Varie, 9 marzo 2007
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Thurman Robert
• New York (Stati Uniti) 4 agosto 1941 • «Lo chiamano il ”Bill Graham del buddismo americano” o anche il ”guerriero del Dharma”. Ma Robert Thurman sorride di queste definizioni. Per i media che si occupano di lui è sempre stato un problema catalogarlo. La sua vita dedicata allo studio del buddismo, l’amicizia del Dalai Lama, il suo impegno per la causa tibetana, e non ultima la celebrità della figlia Uma - la star più amata della nuova Hollywood - lo hanno reso un personaggio leggendario, a metà tra il monaco e la rockstar. Professore alla Columbia University, presidente della Tibet House di New York, autore di decine di libri sul buddismo tibetano, infaticabile mentore dell’importanza che il pensiero orientale svolge nella nostra vita quotidiana, Thurman è un attivista della pace e della compassione. Per questo, nel 1997, è stato indicato dalla rivista Time tra le 25 personalità più influenti della cultura americana. [...] Nel 1962, mentre era ancora studente a Harvard [...] partì per l’India in cerca dell’illuminazione, qui incontrò il Dalai Lama, imparò il tibetano e divenne monaco buddista. E poi? ”Presto scoprii che potevo essere più utile lavorando nell’equivalente americano di un monastero, l’università. Presi la cattedra di Studi Religiosi a Columbia dove insegno tutt’ora”. I suoi studenti la adorano e dicono che i suoi corsi possono cambiare una vita. Del resto [...] è stato un giovane scapestrato, prima amico di Timothy Leary e pioniere della cultura psichedelica, poi un buddista illuminato. Come è avvenuto questo cambiamento? ”All’epoca l’acido lisergico servì ad aprire la mente di molte persone alla consapevolezza dell’unità di tutte le cose. Al fatto che tutti gli esseri e lo stesso universo sono profondamente interconnessi. Le persone più consapevoli hanno cercato di seguire la via rinunciando alla chimica. Queste persone illuminate vivono nella società e cercano di battersi per un mondo migliore. Ma chi ha continuato con Lsd ha fatto una brutta fine [...] Fin da bambino ho avuto la sensazione che nella vita la felicità fosse un obiettivo raggiungibile. Purtroppo nella cultura occidentale è stata posta una enfasi eccessiva sulla sofferenza. A causa dell’influenza dominante della Chiesa ci siamo rassegnati credere di esser nati per soffrire [...] Quando ero ragazzino trovavo inquietante pensare che il figlio di Dio fosse finito così. Questa immagine ha fatto maturare in me la convinzione subliminale che in questa vita i mansueti e i bravi ragazzi fanno una brutta fine. Mentre i cattivi trionfano [...] Nel pensiero buddista ho scoperto diverse coincidenze con Sant’Agostino. Gli esseri umani possono superare l’avidità, l’odio, la violenza, sviluppando il sentimento della compassione. Ma il Sistema tende a reprimere i buoni sentimenti incanalando la frustrazione per i propri scopi. Teme ogni evoluzione spirituale, vuole solo riprodursi [...]”» (Alberto Dentice, ”Espresso” 15/3/2007).