Ivo Caizzi, Corriere della Sera 10/3/2007 Giuseppe Sarcina, Corriere della Sera 10/3/2007 Roberto Bagnoli, Corriere della Sera 10/3/2007 Marco Zatterin, La Stampa 10/3/2007, 10 marzo 2007
ARTICOLI SULL’ACCORDO DI BRUXELLES RELATIVO ALLE ENERGIE RINNOVABILI
CORRIERE DELLA SERA - BRUXELLES – Il Consiglio dei capi di Stato e di governo dei 27 Paesi membri dell’Ue, presieduto dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, ha trovato un incoraggiante accordo complessivo sulla riduzione delle emissioni inquinanti e sullo sviluppo delle energie rinnovabili per frenare il pericoloso surriscaldamento del clima. Il premier Romano Prodi ha affermato soddisfatto che l’introduzione degli impegni «vincolanti» dell’Europa impongono ora svolte «radicali» nei Paesi e «un cambiamento profondo della politica energetica e industriale italiana». In arrivo si annunciano ingenti investimenti nella ricerca e nelle energie «pulite», come quella solare e i biocarburanti.
La decisione di portare le energie rinnovabili al 20% dei consumi dell’Ue entro il 2020, secondo Prodi, obbliga a evitare che «come è avvenuto con il Protocollo di Kyoto, l’Italia si trovi impreparata». Il premier ha annunciato per i prossimi giorni «una task force di tutti i ministri interessati» e «una mobilitazione straordinaria» sull’energia rinnovabile. «Noi siamo estremamente arretrati in questo settore», ha ammesso Prodi, applaudendo la Germania come esempio e aggiungendo che «non è troppo tardi per inserirsi nell’energia solare di ultimissima generazione». L’Italia ha sollevato due problemi: interventi comunitari per favorire la ricerca sulle fonti pulite e armonizzazione degli incentivi fiscali perché sono necessari «aiuti pubblici». Ha anche sostenuto le deroghe per le aziende ad alto consumo di energia per evitare che i maggiori costi, inizialmente imposti dalle rinnovabili, possano ridurre la competitività.
Il presidente francese Jacques Chirac e il premier britannico Tony Blair hanno definito «storico» il vertice a Bruxelles, nonostante siano stati fissati obiettivi solo generali e un po’ inferiori a quelli chiesti dall’Europarlamento. Deroghe nazionali nell’impegno complessivo del 20% sulle energie pulite sono state introdotte dalla Merkel per superare l’opposizione di numerosi governi. Polonia e Slovacchia ritenevano eccessivi i costi per passare dal carbone e dal petrolio alle fonti rinnovabili. La Francia, che ha puntato massicciamente sulle centrali atomiche, pretendeva di calcolare l’energia nucleare con le rinnovabili in quanto valida nella riduzione di anidride carbonica (C02). Germania, Austria e Italia, che hanno abbandonato il nucleare (anche per i rischi delle scorie radioattive), si sono opposte. Il compromesso ha così rimandato alla Commissione europea di Josè Manuel Barroso una flessibile definizione dei vincoli nazionali in base alle esigenze specifiche. C’è poi un problema giuridico perché i Trattati non delegano a Bruxelles le competenze energetiche. La Merkel ha ammesso che la Commissione ha davanti impegni «molto difficili», ma ha tratteggiato il futuro di un’Europa con stile di vita «verde» e risparmi energetici dalle lampadine ai trasporti. Ha soprattutto rimarcato che l’Ue ha assunto la guida mondiale nella campagna contro l’inquinamento e il surriscaldamento del clima. I biocarburanti dovranno arrivare al 10% del totale Ue entro il 2020. Alla stessa scadenza i gas serra dovranno essere ridotti del 20% (dall’attuale 7%), con estensione al 30% se accetteranno eguale obbiettivo gli Stati Uniti di George Bush (il più grande inquinatore mondiale), Russia, Cina, India e altri Paesi in via di sviluppo, tutti restii a investire per l’ambiente. L’appuntamento è già fissato a giugno al vertice in Germania degli otto Stati più ricchi (G8), a cui la Merkel intende invitare anche Cina, India, Brasile, Messico e Sud Africa. (Ivo Caizzi)
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DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BRUXELLES – L’accordo sull’energia è sicuramente importante, ma forse è ancora presto per definirlo «storico», come proclama il presidente della Commissione Josè Manuel Durao Barroso. Gli europei, dopo lo spavento del Capodanno 2006, quando la Russia di Putin chiuse il rubinetto del gas, si sono finalmente convinti a collaborare in un settore considerato finora dominio esclusivo della sovranità nazionale.
