Il Sole 24 Ore 04/03/2007, pag.47 Cristina Battocletti, 4 marzo 2007
Se Broadway è appesa ai fili. Il Sole 24 Ore 4 marzo 2007. Quando dodici giganti in tuta blu usciranno dalle quinte del teatrino, dopo aver fatto volteggiare decine di marionette alte poco meno di un metro, c’è da scommettere che anche la platea di Broadway rimarrà prima disorientata e poi commossa
Se Broadway è appesa ai fili. Il Sole 24 Ore 4 marzo 2007. Quando dodici giganti in tuta blu usciranno dalle quinte del teatrino, dopo aver fatto volteggiare decine di marionette alte poco meno di un metro, c’è da scommettere che anche la platea di Broadway rimarrà prima disorientata e poi commossa. Perché è questo il meccanismo che fa scattare la compagnia marionettistica di Carlo Colla e figli da quasi duecento anni: lo stupore e la sorpresa di risvegliarsi da un sogno. Mentre i pupazzi sono sulla scena, la fascinazione è tale che non si pensa più che abbiano i fili e quando i marionettisti escono allo scoperto, alti il doppio delle proprie creature, la sensazione è di sconcerto. Portare le marionette sulla passerella teatrale newyorkese è un’avventura senza precedenti, ma la compagnia ha spalle forti. «In America ci siamo stati già quattro volte - racconta Eugenio Monti Colla, direttore artistico della compagnia -, ma di tournée ne abbiamo fatte in tutto il mondo. Ci mancano ancora solo Giappone e Paesi arabi». Intanto, mentre le 150 marionette del Macbeth, spettacolo coprodotto con il "Chicago Shakespeare Theater", hanno già raggiunto gli Stati Uniti, nel quartiere generale della compagnia si continua a lavorare come ogni giorno. In una grigia palazzina di periferia milanese, dove d’inverno scende ancora la nebbia, alle nove i Colla cominciano a riunirsi. Per Colla oramai si intende una famiglia allargata, dove a portare il cognome sono rimasti solo Eugenio e il cugino di Carlo III. Il resto della combriccola è un insieme di amanti di questo mondo, visionari quanto basta per entrare nell’avventura che coinvolge tutta la loro vita. Quattordici persone - di cui solo due non salgono sul palco - che lavorano, cucinano, mangiano e a volte fanno anche le vacanze assieme, discutendo degli spettacoli, dei particolari di un costume, dell’espressione di un personaggio. nelle stanzucce seminterrate che si decide tutto, in antri ricolmi di stoffe, spilli e gatti amatissimi che si rincorrono tra orecchini, piume, scarpine ricamate, orpelli e centinaia di pupazzi. Entrare nello stanzone dove sono stipate parte delle duemila marionette - di cui oltre seicento storiche, tramandate dalla fine del 1700 - è una grande emozione. Facce da guerriero, di mongoli, di africani e arabi guardano minacciose accanto a volti sornioni, a ballerine snodate, dame svenevoli e mostri che per manovrarli ci vogliono tre uomini grandi e grossi. Sono tutti lì appesi ai loro fili, in riposo, pronti a prendere la vita di una serva o di una signora, di zingare, selvaggi, re e regine, orchi e gatti con gli stivali, ballerini, scheletri, gnomi, Aide e Radames, Cenerentole, Shéhérazade e Petruschka e tanti altri. Dal 1835, anno in cui si ha la prima data certa di una tournée, i Colla hanno rappresentato 480 spettacoli. Non nacquero come marionettisti, i Colla. Erano commercianti ricchissimi che, alla maniera degli aristocratici del Settecento, nel loro palazzo nel centro di Milano avevano allestito un teatrino per le marionette. Quando, caduti in disgrazia presso i dominatori austriaci, dovettero fuggire dalla Lombardia, le uniche cose che si portarono dietro furono le marionette, con cui si costruirono una nuova carriera. Diventarono così famosi che nel 1906 Milano li rivolle a casa, dando loro in gestione il teatrino Gerolamo che fu chiuso nel 1957. «Quando ci annunciarono la chiusura mi venne la febbre a 39 per dieci giorni e mia nonna smise di mangiare - ricorda Monti Colla, oggi 68enne -. Avevo un rapporto folle con le marionette. Mi rifugiavo tra le quinte ogni pomeriggio da quando avevo quattro anni, aspettando di poterle finalmente manovrare. Le consideravo oggetti di una terza realtà che avrebbe potuto da un momento all’altro prendere vita». Così, nel 1965, dopo aver preso la laurea, Eugenio ricostituì la compagnia, dapprima con sei Colla e alcuni ex marionettisti che lavoravano al Gerolamo, fino ad arrivare alla formazione attuale. «Che dovremo ampliare» precisa. Solo che non è facile riuscire a diventare un "Colla". Non basta solo saper manovrare - cosa di per sé già complicata - i fili delle marionette, che possono essere come minimo sei se il pupazzo deve solo attraversare la scena, fino a 28, quando devono compiere gesti complicati come passare un oggetto o un utensile. La verità è che bisogna essere dei veri artigiani. Nel quartier generale di via Montegani arrivano solo pezzi di legno da trasformare in uno spettacolo fatto e finito. Bisogna saper intagliare piedi, gambe, braccia e teste, creando l’espressione giusta; saper cucire i vestiti, il cui taglio è filologicamente studiato secondo le mode dell’epoca che vuole rappresentare e ricamare con certosina perizia fiori e intrecci colorati; dipingere a olio occhi e bocche; studiare le sceneggiature e ridurle in trame adatte alle marionette; fare i bozzetti e riuscire poi a riprodurli nelle scene dello spettacolo. Ciascuno lavora seguendo la propria inclinazione e assume il ruolo di un personaggio secondo la propria indole. «L’interpretazione dei caratteri non deve essere di chi manovra - precisa il direttore artistico della compagnia -, ma deve saper scendere lungo i fili», rispettando nella recitazione un vecchio adagio dei capostipite dei Colla, secondo cui le marionette «non devono fare ridere, né piangere, ma costantemente sorridere», in quella magia, rito, luna park colto che è il mondo dei pupazzi guidati dai fili. Cristina Battocletti