Marzio Breda, Corriere della Sera 10/3/2007, 10 marzo 2007
L’INTERVENTO DI CIAMPI RELATIVO ALLA LEGGE ELETTORALI DI BERLUSCONI, CON UNA PRECISAZIONE DI LEOPOLDO ELIA
ROMA – Presidente Carlo Azeglio Ciampi: ogni tanto dal centrodestra qualcuno tenta di addossarle retrospettivamente un certo grado di responsabilità nella genesi della riforma elettorale del Senato, che tutti ora vorrebbero più o meno cambiare. Sul tema è intervenuto l’altro ieri lo stesso ex premier Silvio Berlusconi, per dire che «solo un’interpretazione forzata della Costituzione, da parte del Colle, ci obbligò a cambiare il premio di maggioranza»...
«Non voglio entrare in polemica con nessuno. Mi interessa soltanto che sia ripristinata la verità dei fatti».
Ci può dunque chiarire come andarono le cose?
«Questo sì, con piacere. Tengo anzitutto a precisare – e di ciò è buon testimone l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta – che l’obiezione mossa dal Quirinale al testo inviato da Palazzo Chigi, prima della sua approvazione da parte del Consiglio dei ministri, riguardò esclusivamente l’incostituzionalità del premio di maggioranza nazionale per il Senato, che si poneva in palese contrasto con l’articolo 57 della Costituzione secondo cui "il Senato della Repubblica è eletto a base regionale"».
Per voi, insomma, c’era un ostacolo insormontabile. E così lanciaste un avvertimento che andava oltre le perplessità manifestate in precedenza verso alcune particolari leggi.
«Osservo solo che quella nostra obiezione era certamente fondata, come ha confermato di recente sul Corriere della Sera il presidente emerito della Corte costituzionale, professor Valerio Onida, integrando con una sua riflessione un commento di Sergio Romano. E devo aggiungere che quell’obiezione, in quanto tale, fu subito accolta dalla presidenza del Consiglio».
Che cosa accadde in seguito, da giustificare le recriminazioni di adesso? Il Colle suggerì qualche alternativa?
«Nel colloquio telefonico che intercorse allora tra il sottosegretario Letta e il segretario generale del Quirinale, Gaetano Gifuni, la presidenza della Repubblica si limitò a far rilevare la predetta obiezione di costituzionalità. Ma non pensò mai di suggerire la sostituzione del premio nazionale con tanti premi di maggioranza regionali!»
Tutto qui, il vostro intervento? Non ci fu alcuna interferenza del Quirinale per guidare le scelte di Palazzo Chigi?
«Proprio nulla. Anzi, sempre nel corso di quella telefonata, il dottor Gifuni prospettò l’opportunità di abbandonare l’idea di qualsiasi premio di maggioranza per l’elezione del Senato e di mantenere in vita la legge elettorale vigente, che aveva già dato risultati positivi, sul piano della "stabilità" della maggioranza al Senato nelle elezioni politiche del 1996 e in quelle del 2001».
La prassi di far filtrare dubbi o impulsi su alcuni provvedimenti in itinere, ha provocato a suo tempo qualche critica. C’è chi ha sostenuto che così il Quirinale diventava quasi «coautore» delle leggi.
«La presidenza della Repubblica si oppone – e deve farlo sempre – a leggi nelle quali vi siano elementi di "manifesta incostituzionalità", come avvenne in quel caso. Se c’è soltanto un sospetto di incostituzionalità, a intervenire dev’essere ex post la Corte Costituzionale, che è infatti il giudice delle leggi. Quanto al metodo che fu seguito durante il mio settennato, rientrava in una consuetudine di collaborazione tra uffici. Utile per evitare errori e contrattempi, nell’interesse di tutti e quindi anche del governo in carica ».
Alla fine di marzo approderà al Senato la legge sul rifinanziamento della missione militare in Afghanistan. Sarà un voto delicato e decisivo, sul filo di due questioni tutt’ora aperte: l’autosufficienza della coalizione di governo e le «maggioranze variabili». Che cosa ne pensa?
«Il punto cruciale è sempre quello della coesione delle forze di governo. Ma se si resta aderenti allo spirito e alla lettera della Costituzione, c’è una sola maggioranza e questa è quella che conta sotto il profilo costituzionale. Le altre formule che lei cita, non dico che siano giuste o sbagliate, ma sono un’altra cosa».
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Leopoldo Elia, Corriere della Sera 20/3/2007 - Elezione del Senato e premio di maggioranza
Mi corre l’obbligo, scusandomi per il ritardo di qualche giorno, di colmare una lacuna nella dichiarazione dell’onorevole Fabrizio Cicchitto riportata sul Corriere della Sera dell’11 marzo a pagina 10. Con l’intervista del giorno prima a Marzio Breda ( Corsera 10 marzo, pag.6) il Presidente Ciampi aveva ricostruito, pienamente e persuasivamente, la storia della obbiezione a suo tempo indirizzata al Presidente del Consiglio Berlusconi, tramite il sottosegretario dottor Gianni Letta: con essa il Capo dello Stato rilevava la palese incostituzionalità della norma sul premio di maggioranza attribuito in sede nazionale per la elezione del Senato nello schema di disegno di legge da sottoporre al Consiglio dei ministri per la presentazione alle Camere. L’obbiezione, trasmessa dal Segretario generale alla Presidenza della Repubblica dottor Gifuni, si limitava ad una eccezione di carattere puramente negativo e del tutto diversa da qualsiasi proposta di premio regionalizzato.
L’onorevole Cicchitto conferma implicitamente la verità dei fatti, così come è stata esposta dal Presidente Ciampi, ma nega la incostituzionalità della norma sul premio nazionale «come testimoniano oggi il professore D’Alimonte e altri costituzionalisti» che non nomina. In aggiunta si deve dire che l’opinione del Presidente emerito è stata condivisa in passato, per fare un esempio, da Livio Paladin, autorevolissimo costituzionalista e regionalista: e, durante l’iter della riforma elettorale di Berlusconi, particolarmente da Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, da Andrea Manzella e dal sottoscritto (chiedendo venia per l’autocitazione). In realtà, come è stato sempre escluso il recupero in sede nazionale dei resti rimasti inutilizzati in ciascuna regione, così è necessario escludere l’attribuzione di un premio nazionale per il Senato, che deve essere eletto «a base regionale» (art.57, primo comma, Costituzione). Come è noto, per antica saggezza, addurre inconvenienti non equivale ad opporre argomenti interpretativi. Naturalmente la norma costituzionale può essere cambiata, ma non aggirata o violata fin che essa è in vigore.
Leopoldo Elia
Presidente emerito della Corte costituzionale