Varie, 9 marzo 2007
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Aumoussou Sylvestre
• Benin 31 dicembre 1964. Regista • «[...] Africa Paradis è una riuscita commedia politica. 2033: l’Unione Europea ha fallito, mentre l’Africa si è unita sotto una stessa bandiera (stelle e strisce, ma verdi e gialle). E, poveri, oppressi e sconvolti dalle epidemie, i ”sans-papiers” siamo diventati noi. Sylvestre Amoussou, originario del Benin, ma residente in Francia da oltre vent’anni, non ci risparmia niente: le code davanti all’ambasciata, il rifiuto sprezzante dei funzionari, la fuga clandestina, la prigione, le case comunitarie (assai più dignitose di quelle che gli europei offrono agli immigrati), i lavori umili che gli africani non vogliono più fare e perfino l’impossibilità di affittare una casa vera. Ma lo sguardo del regista (che è anche nel ruolo del deputato ”buono”) è bonario. Attraverso Africa Paradis [...] Amoussou non vuole vendicarsi di torti subiti. Nel suo film, i buoni e i cattivi sono sia bianchi che neri. Lui poi, che di mestiere fa l”attore ed è sempre impegnato in tournée teatrali, dice di essere arrivato in Francia ”in un’epoca nella quale non c’era bisogno di visto”. Non ha quindi amarezze personali. Quando ha iniziato a pensare al suo film? ”Dieci anni fa. Vivo in Francia da ventiquattro anni e qui gli scontri politici sono quasi sempre sull’immigrazione. Mi sono detto: la maggior parte di noi lavora, paga le tasse, partecipa all’economia del paese, ma si parla solo degli immigrati che fanno sciocchezze. I francesi non sanno bene qual è il nostro problema e allora farò un film con gli europei al posto degli africani. Così forse capiranno”. Un’opera prima con una storia forse non gradita agli occhi di un produttore europeo. Come ha fatto a trovare i finanziamenti? ’ stata durissima. Le società di produzione leggevano la sceneggiatura e mi dicevano: ma perché non fai, invece, un film sul tuo villaggio? Ma io vivo in città da anni e voglio fare un film sulla tolleranza, sulla necessità di vivere insieme, sull’uguaglianza tra popoli e razze. Leggevano la sceneggiatura e rispondevano: no grazie, non ne vale la pena. Nel 2001 finalmente ricevo un po’ di fondi dall’Unione Europea e dalla Organizzazione per la Francofonia. Giro il film quasi senza soldi tra Parigi e Dakar. Poi però, al momento della postproduzione, i tecnici che non avevo potuto pagare hanno bloccato il film e mi hanno trascinato in tribunale. Nel 2005, dopo un anno, ho vinto la causa e ho cercato di mandare Africa Paradis a Cannes. Non lo hanno neanche visionato. Allora ho affittato una sala e così ho almeno partecipato al Mercato durante il Festival del Cinema”. I tecnici erano africani? ’Francesi, ma questo non vuole dire niente. A film ultimato la persona che più mi ha aiutato - diventando con me una società di produzione, poi anche di distribuzione - è Sandrine Bulteau: in Africa Paradis fa Clemence, la militante per i diritti dei bianchi in Africa”. L’ha spinta di più il bisogno di passare dietro una macchina da presa o l’urgenza di dire delle cose? ”Non avevo mai pensato di poter diventare regista, ma troppi fatti mi colpivano e volevo raccontarli alla mia maniera. Che, lo ripeto, è pacifica e tollerante. Mi fa male vedere un continente ricco come l’Africa mandare in giro i suoi figli come miserabili. E constatare che all’estero hanno bisogno delle nostre materie prime, ma non di noi”. A questo punto si potrebbe anche parlare dei governi africani corrotti, del razzismo dei neri verso i bianchi… ”Tutto questo nel mio film c’è. Il mio personaggio, il deputato che vuole far passare una proposta di legge per dare, dopo cinque anni, la cittadinanza africana ai lavoratori europei, è attaccato dal partito avversario e xenofobo. Rischierà la pelle. E alla fine, nello scandalo generale, s’innamorerà della cameriera bianca”. Perché il film è uscito solo a Parigi e soltanto in due piccole sale d’essai del Quartiere Latino? ”Perché nessuno lo ha voluto. Ma io mi sono ostinato, da dieci anni questo film è la mia ossessione, e in qualche modo ce l’ho fatta. Ora lo stanno chiedendo molto nella provincia francese. Io lo accompagno dappertutto e sono grato a Michel Galabru che ogni tanto mi fa sostituire in scena perché sarei in tournée con il suo Monsieur Amédée. Ora, per esempio, sono appena tornato dal Festpaco (Festival Panafricano di Cinema e Televisione, biennale, a Ouagadougou, Burkina Faso, ndr) dove il film ha vinto tre premi. Spero che a Milano vada altrettanto bene”» (Laura Putti, ”la Repubblica” 9/3/2007).