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 2007  marzo 09 Venerdì calendario

MILANO

Il dramma di Daniele Mastrogiacomo si inserisce alla perfezione nella progressiva «irachizzazione» della guerriglia talebana. E si lega alla campagna mediatica organizzata negli ultimi mesi dai militanti. I seguaci del mullah Omar hanno prima combinato le loro esperienze con quelle dei mujaheddin in Iraq, così, insieme a cariche esplosive sempre più sofisticate, sono comparsi gli attentatori suicidi.
Ma queste armi non bastano da sole a glorificare la lotta. Sia pure in ritardo e facendosi forza, visto che per anni hanno distrutto i televisori considerati come fonte di perdizione, i talebani hanno investito nella guerra di propaganda. Un piano costruito nel febbraio 2006 con la produzione in proprio di un cd intitolato i «Leoni dell’Islam». Su ordine del mullah Omar ne sono state incise migliaia di copie distribuite in Pakistan, Afghanistan e nei Paesi del Golfo, dove vivono e trafficano generosi finanziatori. I cd sono stati poi smerciati nelle cittadine di confine, nascosti all’interno di custodie dei popolari film di Bollywood.
Il successo ha incoraggiato i guerriglieri. E il più lesto a sfruttare il canale mediatico è stato Dadullah «lo zoppo», importante capo militare della guerriglia. Negli ultimi sei mesi, aumentando la frequenza degli interventi a livello esponenziale, il mullah ha conquistato la scena. Ha iniziato a rilasciare interviste a tv sicure, come Al Jazeera, quindi si è concesso a chiacchierate telefoniche con emittenti occidentali. I messaggi hanno sempre il medesimo tono: stiamo vincendo, l’Afghanistan sarà la tomba degli occidentali, abbiamo migliaia di kamikaze a disposizione. Un tentativo di mettersi sullo stesso piano del nemico. Sia sul campo di battaglia che nella guerra di parole.
Avvicinandosi la cosiddetta offensiva di primavera, Dadullah ha alzato i toni rendendosi conto che dopo ogni comparsata aumentava la copertura nei suoi riguardi da parte dei giornali internazionali. Qualsiasi cosa dica viene immediatamente rilanciata attraverso i canali tradizionali: dal reporter locale alla grande agenzia di stampa, da questa alle emittenti e ai quotidiani. Guerriero semi-sconosciuto al grande pubblico, il militante si è trasformato in un titolo: «Il mullah Dadullah...». E potremmo dire in un marchio.
Gli esperti americani – tra i quali l’autorevole Fred Burton – paragonano il suo successo a quello di Al Zarqawi, del quale ha usato gli stessi ingredienti: violenza efferata, presa d’ostaggi, annunci roboanti, ricerca dei media. Poco pratico del mondo elettronico, Dadullah è stato aiutato da alcune case di produzione qaediste che hanno il pregio di non fare censure e sono affidabili. Il ragazzotto venuto dalla California, Adam Gadahn, alias Azzam l’americano, dopo aver curato l’immagine di Osama e Al Zawahiri diffondendo buona parte dei video, si è dedicato a quella dei talebani. Il logo della «As-Sahab» (nuvola) – questa una delle società – è comparso in un buon numero di filmati, seguito da quelli di «Al Fajir», del «Global Media Islamic Front» o della storica «Labik». I talebani hanno dato impulso anche al loro sito, che utilizza strutture pachistane. Ieri ne è stata annunciata la chiusura, ma la versione inglese dedicata all’Emirato dell’Afghanistan funzionava regolarmente. Dadullah ha diviso la scena con mullah minori e con un predicatore-soldato, il libico Abu Yahya Al Libi. Fuggito in modo rocambolesco dalla base di Bagram nel 2005, è diventato l’annunciatore qaedista. Si presenta davanti alle telecamere per declamare composizioni jihadiste, incita al martirio indossando il corpetto da kamikaze, rivela ai compagni le tecniche di interrogatorio americane.
 rimasto invece al coperto, affidandosi solo a rare comunicazioni sulle onde radio, il mullah Omar. Non ama farsi vedere in pubblico, impone alle tribù del versante pachistano di non lasciarsi contaminare dalla tv e dunque proibisce di guardarla, però lascia campo ai suoi aiutanti memore della lettera scrittagli nel 2001 da Bin Laden: «La nostra guerra si svolgerà al 90 per cento sul fronte dei media».
Il sequestro del giornalista di Repubblica,
alla luce di tutto ciò, potrebbe sembrare una contraddizione. Però i talebani hanno un’idea particolare della stampa. Per loro non esiste quella libera, tutti sono considerati schierati. I mullah dalla doppia anima, che fanno ai pezzi le televisioni ma poi ne riempiono gli schermi, vedono avversari da tutte le parti. Allora il reporter che fa il suo mestiere – se serve alle loro manovre – è considerato un intruso. E il suo sequestro diventa una doppia forma di pressione: è un giornalista ed è occidentale. Da mostrare in un video.