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 2007  marzo 09 Venerdì calendario

MILANO

Hanno incassato di malavoglia l’abolizione dei «costi fissi» di ricarica dei cellulari. Ma adesso, di fronte alla minaccia di un azzeramento dello «scatto alla risposta», le società di telecomunicazioni sono insorte. L’Asstel, l’associazione di Confindustria che riunisce le imprese del settore, ha inviato ieri una lettera allarmata al premier Romano Prodi e, in serata, ha diffuso una nota in cui esprime «forte preoccupazione» per le conseguenze cui Tim, Vodafone, Wind e 3 Italia andrebbero incontro se dovessero rinunciare a quei 12-18 centesimi di euro che fanno pagare ai clienti ogni volta che rispondono a una chiamata. In gioco ci sono 3,5 miliardi di euro di ricavi. E la scomparsa di questa fonte di introiti finirebbe per tradursi in una riduzione degli investimenti e in esuberi di personale.
A chiedere l’abolizione dello scatto alla risposta è stato tre giorni fa Corrado Calabrò, presidente dell’Authority per le Comunicazioni (Agcom), che contro quella che ha definito «un’anomalia italiana» ha proposto di introdurre una norma ad hoc nel decreto Bersani sulle liberalizzazioni, attualmente in Parlamento per essere convertito in legge.
«L’applicazione di tale provvedimento - scrive l’Asstel - comporterebbe per tutti gli operatori minori risorse per poter competere tra loro, la necessità di una massiccia riduzione dei costi, con conseguenti impatti occupazionali, nonché una consistente revisione dei piani di investimento, incluso il rischio che alcuni operatori possano essere costretti ad abbandonare il mercato».
Quanto agli effetti sui conti aziendali, l’organizzazione cui fanno capo Tim, Vodafone, Wind e 3 Italia mette in fila una serie di cifre eloquenti: «La recente abolizione dei costi di ricarica per il settore delle telecomunicazioni mobili ha un impatto annuale di 2 miliardi di euro e con la nuova misura coercitiva appena annunciata i ricavi annuali degli operatori si ridurrebbero di ulteriori 3,5 miliardi - scrivono nella nota - . L’insieme delle due misure porterebbe così a una riduzione dei ricavi del settore di 5,5 miliardi, pari al 25% del totale.
Ciò comporterebbe l’annullamento dell’utile ante imposte consolidato di settore e l’abbattimento per circa il 75% dei flussi di cassa netti delle aziende di telecomunicazioni mobili».
«Non da ultimo - aggiunge il comunicato dell’Asstel - vanno considerati gli effetti per l’erario, a motivo del minore gettito di imposte». Un messaggio chiaro rivolto al governo. Ma non il solo. Nella lettera a Prodi l’associazione ha anche fatto capire che, per bilanciare gli effetti devastanti di uno stop allo «scatto alla risposta», il governo non potrebbe fare altro che concedere alle aziende di telecomunicazioni il via libera, messo nero su bianco, per un aumento generalizzato delle tariffe.
A mettere in guardia contro provvedimenti «controproducenti» sono anche i sindacati: «Bisogna fare attenzione a che certe misure a favore dei consumatori non diventino un boomerang per i conti economici delle aziende - sottolinea Nicoletta Rocchi, segretario confederale della Cgil - . Altrimenti si penalizza lo sviluppo del Paese».
Ma l’associazione delle imprese di telecomunicazioni contesta anche l’affermazione di Calabrò secondi cui lo «scatto alla risposta» sarebbe «un’anomalia italiana». «Esiste in quasi tutti i paesi europei, è sottoposta al gioco della concorrenza ed è trasparente per i consumatori, del tutto liberi di scegliere offerte tariffarie con o senza scatto», recita la nota diffusa ieri. Tanto più che in Italia, secondo l’Asstel, le tariffe complessive restano comunque al di sotto della media europea. «A seguito dell’abolizione del costo di ricarica - sottolinea l’associazione - il prezzo medio al minuto è oggi pari a 13 centesimi di euro, rispetto ai 20 centesimi della Germania e ai 17 centesimi della Spagna, del Regno Unito, dell’Olanda. Per non dire dei prezzi di Portogallo Grecia e Irlanda, che sono a livelli ancora più elevati».