Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  febbraio 22 Giovedì calendario

L’intervista a Mario Scaccia. Panorama 22 febbraio 2007. Ricordo una domanda di Turi Ferro, morto improvvisamente a maggio del 2001 a 80 anni: ”A proposito, adesso il teatro dove sta andando?”

L’intervista a Mario Scaccia. Panorama 22 febbraio 2007. Ricordo una domanda di Turi Ferro, morto improvvisamente a maggio del 2001 a 80 anni: ”A proposito, adesso il teatro dove sta andando?”. Il grande attore catanese la poneva ironicamente a giugno del 2000, chiacchierando con il cronista. E oggi? Che stagione vive, oggi, il teatro in Italia? ”E’ uscito dalla porta di servizio e non si sa che fine abbia fatto. Quello che lo sostituisce non è teatro. Lo dico inimicandomi quei pochi che ancora mi stimano e pensano che sia loro amico. Il teatro non c’è più perché non c’è più il pubblico”, risponde Mario Scaccia, che ha interpretato i grandi personaggi della drammaturgia classica e moderna, raccontando se stesso, e questa stagione propone Un curioso accidente di Carlo Goldoni, con una sorprendente Debora Caprioglio. Gli spettatori che lo frequentano che cosa sono? Vanno o per curiosità o per uno status symbol o per vedere un attore. Ma non per assistere alla rappresentazione di una commedia o di una tragedia e osservare come è recitata... Una signora seduta accanto a me, alla fine del primo atto di una commedia di Luigi Pirandello, mi ha chiesto: ”Senta, lei che è un famoso attore lo sa: come finisce?”. ”Non voglio levarle la soddisfazione”, le ho risposto. Si possono fare simili domande?... Non è un pubblico teatrale... All’Eliseo, in platea. Perché? E’ abituato alla passività indotta dalla televisione e, prima ancora, dal cinema. Anche il film più bello rende passivo lo spettatore, che può ammirarlo ma non può intervenire. La tv non è neanche spettacolo: è un giornale illustrato. La specificità del teatro sta nel rapporto d’amore, animalesco, carnale, erotico, sensuale, vero, che si instaura fra il palcoscenico e il pubblico, e non sopporta contraccettivi. Senza, non c’è teatro. Dove trova la forza di andare avanti, a 87 anni, dopo oltre 60 di palcoscenico? Nel teatro in sé. Vivo vicino a una sorella non più in forze e devo stare dietro a tante cose alle quali non sono abituato. Pochi giorni fa mio nipote mi ha chiesto: ”Hai pagato l’Ici?”. ”Che è l’Ici?”. Sono anni che la pago, ma non sapevo come si chiamasse. Sono a questo punto. E devo fare tutto. Quindi mi accade di arrivare in camerino distrutto, stressato. Il palcoscenico mi ridà la forza, perché sono sempre stato un animale teatrale. Soltanto lì ritrovo la mia dimensione. Ricorda un episodio di questa animalità? Facevo nel 1968 Il prezzo di Arthur Miller diretto e anche interpretato da Raf Vallone che, a un tratto, doveva fumare. Ed era importante che lo facesse in quel momento. Ma si era dimenticato i cerini e vidi il terrore nei suoi occhi. Io, che non dovevo fumare, tirai fuori una scatola di fiammiferi: ”Permette?”. E gli accesi la sigaretta. Alla fine mi disse: ”Ma lei è un mostro”. ”Non sono un mostro. Mi hanno insegnato che in scena può accadere tutto e quindi devo essere pronto a tutto”. Chi sono stati i suoi insegnanti? Sono salito la prima volta sul palcoscenico a tre anni. Sono cresciuto in teatro. All’inizio nelle filodrammatiche. Dopo la guerra ho debuttato da professionista nel 1946 con Nino Besozzi, Isa Pola, Franco Scandurra, e i due generici della compagnia eravamo Marcello Mastroianni e io. Vengo dal basso, ho fatto tutta la trafila: