Cristopher Hitchens, Corriere della Sera 10/3/2007, 10 marzo 2007
«Guarda come si amano i cristiani!», era questa l’esclamazione secolare davanti al fratricidio tra Cattolici e Protestanti, per non parlare degli scismi all’interno della stessa Chiesa cattolica e le aspre contese tra le diverse scuole del Calvinismo
«Guarda come si amano i cristiani!», era questa l’esclamazione secolare davanti al fratricidio tra Cattolici e Protestanti, per non parlare degli scismi all’interno della stessa Chiesa cattolica e le aspre contese tra le diverse scuole del Calvinismo. Quando i Battisti di Danbury, nel Connecticut, scrissero al presidente Thomas Jefferson per implorare la sua protezione contro le persecuzioni, e ricevendone in cambio la celebre risposta che esisteva «un muro di separazione tra Chiesa e Stato», erano i Congregazionalisti del Connecticut che i Battisti temevano per la loro intolleranza. All’interno dell’Islam, queste linee divisorie sono molto più accentuate. La rivalità tra Sunniti e Sciiti (che cela numerose e velenose derive tra le diverse interpretazioni e autorità in entrambi i campi) è diventata uno dei fenomeni più preoccupanti del mondo contemporaneo. Sui siti Web che offrono consigli ai fedeli, sia Sunniti che Sciiti si rivolgono ai loro imam e ayatollah per chiedere se è lecito ammazzare un membro della setta opposta. Nelle università americane, i gruppi di studenti islamici oggi si evitano, a motivo dell’appartenenza settaria. Quasi ogni giorno in Iraq salta in aria una moschea o si fa strage di fedeli alle processioni religiose, il tutto per mano di altri musulmani. Episodi simili, ma che raramente approdano all’attenzione internazionale, si verificano anche in Pakistan quasi ogni settimana. E tra non molto questi scenari rischiano di ripetersi anche in altri Paesi: difatti la setta Alawita, che governa la Siria (gli Alawiti sono una corrente dello Sciismo) si prepara all’ennesimo scontro con i Fratelli musulmani sunniti, e le minoranze sunnite in Iran entrano in fermento sotto l’oppressione della dittatura sciita che regge il Paese. Lo scisma non appare di natura dottrinale, poiché nasce da una disputa dinastica del settimo secolo sulle disposizioni testamentarie del Profeta Maometto. Ma le dispute tra Sunniti e Sciiti in pratica hanno lo stesso effetto. Tutti coloro che pregano nei santuari di uno dei dodici imam, o che prevedono il ritorno del dodicesimo imam «nascosto», agli occhi dei Sunniti sono idolatri. Mentre coloro che non riconoscono il martirio di Hussein, nipote del Profeta, sono seguaci di califfi terreni destinati a scomparire, secondo gli Sciiti. Potrebbe sembrare una storia avvincente, se non fosse che molti Stati dominati dai Sunniti tremano all’idea delle future possibilità termonucleari dell’Iran. Pertanto gli estremisti sunniti Wahhabiti e la scuola takfir che formano il nocciolo di al-Qaeda sono stati furbissimi a cogliere l’occasione per dichiarare guerra allo Sciismo. Hanno reso pressoché invivibile la vita in Iraq e distrutto ogni prospettiva di una democrazia federale. Ma ci sono prove che persino Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri abbiano detto al loro defunto fratello Abu Musab al-Zarqawi di tenere a freno la situazione. Per quanto possa apparire meritevole spedire all’inferno gli eretici, il prezzo da pagare, a lungo termine, per un bagno di sangue inter-islamico risulta troppo elevato. Ho incontrato alcuni conservatori intransigenti che dicono: «E allora? Se gli islamisti si massacrano tra di loro, a noi che ce ne importa?» E’ molto importante invece respingere questo genere di «pensiero». Le guerre di religione sono la peggiore disgrazia che possa capitare a qualsiasi società e oggi esse hanno tutti i mezzi per propagarsi ad altre società, anche se non direttamente coinvolte. Per la maggior parte, la politica americana in Iraq è stata molto attenta a questo aspetto e ha lavorato sempre alla ricerca di un compromesso; di recente sono morti diversi soldati americani per mettere in salvo alcuni leader sciiti moderati da un attentato per mano di una milizia sciita di ispirazione messianica. Persino dove questa politica ha fallito – come nella vergognosa esecuzione di Saddam Hussein – l’ambasciata americana ha sollecitato il governo di al-Maliki a non eseguire la condanna a morte nel giorno festivo di Eid ul-Adha, per non umiliare i Sunniti. Non è più possibile lasciarsi tentare, né moralmente né politicamente, dal «dividi e domina». Tuttavia, questa guerra interna all’Islam ha un significato preciso nel più ampio scontro culturale. In tutto il mondo non islamico, sentiamo da ogni parte reclamare «rispetto» per coloro che credono nelle verità letterali del Corano. E noi dobbiamo stare attenti a quello che diciamo dell’Islam, per non rischiare di recare «offesa». Un buon numero di pensatori e scrittori occidentali oggi vive sotto scorta o finisce in tribunale per non aver osservato questo tabù con la dovuta cautela. Un termine stupido – islamofobia – è entrato in circolazione per suggerire che un turpe pregiudizio si nasconde dietro qualunque critica al messaggio «infallibile» dell’Islam. Ebbene, questo sciocco masochismo deve finire. Ci sono stati spiacevoli incidenti, provocati da individui ignoranti, in reazione ad alcuni episodi di terrorismo islamico. Ma nessun laico e nessun cristiano si è mai macchiato dell’incendio di una moschea. Ma dove sono le rimostranze e le denunce da parte delle massime autorità sunnite e sciite davanti alle violenze e alle torture che ogni giorno vengono inflitte ai loro correligionari islamici? Davanti alla profanazione quotidiana dei luoghi e dei libri sacri? Questa crescente ferocia merita certamente una condanna, molto di più di qualche vignetta satirica danese o qualche falsa diceria sulla profanazione di una copia del Corano a Guantanamo. Il mondo civile – sì, questa è la parola esatta – dovrebbe trovare la propria voce per dichiarare con fermezza ai leader e ai fedeli musulmani che il rispetto va meritato e non imposto con le minacce. In altre parole, si potrebbe dire: «Guardate come si rispettano i musulmani tra di loro!». Ho scritto che il Congresso ha varato il provvedimento per la liberazione dell’Iraq dietro iniziativa del governo Clinton. In realtà, il disegno di legge era stato presentato alla Camera dei Rappresentanti da Benjamin Gilman ed era passato con 360 voti a favore e 38 contrari. Gilman lo aveva redatto d’accordo con la Casa Bianca, che appoggiava l’iniziativa. Avrei dovuto dare atto a tutti coloro, dai senatori Kerry e Lott a Lieberman e McCain, che si erano espressi a favore della legge, proprio per costringere il governo Clinton ad assumersi le proprie responsabilità. Nell’ apporre la sua firma al decreto (dopo l’approvazione unanime al Senato), Clinton si era espresso in termini di assoluta serietà riguardo questa misura. Pertanto coloro che oggi preferiscono ripudiare il voto dato in passato, dovrebbero andare a rivedere le posizioni del 1998. © 2007 Christopher Hitchens Distributed by New York Times Syndicate Traduzione di Rita Baldassarre