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 2007  marzo 04 Domenica calendario

I feriti, dramma nascosto della guerra. Il Sole 24 Ore 4 marzo 2007. New York. Kenneth Sargent, veterano dei marines, ha una lesione cerebrale, inflitta dai proiettili di un cecchino a Najaf

I feriti, dramma nascosto della guerra. Il Sole 24 Ore 4 marzo 2007. New York. Kenneth Sargent, veterano dei marines, ha una lesione cerebrale, inflitta dai proiettili di un cecchino a Najaf. Mariela Mason, ex autista dell’esercito sposata e con una bambina di tre anni, in due anni di cure è uscita dal coma ma ancora cerca faticosamente di riprendersi. Un proiettile ha rubato a Colin Smith, 19 anni, parole e movimenti. Le ferite di Jonathan Schulze e Timothy Bowman erano meno visibili ma altrettanto profonde: pochi mesi dopo il ritorno dall’Iraq, a poco più di vent’anni si sono suicidati. In gergo, post traumatic stress disorder, sindrome da stress. Kevin Felty, smessa l’uniforme, non ha trovato lavoro ed è stato arruolato nelle schiere degli homeless, i senza casa, con la moglie incinta. I loro volti, alcuni dei tanti che ogni giorno filtrano sui mass media americani, sono quelli del grande dramma nascosto della guerra in Iraq e Afghanistan. Il volto degli oltre 50mila feriti già tornati in patria, per il 95% dalle prime linee irachene. Soldati il cui sacrificio incute rispetto e strappa medaglie, ma che è anche una spina nel fianco della Washington ufficiale. Perché se è vero che Iraq e Afghanistan hanno riguardato un esercito di professionisti e non di leva, coinvolgendo direttamente solo mezzo punto percentuale della popolazione contro il 2% del Vietnam, simili cifre traggono in inganno. I ranghi di chi non può dimenticare o superare le conseguenze del conflitto si sono ormai gonfiati a dismisura, tra militari e contractor civili. Almeno un milione e mezzo di americani ha finora servito in Iraq o in Afghanistan, a volte su entrambi i fronti. Quasi 25mila sono stati colpiti in combattimento, altri 28mila hanno dovuto essere evacuati per ferite o malattie. Un soldato su cinque di ritorno è almeno parzialmente menomato, fisicamente o psicologicamente. Forse non una generazione perduta, come in Vietnam. Ma il conto per gli Stati Uniti, ha avvertito Steve Robinson dell’associazione Veterans for America, «richiederà decenni per essere pagato». Secondo lui oltre 750mila veterani avranno bisogno di cure. Il numero e la gravità dei feriti per l’America è diventato il grande shock della nuova guerra al terrorismo. Dall’Iraq oggi tornano sedici feriti per ogni soldato ucciso, contro i meno di tre del Vietnam e della Corea e i meno di due delle guerre mondiali. Risultato di equipaggiamenti migliori, da elmetti di kevlar a giubbotti protettivi con piastre di ceramica. E di innovazioni mediche e chirurgiche, quali le polveri per arrestare le emorragie. Ben il 96% dei militari che arriva in vita ad un ospedale da campo viene salvato. Questa realtà, però, moltiplica anche le sfide: i sopravvissuti si portano sovente dietro ferite gravi e la durata della missione in Iraq, con ripetuti turni al fronte delle stesse truppe, crea problemi tanto fisici, per la protratta esposizione a sostanze tossiche, che mentali. Il 35% dei veterani che chiede assistenza medica ha disturbi psichici. Oltre metà dei feriti è stata colpita da ordigni, un quinto da colpi di mortaio, cecchini o razzi, con lesioni cerebrali e alla colonna vertebrale o amputazioni. «Il costo della guerra - dice Scott Wallsten, economista della conservatrice Progress and Freedom Foundation - è molto più elevato di quanto possa rivelare qualunque budget. E uno degli aspetti più complessi da valutare è quello dei feriti. difficile anche solo reperire i dati e in molti casi si tratta di ferite particolarmente gravi, danni cerebrali e perdite di arti». Wallsten ha provato a misurare le risorse necessarie alle cure, immediate e future: una seria ferita al capo può richiedere tra i 600mila e i 4,3 milioni di dollari. E si è cimentato anche con gli interrogativi sulle conseguenze economiche della perdita di benessere e attività delle vittime, considerando che una "vita statistica", in media, vale 6,5 milioni di dollari. Ha concluso provvisoriamente che i feriti oggi rappresentano una perdita economica tra i 14 e i 43 miliardi di dollari. Linda Bilmes, ex alto funzionario dell’amministrazione Clinton ora a Harvard, ha pubblicato uno studio sui feriti di ritorno ben più drammatico: solo guardando alle risorse necessarie per prendersi cura di loro, nell’arco di 40 anni, assistenza medica e compensi di invalidità potrebbero variare tra i 350 a 700 miliardi. Bilmes, che con il Nobel Joseph Stiglitz aveva già stimato il costo del conflitto in duemila miliardi di dollari, stima che oltre 600mila veterani abbiano già diritto a chiedere assistenza pubblica e che 200mila l’abbiano domandata. Tra tante incognite, è certo che le risorse per ricucire le ferite della guerra, come per combatterla, sono inadeguate. Il «Washington Post» ha denunciato le condizioni inumane - tra topi, scarafaggi e muffa - in cui vivono anche molti dei 700 feriti ospitati nelle strutture del più noto ospedale dell’esercito, il Walter Reed, a due passi da Congresso e Casa Bianca. Un j’accuse che non è stato cancellato dalla richiesta del presidente Bush di aumentare del 13% il budget del Department of Veteran Affairs (VA) nel 2008, né dalle dimissioni del responsabile civile dell’esercito, il viceministro Francis Harvey. « la prova del fallimento dei leader americani in questa disastrosa guerra», ha tuonato il «New York Times». La crisi è diffusa ben oltre le mura del Walter Reed: il settimanale «Newsweek» ha dedicato la sua copertina al dramma irrisolto dei feriti, che minaccia solo di aggravarsi. Le richieste di assistenza dei nuovi veterani sono già oggi il triplo del previsto. Molti centri locali di assistenza sono privi di servizi essenziali o hanno interminabili liste d’attesa. E il VA ha in arretrato pagamenti di invalidità a ben 400mila veterani - ne sborsa in tutto forse cinque milioni - per cifre modeste che variano da 1.300 a 44mila dollari l’anno. L’attesa burocratica a volte supera ormai i due anni. Troppo per una guerra forse da dimenticare. Marco Valsania