mi hanno insegnato questa indispensabile pratica di scena tutti i primi attori e le prime attrici. Oggi il regista dice: ”Vorrei questo”, ma non sa dire altro. Racconta Silvio d’Amico che, giovane giornalista, fu mandato al Valle per intervistare Ermete Novelli, che stava provando Salomè e cercava di spiegare con le parole all’attore che interpretava Erode come dovesse atteggiarsi per rendere il personaggio. Senza riuscirci. Allora, riporta d’Amico in una splendida pagina del giornale, Novelli salì sul trono e s’accartocciò su se stesso in un’espressione nella quale, scrive, ”vidi Erode”. Questi erano gli insegnamenti pratici di una volta. Anche i grandi artisti andavano a bottega, lo stesso Michelangelo, lo stesso Raffaello, per imparare il mestiere. Nessuno insegna più? Si perdono in chiacchiere. Faccio un esempio. Alla prima prova di Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare, Antonio Calenda disse a tutta la compagnia: ”Siamo qui per celebrare il fittizio”. E andò avanti su questo tono. Alla fine della lunga prolusione, Gigi Bonos, un vecchio attore che interpretava uno dei comici, venne da me: ”Signor Scaccia, io chiedo lo scioglimento… non le so le cose che ha detto il regista”. ”Il regista ha detto, con parole libresche, quello che tu fai da 40 anni. Continua a farle”. L’Accademia le è stata utile? L’ho frequentata un anno. Ricordo l’insegnamento di Mario Pelosini, che non aveva mai recitato: l’unico dal quale ho appreso qualcosa, perché amava molto la poesia (fu dicitore insuperabile di Gabriele D’Annunzio), aveva quindi l’orecchio ai tempi e ai ritmi; la parola teatrale è una parola in movimento. Ai saggi di fine anno, all’Eliseo, mi vide Besozzi e mi portò subito in compagnia con lui. Il talento conta in che misura? E’ la premessa… Il vero regista non deve insegnare a recitare, ma pretendere che reciti bene. E dirmi che cosa desidera, senza farmi vedere né sentire come si muove o parla il personaggio. Sono io che, con la mia creatività, devo tradurre il suo desiderio. Quanti registi veri ha avuto, nel suo lungo percorso? Un grande è stato Anton Giulio Bragaglia. Diceva all’attrice che recitava nella commedia Anna Christie di Eugene O’Neill: ”Tu sei tornata da tu’ padre, è notte alta, sei sulla tolda della nave, senti le sirene del porto, le voci dei marinai che si chiamano, l’aria è piena de li mortacci tua…”, per farle capire lo stato d’animo in cui doveva entrare per recitare quella scena… Questo, anche con le parolacce, è il vero regista. Con chi altro ha lavorato bene? Con Franco Zeffirelli, per l’Amleto di Giorgio Albertazzi. Al teatro Ateneo di Roma, nel 1948, con Carlo Di Stefano, un giovane molto preparato (parlo di Galantuomo per transazione di Giovanni Giraud), con Giulio Pacuvio. E con Luca Ronconi, che ho avuto anche compagno di scena, come attore, in Molto rumore per nulla di Shakespeare. Con lui ho fatto Il candelaio di Giordano Bruno e Misura per misura di Shakespeare, che ho rifatto con Luigi Squarzina al teatro di Roma. Perché, a un certo punto, ha scelto di dirigersi? Per necessità. Avevo una compagnia, di cui ero il capocomico. Pagavo io. E per metterla su mi sono venduto la casa al mare. E’ durata tre anni e mi è costata l’anima. Assolutista, combattivo, grifagno, indipendente, ironico, libertario, ribelle… In quali di queste definizioni che le hanno affibbiato si riconosce? In tutte, perché tutte insieme fanno il teatro. E fanno Mario Scaccia? E fanno Mario Scaccia (sorride, compiaciuto). Mi ricordo quando nel 1948 facevo La Celestina