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 2007  marzo 09 Venerdì calendario

Il primo ministro inglese, Blair, si è appellato ai propri alleati europei affinché mandino più soldati in Afghanistan

Il primo ministro inglese, Blair, si è appellato ai propri alleati europei affinché mandino più soldati in Afghanistan. Il primo ministro spagnolo, Zapatero, senza fare proclami, ne ha mandati un paio di centinaia in più di quelli che sono già impiegati sul fronte di guerra. Il presidente del Consiglio italiano, Prodi, affiancato dal suo ministro degli Esteri, D’Alema, ha risposto picche a Blair e non ha seguito l’esempio di Zapatero. Quello di Prodi e di D’Alema potrebbe essere definito «pacifismo strumentale» (Norberto Bobbio: Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino 1984). Esso opera, innanzi tutto, sui «mezzi» per conseguire l’obiettivo della pace. Il rifiuto di inviare nuove truppe e l’applicazione a quelle che già ci sono di regole d’ingaggio restrittive sul piano operativo sono una sorta di teoria della non-violenza applicata a un conflitto in corso. Proviamo a vedere – dicono in sostanza il nostro presidente del Consiglio e il suo ministro degli Esteri – se, in Afghanistan, è possibile ottenere gli stessi risultati senza la guerra. E, nel frattempo, mentre da una parte (la Nato) e dall’altra (i talebani) si spara, che si fa? Né il capo del governo né quello della diplomazia lo dicono. Il passaggio successivo di Prodi e di D’Alema diventa, quindi, il «pacifismo istituzionale» (Norberto Bobbio, cit.). Esso opera, in seconda istanza, sulle istituzioni. Le Nazioni Unite dovrebbero indire una Conferenza internazionale di pace sull’Afghanistan al tavolo della quale siederebbero i talebani, il governo afghano, alcuni dei Paesi vicini, gli Stati Uniti, gli europei e quant’altri. La conferenza internazionale sarebbe una sorta di «pacificazione giuridica» del conflitto in corso attraverso quel multilateralismo che il nostro governo invoca spesso. Il guaio è che fra «pacifismo dei mezzi» – il non invio di altre truppe e i vincoli a quelle sul campo – e «pacifismo istituzionale» (il ricorso alla diplomazia dell’Onu) c’è contraddizione. Le truppe della Nato sono, infatti, in Afghanistan su invito delle Nazioni Unite, cioè sulla base di un mandato politico e di una operatività militare tipicamente multilaterali.  probabile, dunque, che Prodi e D’Alema, rispondendo picche all’appello di Blair e non seguendo l’esempio di Zapatero, abbiano adottato una terza via: quella di dar retta al «pacifismo finalistico» (Norberto Bobbio, cit.). Esso opera, in ultima istanza, sugli uomini: «Le guerre dovrebbero cessare qualora gli uomini si convincessero che le guerre non servono più a soddisfare né bisogni né interessi». Qui si passa da una proposizione descrittiva (la guerra in Afghanistan c’è) a una prescrittiva (gli uomini dovrebbero convincersi) con un salto logico tipico di tutte le utopie. Ma il sospetto è che in gioco non siano tanto «il problema della guerra e le vie della pace», quanto la sopravvivenza del governo pressato dalla sinistra radicale e pacifista. La guerra dell’Afghanistan è una questione di politica interna. Il Senato della Repubblica è la nostra Kabul. In conclusione. Poiché la legittimazione della guerra è un problema morale pressoché irrisolvibile sotto il profilo strettamente etico, e il perseguimento della pace è un «dovere morale in sé», indipendentemente dall’esito, siamo evidentemente tutti pacifisti. Lo sono Blair e Zapatero; lo sono Prodi e D’Alema; lo è la sinistra alternativa e di governo. Ma poiché la guerra – almeno, tale finora è stata – è anche un «male ineliminabile», a noi Blair e Zapatero paiono, se non altro, più coerenti di Prodi, di D’Alema e dei loro compagni di strada. postellino@corriere.it