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 2007  marzo 06 Martedì calendario

Come previsto, la guerriglia islamista non ha tardato a farsi viva in Somalia, nella stessa Mogadiscio, dopo che le cosiddette Corti Islamiche, strette parenti dei Taleban afghani, erano state battute e cacciate dalle forze governative, col decisivo appoggio dell’esercito etiopico (e non senza una «collaborazione» americana)

Come previsto, la guerriglia islamista non ha tardato a farsi viva in Somalia, nella stessa Mogadiscio, dopo che le cosiddette Corti Islamiche, strette parenti dei Taleban afghani, erano state battute e cacciate dalle forze governative, col decisivo appoggio dell’esercito etiopico (e non senza una «collaborazione» americana). La situazione viene definita «sotto controllo», mentre si aspetta l’arrivo dei «peacekeepers» dell’Unione Africana, su autorizzazione delle Nazioni Unite. Si spera anche in una conferenza «di pacificazione nazionale». Ma è chiaro che la via della stabilizzazione di un legittimo potere somalo è ancora lunga. Non solo, ma è l’intero Corno d’Africa che ridiventa un’area fortemente critica. Ultimo episodio, il rapimento, forse politico, di cinque britannici e di un’italiana al confine tra Etiopia e Eritrea. Negli Anni 70 e 80, il Corno era stato uno dei siti geopolitici del confronto Est-Ovest, e ora minaccia di ripetersi nel nuovo conflitto planetario, quello tra l’Occidente e l’estremismo islamico. Somalia devastata da scontri tribali Se i Taleban, tra il 1994 e il 1996, avevano avuto buon gioco, con l’aiuto pachistano, a imporre la loro ferrea disciplina, teocratica e oscurantista, a un Afghanistan squassato dalle faide etniche, dopo il fallimento dell’occupazione sovietica, le Corti Islamiche erano riuscite, abbastanza rapidamente, un decennio dopo, a portare a termine la stessa operazione in una Somalia devastata dagli scontri tribali (che avevano sopraffatto drammaticamente una missione degli Stati Uniti e dell’Onu). Ora c’è chi dice che, bene o male, le Corti avevano portato l’ordine. Ma a quale prezzo? Non era certo infondata l’ipotesi di un Afghanistan-2, a disposizione di Al Qaeda o di sue affiliazioni. Da qui l’intervento etiopico, non condannato dall’Unione Africana e dalle stesse Nazioni Unite. Certo, bisogna seguirne gli sviluppi, e non senza apprensione. E qui, nella geopolitica del Corno d’Africa, entra in gioco l’Eritrea, nemica storica dell’Etiopia, con la quale ha combattuto una lunga guerra per l’indipendenza, poi ripresa, tra il 1998 e il 2000, per una questione di confini. Secondo un’analisi dell’Economist, il governo di Asmara, pur non annoverabile tra gli estremisti (circa metà della sua popolazione è cristiana), ha preso a «flirtare» con i Paesi antiamericani, in odio all’Etiopia ex comunista e ora filo-occidentale, e probabilmente ha passato armi di Paesi arabi alle Corti, ricevendo un compenso materiale, soprattutto in petrolio. Il merito dell’intervento decisivo Ma in questo quadro, chiaramente, il Paese centrale è comunque l’Etiopia, il secondo in Africa per popolazione (72 milioni di abitanti, con un tasso di crescita annuo di 2 milioni), ma anche uno dei più poveri. Da quando si è liberato della dittatura comunista di Menghistu, ha ricevuto e riceve consistenti aiuti occidentali e ora, specialmente agli occhi dell’America, ha il merito del decisivo intervento contro gli estremisti somali. Però ha anche il torto di avere un governo, da lungo tempo guidato dall’uomo forte Meles Zenawi, che non va leggero sui diritti civili e politici dell’opposizione. E qui si ricrea il solito e antico imbarazzo dell’Occidente, di fronte ai nemici dei suoi nemici. Devono essere democratici come noi? Sì, dice a Washington il Congresso. Sorvola il Pentagono, che apprezza i militari di Addis Abeba. La risposta vera è pragmatica. Zenawi migliori il suo tasso di democrazia, ma intanto non compromettiamo anzitempo quella che, almeno finora, è una delle poche sconfitte del fondamentalismo islamico. Stampa Articolo