di Ferdinando de Rojas all’Ateneo e non mi pagavano. Al terzo atto, non avendo ricevuto nulla, nonostante le mie proteste, attraversai la scena, scesi in platea, il pubblico pensò a una trovata di regia, uscii dal teatro in abiti del 500, dissi a un tassista: ”Mi porti dove vuole”. All’Argentina mi corse dietro un funzionario, dopo un forte alterco: ”Sono il direttore amministrativo del teatro”. ”Se lo merita”. Non posso più mettere piede a Genova. Ma lì fu colpa mia. Litigai con lo Stabile dopo un lazzo che rivolsi alla platea femminile: ”Battetemi le mani, stronze…”. Era contro la passività totale del pubblico pomeridiano di un giovedì santo. Teatro. Cinema. Televisione. Radio. Commedia musicale. Rivista… Di tutto. E di più. Ha mai avuto l’impressione di buttarsi via? Memo Benassi mi chiamava ”la farfalla”, perché passavo da un genere all’altro. Sì, quando mi sono trovato in gruppi o con persone che non capivano neanche la mia generosità sul lavoro qualche volta mi sono detto: ”Che ci sto a fare qui?”. Ho avuto la sensazione di essere sprecato, lo dico con tutta la vanità. Cosa le ha lasciato il sodalizio con Franco Enriquez, Valeria Moriconi e Glauco Mauri nella Compagnia dei Quattro? ’Il patrimonio di una grande, irripetibile esperienza. Lavoravamo in letizia: allegri e festanti, grazie a Enriquez, un vero regista che ho dimenticato di ricordare. Ma, anche lì, accadde… Che cosa? Mi ammalai di polmonite, mentre interpretavo Il rinoceronte di Eugène Jonesco. Avevo 39 di febbre e a San Remo il medico m’impose il ricovero in clinica. Mentre ero in convalescenza, i miei compagni mi mandarono il medico fiscale pensando che fossi tornato a Roma per girare un film. Mi sentii offeso nel profondo e in estate li abbandonai. Sei anni dopo, quando Mauri lasciò la compagnia, Enriquez mi richiamò: ”Verresti a farmi Shylock?”. ”Sì, non vi porto rancore”. Il teatro Molière, che ha fondato e diretto, le ha dato più gioie o più dolori? Mi ha dato gioia soprattutto la scuola di informazione teatrale che avevo fatto con Edoardo Sala, Gianni Antonucci e altri bravissimi docenti. Chi manca, irrimediabilmente, nella sua biografia teatrale? Re Lear di Shakespeare e Alcesti del Misantropo. Re Lear sono stato sul punto di farlo due o tre volte, ma i progetti sono andati a monte. E’ accaduta più o meno la stessa cosa con Alcesti, questo personaggio totale che mi ero anche tradotto. Quando dicevo alle agenzie teatrali: ”Voglio fare il Misantropo”, mi rispondevano: ”Lo sta già preparando…”. In passato, quando il teatro era vero, andavo a vedere Otello recitato da Renzo Ricci all’Argentina e la sera dopo Otello recitato da Gino Cervi all’Eliseo. Il pubblico si forma così: confrontando le varie interpretazioni. In alcune piazze non mi hanno voluto con L’avaro di Molière perché la stagione precedente l’aveva fatto non so quale pincopallino. Questo non è teatro. Quanto c’è dell’uomo Mario Scaccia nei grandi avari che ha interpretato: l’Euclione dell’’Aulularia” di Plauto, l’Arpagone di Molière e lo Jeronimus di ”Magia rossa” di Michel de Ghelderode? Io non sono avaro: sono prodigo… Ma giustamente Dante li mette nello stesso girone: affondano le loro radici nel male... Ho dissipato. Il denaro mi serve per fare ciò che voglio, per divertirmi come voglio, per mangiare quello che voglio. Sono stato un gaudente, anche perché ho sofferto tanto dai 20 ai 26 anni: ho fatto la guerra, sono stato in prigionia… Quando sono tornato ne ho combinate di tutti i colori. E’ prodigo anche sulla scena, con i compagni di lavoro? Sempre. Ricco