L’intesa si presenta bene anche nel punto più controverso: obiettivo «vincolante» di portare la quota di energie rinnovabili (sole, vento, biomasse) dall’attuale 6% al 20% sul totale del fabbisogno. Il problema, però, è che tutti i leader si sono impegnati sulla «media europea», ma nessuno ha voluto che si mettesse in discussione la propria politica nazionale. Il compito più difficile tocca alla Commissione: negoziare porta a porta con le capitali quanto ogni governo debba modificare il «mix energetico» per dare spazio (cioè soldi, investimenti) alle «rinnovabili». Dalle tabelle risulta che solo quattro Paesi (Lettonia, Svezia, Finlandia e Austria) utilizzano già oggi oltre il 20% di energia innovativa. Ma questi numeri hanno un peso relativo, poiché si guarderà non solo alla quota di rinnovabili già esistente, ma a quella che si potrebbe raggiungere (il «potenziale»). Sì, ma come? E qui viene il difficile, specie se si prendono in considerazione le scelte dei sette grandi «consumatori» della Ue: Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia, Spagna, Polonia e Olanda. Per i tedeschi, ovviamente, non c’è problema: da soli bruciano un quinto del fabbisogno della Ue a 27, hanno una quota pari al 4,9% di rinnovabili, ma l’impegno della Merkel si appoggia su un’industria in crescita esponenziale nello sfruttamento del fotovoltaico e dell’eolico. Anche con la Spagna, 6% di rinnovabili, ma in pieno boom nel solare, la trattativa dovrebbe essere scorrevole. Certo non sarà facile, come si è visto, negoziare con la Francia, paese «atomo-centrico». Ma che cosa succederà con la Gran Bretagna, dove le nuove fonti coprono solo l’1,6% e la struttura industriale è radicata su gas e petrolio con contributi fino al 10% di nucleare? Oppure con la Polonia, che si procura il 60% dell’energia con vecchi impianti a carbone?
Insomma la Commissione rischia di ingolfarsi in un negoziato sfibrante e rischioso. A Bruxelles c’è chi evoca la sindrome della Costituzione europea. Gran parata «storica» dei leader il 29 ottobre 2004 a Roma, ma alla prova dei fatti (la ratifica) le cose si sono rivelate ben più difficili. (Giuseppe Sarcina)
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ROMA – L’accordo-annuncio sul clima fatto a Bruxelles dal premier Romano Prodi e dal presidente europeo di turno, la tedesca Angela Merkel, per aumentare il ricorso alle fonti rinnovabili è più facile a dirsi che a farsi. Come la Tav, con la modifica del titolo V della Costituzione, le fonti rinnovabili dipendono dalle Regioni ed è con loro che occorre fare i conti. Ne sa qualcosa l’Enel che l’anno scorso ha dovuto bloccare i lavori per la costruzione di un sito eolico a Litigheddu, vicino a Sassari, su ordine del governatore Renato Soru, lasciando incompiute decine di basamenti di cemento sui quali dovevano ergersi torri alte 30 metri.
Più recentemente è stato lo stesso ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro a scoprire la sindrome di Nimby ( not in my backyard, non nel mio cortile) intervenendo personalmente contro il progetto di costruire un parco eolico al largo di Montenero di Bisaccia. Il «cortile» di Di Pietro è il Molise, suo bacino elettorale, al largo della cui costa (circa 3 miglia) sarebbero dovuti sorgere una cinquantina di enormi generatori a pale alti 80 metri per una estensione di quasi 5 chilometri. Preoccupato dall’impatto ambientale, il ministro ha convocato il comandante della Capitaneria di porto di Termoli (la data è mercoledì prossimo) per chiedere spiegazioni.
L’uscita dell’ex magistrato è stata commentata con ironia dal responsabile ambiente di Rifondazione Mirko Lombardi: «Benvenuto nel moderno e saggio mondo dei "nimby"». Che invita Prodi, se vuole avere successo nell’abbattimento dell’energia inquinante, a procedere su due fronti. «Prima deve realizzare un piano nazionale dell’energia – spiega – per stabilire i reali fabbisogni del Paese e poi, onde evitare altri casi di rivolta del territorio, decidere le aree di intervento insieme agli ambientalisti e agli Enti locali». Oppure, suggerisce Lombardi, sfruttare siti già compromessi allestendo «pannelli solari lungo le tratte autostradali o ferroviarie».
