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 2007  marzo 04 Domenica calendario

Il mondo in un tasto. Libero 4 marzo 2007. Crema. All’inizio non riscosse un grande successo. Troppo freddo, scrivere lettere staccate e anonime

Il mondo in un tasto. Libero 4 marzo 2007. Crema. All’inizio non riscosse un grande successo. Troppo freddo, scrivere lettere staccate e anonime. Troppo difficile, abituarsi alla tastiera. Poi cambiarono le necessità, nacquero le industrie, migliorarono i modelli. E quello strano strumento fatto di ferro, inchiostro e tasti divenne indispensabile per gli impiegati come per gli scrittori. Una mostra permanente al museo civico di Crema fa la storia dello strumento che ha rivoluzionato scrittura, tecnologia e design: la macchina per scrivere. Non è un caso che l’omaggio scaturisca da cuori cremaschi. Prima l’Everest e poi la Olivetti, gli stabilimenti che producevano le "machinète", come le chiamano ancora lì, hanno dato lavoro, fino a 30 anni fa, a migliaia di persone. Procediamo con ordine. Siamo alla fine dell’Ottocento quando gli americani creano la prima macchina per scrivere. Remington n.1, questo era il suo nome. Non si poteva leggere il testo mentre si scriveva ma era un apparecchio affascinante solo a vedersi, con quel nero lucido che sapeva di nuovo e quei fiori a mo’ di ornamento. Insieme alla Remington nasce anche la tastiera con la sequenza di tasti più usata ancora oggi, il "Qwerty", che evitava gli inceppamenti sulla tastiera; un sistema che si differenzia dal "Dvorak" che tiene maggiormaente conto della fisiologia della mano umana. Poi ci fu la svolta della Underwood, il primo modello a scrittura visibile. Leggendario è il modello numero 5, che fu venduto in milioni di esemplari e divenne il riferimento per l’industria mondiale. Prima, qualche prototipo e niente più. E sì che la stampa era ormai vecchia di 400 anni, ma fino ad allora non si sentiva il bisogno di strumenti portatili per scrivere, ed era più conveniente affidarsi a grossi macchinari con poca manodopera. Con il tempo la gente ci fece l’abitudine, e incominciò la diffusione di massa. Si imparò a digitare il testo a 10 dita, si inventò la carta carbone per fare copie dei documenti. Qualcosa che per noi, drogati di computer, schermi e fotocopiatrici, sembra ormai archeologia. La macchina da scrivere fu un simbolo. Sia dal punto di vista sociale, per le donne a cui la dattilografia diede per la prima volta lavoro negli uffici, che dal punto di vista industriale in Italia. Fu il progresso, per le migliaia di persone che vi lavorarono. Il Bel Paese, per una volta, non arrivò in ritardo. il 1908 quando viene fondata la Olivetti a Ivrea. Dal primo modello, Olivetti M1, e dagli iniziali 20 dipendenti, in 20 anni si passò a 13 mila esemplari di produzione e alle succursali in Spagna, Belgio e Argentina. Vedere quei modelli così lontani dalla nostra sensibilità di moderni, non ha solo il pregio di soddisfare una curiosità da storico. Qualcosa è andato perduto, da allora. Se sbagliavi ti toccava rifare tutto da capo. E dovevi trovare la parola giusta, quella indispensabile per esprimere il concetto. Noi, abituati a cancellare con un clic e a fare copia-incolla da Internet, abbiamo perduto questo senso dello scrivere. Gli aspiranti giornalisti, ancora oggi, devono ancora sostenere l’esame su una macchina da scrivere. La stessa con cui furono composte le più grandi opere del secolo scorso. La adoperò per primo Mark Twain, che con una Remington creò il suo Tom Sawyer. Il Nobel William Faulkner possedeva una Underwood, come anche Ernest Hemingway e Stphen King. E poi Stevenson, Arthur Miller, Don De Lillo, Jack Kerouac. Tutti in cerca della parola perfetta. Tutti loro a prendersi cura della parola. Che, come diceva Roland Barthes, è ciò che fa la letteratura. E che, proprio per questo, necessita di un poetico tutore meccanico. Giulia Cazzaniga