di consigli. Qualcuno mi è grato. Giorni fa ho ricevuto da Bolzano una telefonata di Pietro Montandon, un caro amico che adesso lavora con lo Stabile di Catania e non sentivo da molto tempo: ”Mario, oggi faccio 30 anni di palcoscenico. Ti chiamo per ringraziarti di avermi fatto capire cos’è il teatro”. Chi sono stati i grandi e le grandi del Novecento? Di quelli che ho visto: Salvo Randone, col quale ho anche lavorato. Ruggero Ruggeri amava la parola e ci giocava. Benassi aveva un grande fascino… Antonio Gandusio. Luigi Cimara. Fra le donne: Sarah Ferrati, Andreina Pagnani, Lilla Brignone, Rina Morelli… Tante. Scorge ricambi? Di quello spessore, Roberto Herlitzka e pochi altri. Fra le attrici mi piacciono molto Maria Paiato ed Elisabetta Pozzi. Degli attori con i quali da anni lavoro sono soddisfatto, ma non azzardo giudizi. Uno per tutti, Sala, ha grandi numeri soprattutto nel comico, ma intende dedicarsi alla regia cinematografica. Auguri! Guarda la televisione, dopo averne fatta tanta? Mai. Non c’è niente di interessante. Ascolta la radio? Quando viaggio. Ma a me piace il teatro. Non stacca mai la spina? Il teatro mi riempie tutta la giornata. E oltre. Se non ci fosse stato, lo avrei inventato per sopravvivere. Mentre la stavo aspettando, qui in camerino, dove arrivo sempre con largissimo anticipo, leggevo pagine di teatro… Ma leggo anche romanzi, saggistica. Cos’è insopportabile di questi anni? La prosopopea fasulla. Tutti vanno a queste sedute televisive e parlano di tutto: diplomazia ecclesiastica, economia, filosofia, politica… Tutti sapienti… Magari hanno soltanto letto un articoletto e si rivendono le idee altrui. A me dànno un fastidio enorme. Che altro la indispone? Sono sempre solo. E sto benissimo: amo la solitudine. Roma, dove è nato e vive, l’affascina sempre? Mi lamento perché è sporca, Ma deve essere sporca. Roma non è stata mai dei romani: anche ai tempi di Marziale era la capitale del mondo ed era sporca. Nello spettacolo ”Il canto del cigno”, un inno al teatro, lei dice: ”Quando il teatro ce la fa ti fa sentire immortale”. Ha avuto spesso questa sensazione? Immortale, no. Ma ho inteso una straordinaria pienezza quando, per esempio, ho recitato Chicchignola di Ettore Petrolini e alla fine della rappresentazione la vedova è venuta in camerino e mi ha detto con le lacrime agli occhi: ”Lei mi ha ridato il mio uomo”. Poi andammo a cena e mi confidò che il marito era tendenzialmente un solitario e una persona triste: come sono io. Dice anche: ”Io guardo soltanto avanti. E’ come un vaccino che mi somministro”. Ha in mente qualcosa, un autore, un testo, per i prossimi anni? Non ho più progetti (sorride). Amo la poesia e ho preparato alcune dizioni di versi, addirittura un sunto dell’Iliade, dove vorrei apparire come un aedo, circondato dai miei allievi, che recitano i vari personaggi. Mi piace preparare... Domani magari mi chiedono: ”Potrebbe venirmi a fare…?”. Io ho già tutto pronto. Comunque, per la prossima stagione, stiamo pensando di riproporre Il signore va a caccia di Georges Feydeau che ho portato in scena varie volte: i tre protagonisti saranno Edoardo Sala (nel ruolo che fu il mio), Rosario Coppolino (in quello dell’antagonista), la Caprioglio (prima attrice). Con Debora m’impegnerò a fondo perché credo nella sua volontà di fare seriamente teatro, ed ha l’avvenenza fisica, la sensibilità, la fantasia, la passione per la parte che le compete. Per me, che curerò la regia, una partecipazione in travestì. Mi mancava. E si risparmia una paga! Luigi Vaccari