Nel complesso mondo delle pale a vento e dei pannelli al silicio – che, misteriosamente, non sono costruiti in Italia – ci sono anche gli «specchi solari» del premio Nobel Carlo Rubbia che finalmente (dopo essere «emigrato» in Spagna per dimostrare il successo della sua invenzione) verranno costruiti dall’Enel a Priolo vicino a Siracusa. Il progetto si chiama Archimede e i lavori cominceranno in aprile. Ma anche gli specchi sono destinati a creare problemi: hanno bisogno di aree enormi, non meno di 40-50 ettari, e in Italia non sarà facile trovarle. Lombardi insiste su «milioni di piccoli interventi a livello di condominio, di elettrodomestici e caldaie». Stefano Saglia, responsabile energia di An apprezzato anche dalla maggioranza, taglia corto: «L’energia rinnovabile è una grande presa in giro, la Merkel la vuole perché i pannelli e le pale a vento le fabbrica la Germania, in Italia Rifondazione i Verdi la sponsorizzano ma poi la bloccano a livello locale». (Roberto Bagnoli)
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LA STAMPA - Regole, incentivi, finanziamenti, mix energetici e possibili sanzioni. Ottenuta la benedizione politica, la responsabilità di disegnare il progetto del pieno rilancio dell’energia pulita in Europa è nel campo della Commissione Ue. «Presenteremo un programma legislativo nel terzo trimestre», assicura il presidente José Manuel Barroso. «Bruxelles dovrà lavorare molto», sottolinea il premier Romano Prodi. Ci sarà una prima fase istruttoria con gli esperti nazionali, una verifica della situazione sul campo, un’analisi delle implicazioni socioeconomiche e poi saranno scritti i numeri vincolanti da rispettare per battere l’effetto serra.
Il policy mix
L’Europa aveva dato alle sue risorse rinnovabili obiettivo del 21% per il 2010, ma si è fermata al 12,8. La fonte più diffusa è l’idroelettrica (9,3), mentre eolica, biomasse e geotermica sono ancora indietro. «Il venti per cento non sarà uguale per tutti - spiega Barroso -. Studieremo la situazione paese per paese e tireremo le conclusioni». Vale il principio del «punto di partenza» e quello delle «circostanze nazionali». Se dunque un sistema è basato sul nucleare, come nel caso della Francia, sarà tenuto in considerazione anche questo contribuito alla politica dei consumi a basso tasso di carbonio.
Chi paga
Il Consiglio chiede «misure efficienti dal punto di vista dei costi». Barroso dice che sarà possibile ricorre ai fondi strutturali europei per realizzare le opere e ipotizza anche di allargare i controlli sugli aiuti di stato. Cruciale sarà la ripartizione degli oneri. E’ immaginabile anche un incrocio degli investimenti, con la collaborazione - fra l’altro - di protagonisti tradizionali come la Bei.
Le sanzioni
La Commissione esclude regole analoghe a quelle che vigono sul Patto di Stabilità per l’Unione monetaria. «Abbiamo un sufficiente arsenale di opzioni - assicura Barroso -. Qui possono valere le norme di sempre. Se uno stato non centra gli obiettivi si può lanciare una procedura di infrazione e poi arrivare al deferimento alla Corte di Giustizia Ue».
Il mercato
L’accusa più frequente ai governi europei è quella di predicare bene e razzolare male. I tedeschi, per dirne una, si sono battuti da un lato per la Maastricht dell’Energia verde e dall’altro hanno frenato sullo spacchettamento delle reti in nome del campione nazionale Eon. Barroso nega l’addebito.
«In un anno le fusioni transfontaliere sono triplicate da 7 a 22». E le brutte storie Edf-Gaz de France o Endesa? «Voi giornalisti pensate sempre solo alle cose che vanno male».
Le lampadine
«A casa mia tutti i bulbi sono a risparmio energetico - racconta il presidente della Commissione -, anche se non danno sempre una luce migliore e talvolta ho delle difficoltà a cercare qualcosa per terra». Nella proposta di Bruxelles ai governi si dirà anche un impegno a modificare l’illuminazione stradale, degli uffici, e privata per contribuire a risparmiare energia.
Le tecnologie
Bruxelles dovrà stimolare la costruzione e l’operatività entro il 2015 di almeno dodici di centrali a carburante fossile capaci di generare potenza da rivendere sul mercato. Anche per questo saranno previsti appositi finanziamenti. Previsto anche un rafforzamento della vigilanza sulla sicurezza nucleare e il trattamento delle scorte radioattive. Dopo la concessione a Parigi, anche questo punto non poteva mancare./