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 2007  marzo 09 Venerdì calendario

Come se non bastassero le guerre in famiglia sull’energia e sull’ambiente, l’Europa si trova a fare i conti anche con le «guerre stellari» di reaganiana memoria

Come se non bastassero le guerre in famiglia sull’energia e sull’ambiente, l’Europa si trova a fare i conti anche con le «guerre stellari» di reaganiana memoria. I Ventisette riuniti a Bruxelles ufficialmente non ne devono discutere, ma è sin troppo facile percepire, nei corridoi del vertice, quell’acuto malessere che cattura gli europei ogni volta che Usa e Russia si guardano in cagnesco. Le grandi linee della controversia hanno poco di misterioso. Per proteggere il territorio americano da ipotetici attacchi con missili balistici, Bush ha resuscitato lo «scudo spaziale» immaginato da Ronald Reagan negli anni Ottanta. E così alle prime tessere del mosaico già presenti in Alaska, in California, in Gran Bretagna e in Groenlandia, la Casa Bianca pensa ora di aggiungere un grande radar nella Repubblica Ceca e una batteria di dieci missili intercettori in Polonia. La reazione russa è stata pesante. Le componenti che dovrebbero andare in Cechia e in Polonia, ha subito detto Mosca, rappresenterebbero una minaccia per la Russia. Dunque noi reagiremo costruendo nuovi missili capaci di perforare lo «scudo», e sin d’ora non escludiamo di ritirarci unilateralmente dal trattato INF che nel 1987 abolì i missili con gittata da 500 a 5000 chilometri. Per chi non lo avesse capito si tratta degli ordigni passati alla storia come «euromissili», che anche l’Italia dovrebbe ricordare bene per averli ospitati a Sigonella. Lo spauracchio prospettato dai generali di Mosca, insomma, riaprirebbe quella «battaglia per l’Europa» che fu il sale della guerra fredda, con accluso ritorno della corsa agli armamenti. Certo il mondo è cambiato, sono cambiate le minacce, sono diversamente articolati gli interessi, e si spera che né Mosca né Washington vogliano giocare troppo a lungo con un fuoco capace di diventare incendio. Ma come devono collocarsi intanto i governi europei? E anche volendo escludere gli scenari peggiori, non è forse vero che una Europa dipendente dalle forniture energetiche russe deve fare tutto il possibile per evitare di trovarsi coinvolta nella tensione Usa-Russia?  da qui, dalla necessità di «fare qualcosa», che si manifestano le ormai tradizionali divisioni europee. Tutti, in linea di principio, riconoscono che il progetto di Bush non è campato per aria. La proliferazione della tecnologia balistica è nota da tempo, esistono Stati potenzialmente minacciosi (Corea del Nord, Iran) ed esistono minacce non provenienti da Stati. L’idea di dotarsi di un «ombrello», dunque, oltre a non essere nuova non è peregrina anche se molti ancora dubitano della sua efficacia. Ma come procedere, senza irritare troppo la Russia e senza mettere a rischio i legami di alleanza con gli Usa? La Ue non ha competenza in materia, meglio allora trasferire il dossier alla Nato che tra l’altro intrattiene un suo dialogo istituzionale con Mosca? E a più lungo termine, non bisognerebbe pensare a dotare anche l’Europa di uno «scudo», benché gli americani dicano che in caso di bisogno quello loro proteggerà anche i Paesi alleati? A questi interrogativi l’Europa ha risposto, e sta rispondendo anche al vertice di Bruxelles, con perfetta «geometria variabile». Blair non soltanto approva gli Usa, vuole anche che una parte dei missili intercettori venga piazzata su suolo britannico. Chirac non approva il metodo politico seguito da Washington e soprattutto è custode geloso della sua dissuasione nucleare. I polacchi e i cechi vogliono rassicurare, sottolineano che i negoziati con Washington sono appena all’inizio, ma poi da Varsavia giungono accenti ipernazionalisti che tengono in scarso conto tanto la UE quanto la Nato. Angela Merkel, e Prodi è vicino a questa linea, favorisce senz’altro il trasferimento del dibattito in sede Nato. Austria e Lussemburgo sono i più espliciti (ma di sicuro non sono soli) nell’avanzare dubbi sul progetto Usa e nel rilevare che comunque Washington avrebbe dovuto «consultare» i russi e non soltanto «informarli». Soprattutto, nella UE (e lo schema si ripete nella Nato, dal momento che 21 dei 26 Paesi dell’Alleanza sono anche membri dell’Unione europea) la vicenda delle guerre stellari rende flagrante il contrasto tra le due «politiche russe» che l’Europa allargata esprime: da un lato la prudenza verso Mosca delle capitali occidentali con qualche licenza di Londra quando è in ballo una iniziativa Usa, dall’altro l’animosità post-imperiale e il sospetto tenace degli ex Paesi dell’Est capitanati dalla Polonia. difficile trovare linee comuni quando si tratta di forniture energetiche, figuriamoci quando si parla di missili e di scudi spaziali. Nella varietà delle opinioni, comunque, il governo italiano farà bene a precisarne una propria prima che Putin arrivi a Roma martedì.