finanziarie, un certo numero di lingotti, li accolse nei suoi forzieri, anche perché non poteva sapere allora che in quei lingotti vi era l’oro strappato alle comunità ebraiche europee. Il suo stile e la sua linea politica seguirono l’evoluzione della guerra. Sino a quando non poté essere certa che la Germania avrebbe perduto la partita, dovette piegarsi ad alcune delle sue esigenze. Poi, quando fu chiaro che la disfatta del Reich era ormai all’orizzonte, raddrizzò la sua politica e fu più accogliente per coloro che cercavano rifugio nel suo territorio. Ma in ultima analisi dovette la sua indipendenza a se stessa e alla fermezza con cui avrebbe combattuto per salvaguardarla.