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 2007  marzo 10 Sabato calendario

FRANCESCO BONAMI*

Mentre Venezia e Firenze stanno diventando, come diceva qualcuno, le Disneyland del Rinascimento, zitti, zitti, ma non troppo, gli Emirati Arabi vogliono diventare la Venezia e la Firenze del dopo effetto serra. Visto che presto non ci sarà differenza di temperatura fra Padova, Arezzo, Dubai, Abu Dhabi e Qatar, quest’ultimi, hanno deciso di trasformarsi da povere dune piene di petrolio, il 9% di tutto il fabbisogno mondiale, in destinazioni turistiche a trenta stelle, offrendo ai propri ospiti il meglio del divertimento e della cultura possibile. Da campi da golf benedetti dallo swing di Tiger Woods, a succursali del Guggenheim e del Louvre. Infatti sull’isolotto artificiale Saadiyat, che tradotto significa Isola della felicità, entro il 2012sorgerà un Guggenheim Abu Dhabi disegnato dal solito Frank Gehry e una depandance del Louvre disegnata da Jean Nouvel. Insomma, mentre i confratelli mussulmani altrove si fanno saltare in aria tirandosi dietro centinaia di vittime, e gli Stati Uniti contribuiscono al caos locale nella speranza di poter un giorno pompare dal deserto qualche barile di olio in più per i propri Suv, gli emiri del golfo pompano cultura dalla culla della civiltà europea, investendo 27 bilioni di dollari. Chi è già pronto a disprezzare questi sceicchi ci pensi due volte perché non si tratta solo di spendere soldi ma anche d’investirli. Non a caso prima dei musei è gia arrivata l’università sulle sabbie dorate degli emirati: l’antica e prestigiosa università francese della Sorbona che nei 750 anni della sua storia mai si era spostata da Parigi.
SORBONA La nuova sede ad Abu Dhabi conta già 1500 iscritti. In Francia c’è chi ha gridato allo scandalo e tentato di bloccare l’affare che è fruttato al Louvre 750 milioni di dollari, oltre ad altri 22 aggiunti dal principe Walid bin Talal per costruire un’ala dedicata all’arte islamica nella sede di Parigi. Così, fra un grattacielo e un altro, in uno scenario a metà fra le atmosfere del film Blade Runner e quelle di Ali Babà, sta nascendo una nuova civiltà né originale né finta, ibrida, dove convivono 180 nazionalità, dove la lingua che si parla è quella del dio dollaro, ma dove si è capito che l’arte insieme al divertimento possono essere una calamita irresistibile sia per il turista che per l’uomo d’affari. Ne hanno approfittato gli americani e ora anche i francesi mentre noi italiani, con a disposizione il più alto numero di opere d’arte del mondo, molte delle quali nei magazzini, rimaniamo alla finestra a guardare, godendoci, alla faccia di Bin Laden, l’isola dei famosi, sdegnando invece quella, orribilmente commerciale, della felicità.