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 2007  marzo 09 Venerdì calendario

Ferdinando Camon PADOVA La tangenziale che congiunge Padova Est a Padova Ovest è lunga una mezza decina di chilometri, è tutta sopraelevata, e trema e romba di Tir giorno e notte: nessuna sorpresa che la polizia abbia inseguito dei romeni e se li sia visti sparire, come ingoiati dalla terra

Ferdinando Camon PADOVA La tangenziale che congiunge Padova Est a Padova Ovest è lunga una mezza decina di chilometri, è tutta sopraelevata, e trema e romba di Tir giorno e notte: nessuna sorpresa che la polizia abbia inseguito dei romeni e se li sia visti sparire, come ingoiati dalla terra. Solo che lì non c’è terra, è tutto cemento. Sotto l’autostrada si apre un’intercapedine a forma di vasca. La polizia entra nella vasca ed è come quando Colombo mise piede in America. Un mondo nuovo, insospettato e sconosciuto, si spalanca davanti ai piedi degli agenti. Un mondo interminabile. L’intercapedine autostradale è di fatto un’altra città, invisibile alla città. Una città fortificata, in cemento armato, indistruttibile, ma senza aria, senza luce, senza niente. Una fortezza. In poco tempo gli agenti schedano 200 romeni. E’ qui che si apre il problema: nessuno di noi padovani li ha mai visti, nessuno di noi sospettava che ci fosse questa catena di dormitori cavernicoli sotto i nostri piedi, anzi sotto le nostre ruote. Quella è un’arteria dal traffico intenso e ininterrotto. Tutti noi passiamo lì sopra più volte al giorno, e ora scopriamo che sotto le nostre ruote brulicava un’umanità sconosciuta, a coppie, a famiglie, a clan. Il torrente dei migranti si ferma a Padova Padova è sbalordita, ma non è la prima volta. Questa non è la sola città straniera incistata dentro la nostra città. La migrazione è un torrente, scavalca Trieste di corsa, e quando perde forza si trova a Padova, e qui si ferma. Da anni nelle edicole ci sono giornali stampati in lingue che i padovani non credevano nemmeno esistessero. Alla mattina questi giornali son pile, alla sera le pile sono scomparse: dunque i lettori di quelle lingue s’aggirano per queste strade. I portici son pieni di annunci di ricerca lavoro: sono scritti a biro, in un italiano inventato, le romene che si offrono come badanti sono infinite, e tutte si presentano come «oneste». Dicendosi «oneste» vogliono distinguersi dalle albanesi, perché anche tra immigrati c’è una crudele guerra di etnie. Dicono che le badanti romene siano affettuose. Fanno strani discorsi, dicono che restano qui il tempo sufficiente per comprarsi una vacca, con una vacca sistemano tutto. Vanno a casa una o due volte l’anno, s’imbarcano all’aeroporto per Timisoara, c’è una linea diretta Venezia-Timisoara, una linea molto trafficata, ma sventuratamente l’aeroporto è stato strutturato male, il cartello che indica Timisoara non è visibile dalle sale d’attesa, e ci sono sempre donne romene, male infagottate, che ti fermano e ti chiedono aiuto. Uno scontro tra metropoli e giungla Al tempo delle guerre balcaniche vedevamo spuntare sui muri della città scritte in inglese che dicevano: «Kosovo is Serbia», e ci chiedevamo chi aveva interesse a scrivere messaggi del genere. Erano i serbi. Serbi che lavoravano qui, orgogliosi, sprezzanti, ostili: son rimasti giusto il tempo per rimettere in piedi la casa, ora non ci son più. Al giovedì pomeriggio si danno appuntamento in piazza del Municipio i filippini. Si scambiano notizie della loro patria, è un modo per non morire di nostalgia. Radunati fanno massa, e ti chiedi dove poi si disperda questa massa: in giro per le case, e diventa invisibile. Il quartiere di via Anelli è stato bonificato, era una colonia di nigeriani e maghrebini, quando la polizia gli dava la caccia suonando le sirene loro suonavano i tamburi: era uno scontro tra metropoli e giungla. La giungla è stata svuotata, i suoi duemila-tremila abitanti non li vediamo più: nascosti in un’altra città, dentro la nostra città. Non sappiamo dov’è. Ma prima o poi salterà fuori. (fercamon@alice.it) Stampa Articolo