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 2007  febbraio 05 Lunedì calendario

COM´ERA

inevitabile, la riforma della legge elettorale è diventata il perno intorno a cui ruota la politica italiana, governo, maggioranza e opposizione. Ci ruotano anche Romano Prodi e Arturo Parisi, le due facce dell´ulivismo. La faccia rigorosa è quella di Parisi, il consigliere analista, l´uomo del «meglio perdere che perdersi»; mentre Prodi è il volto umano, nel senso anche di accomodante, orientato al compromesso come accettazione realistica del limite.
Il ministro della Difesa è da sempre il teorico assoluto, e insieme l´analista tagliente; il capo del governo invece è il politico pragmatico, che avanza e arretra secondo possibilità. Ci si può spiegare così, sulla base di una storia comune (cominciata da quando Parisi coniò il simbolo dell´Ulivo nel 1995), l´effetto sorpresa di un premier, Prodi, che non ha ancora finito di rivendicare il proprio potere sulla coalizione e i partiti, e si vede robustamente contraddetto dal ministro amico, per avere ventilato l´ipotesi che il referendum elettorale possa essere rinviato «se c´è l´inizio di un dialogo serio e costruttivo».
Il giorno dopo, quell´«inizio di un dialogo» è salito al rango di «un accordo alto». Nel frattempo, Parisi, che fa parte del comitato promotore del referendum, ha esposto in pubblico la sua visione delle riforme: «Le porcate non si migliorano, si abrogano». E si capisce: il ministro-politologo è un bipolarista puro, sicuro che il formato bipolare è l´unica risorsa per evitare il salto all´indietro nella prima Repubblica, e dunque che di riforma elettorale ce n´è di un solo tipo, che approfondisca l´alternanza, e non che la stemperi. Altro che modello tedesco e trucchetti assortiti in salsa inciucista.
Mentre Prodi non ha le certezze del suo consigliere. Prodi vede i rapporti di potere, la forza, le debolezze. E ha anche una certa insofferenza per le questioni di formula. Per le astrazioni. Fino a poco prima della crisi, la ricetta parisiana era semplice: referendum elettorale più commissione bicamerale. Il referendum era la pistola alla tempia del Parlamento, in modo da convincerlo con le cattive a produrre la nuova legge; la bicamerale un modo per trasferire in un apposito organismo il negoziato sulle riforme costituzionali, assicurando al governo una durata di almeno due anni.
Ma Prodi non ama il radicalismo intellettuale di certi progetti. Non è un fondamentalista: ad esempio, allorché meno di tre mesi prima delle elezioni del 2006 Francesco Rutelli annunciò il siluramento della lista "Uniti nell´Ulivo", prima reagì definendolo «un suicidio», poi fu sufficiente un colloquio con Piero Fassino per mostrare realismo e accettare il meno peggio. In quelle ore, Parisi pensava come al solito che a mali estremi si deve reagire con estremi rimedi, appunto perché «meglio perdere che perdersi» (l´estremo rimedio era il partito personale di Prodi).
Ora è vero che Prodi ha numerosi amici che sono più prodiani di lui, ma oggi Parisi avrebbe buon gioco a ricordargli gli effetti di quella ingegnosa trovata, la presentazione di liste separate al Senato: quasi sconfitta elettorale e permanente rischio di crisi politica.
Quindi il radicalismo di Parisi non è una fisima accademica. Ma il ministro della Difesa considera Prodi nello stesso tempo uno strumento e una funzione della politica; se fosse necessario sacrificare Prodi per salvare il bipolarismo, neppure l´amicizia eviterebbe il sacrificio.
Invece Prodi è una miscela di tenacia e duttilità. Non fino al punto di accettare il trasformismo per salvare se stesso, dato che nel 1998 cadde per un voto proprio perché non volle domandare i voti cossighiani. Ma oggi chiedergli di sacrificarsi su un´interpretazione esclusiva della legge elettorale sarebbe chiedergli troppo. Già il suo potere di minaccia sul Parlamento e i partiti si è affievolito, dal momento che il presidente Napolitano ha escluso la possibilità di sciogliere le Camere e andare alle urne in assenza di una nuova e funzionale legge elettorale. E nello stesso tempo Prodi sa bene che l´approvazione di una nuova legge elettorale accorcerebbe la legislatura, e quindi la durata del suo governo.
Perché è vero che non esiste una "clausola di dissolvenza" secondo la quale "fatta la legge, sciolte le Camere". Ma non serve la sapienza politologica di Parisi per capire che se le sorti del governo Prodi si vincolano all´approvazione della riforma elettorale, se più precisamente lo spazio politico in cui agisce il governo attuale consiste nella rete negoziale della riforma, una volta concluso l´iter si conclude anche la funzione di Prodi.
Secondo l´affilata teoria di Parisi, che vuole abrogare le porcate e produrre un sistema efficiente di democrazia governante, evidentemente il gioco vale la candela: l´eventuale accorciamento a due anni della vita del governo è un prezzo equo a fronte di una buona legge di sistema. Per Prodi, che ha bisogno dell´intera legislatura per mostrare i risultati del suo governo, sarebbe un sacrificio incomprensibile. Insomma, Parisi avrà pure dalla sua la ragione filosofica e politica; ma come considerare una colpa se Prodi se preferisce vivere, anziché attuare una bella filosofia?