Tito Boeri, La Stampa 6/3/2007, 6 marzo 2007
Si discute molto a proposito dei senatori a vita, il cui voto sembra essenziale per la sopravvivenza del governo
Si discute molto a proposito dei senatori a vita, il cui voto sembra essenziale per la sopravvivenza del governo. Dal punto di vista numerico maggioranza e opposizione quasi si equivalgono e sono quindi diventati decisivi i senatori che, in base all’articolo 59 della Costituzione, sono stati scelti da vari Presidenti della Repubblica tra quanti «hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario». Sono Giulio Andreotti, Rita Levi Montalcini, Emilio Colombo, Sergio Pininfarina e Giorgio Napolitano, nominato nel settembre 2005 da Ciampi, prima di essere eletto lui stesso alla Presidenza della Repubblica. Dopo l’elezione, Napolitano ha ritenuto opportuno non partecipare ai lavori del Senato, poiché il suo ruolo gl’impone di collocarsi al di sopra delle parti. I senatori a vita che possono partecipare alle votazioni sono dunque quattro. Gli altri tre, Cossiga, Scalfaro e Ciampi, appartengono alla categoria dei senatori di diritto, in quanto ex Presidenti della Repubblica. Solo impropriamente vengono definiti senatori a vita. Tener fuori dalla politica chi non si candida Prima che nel 1946 nascesse la repubblica, il Senato era interamente composto da senatori a vita di nomina regia. Ma nel 1947 un membro dell’Assemblea Costituente, l’on. Antonio Alberti, nato a Verona nel 1883 e democratico cristiano, propose di includere nella Costituzione repubblicana la nomina di almeno cinque senatori a vita dotati di quegli altissimi meriti che poi l’articolo 59 precisò. Il 27 gennaio 1947 il comunista Umberto Terracini, membro della Costituente e della Commissione dei 75 incaricata di predisporre il testo della Costituzione da discutere in aula, non era ancora presidente di quella storica assemblea poiché lo divenne l’8 febbraio 1947. Con tutta la sua autorevolezza, il 24 gennaio, Terracini si oppose alla proposta di Alberti. Dichiarò ai membri della Commissione dei 75 che se c’erano persone, sia pur dotatissime, le quali rifuggivano dalla vita politica e quindi evitavano di candidarsi alle elezioni, era bene che ne fossero tenute fuori, perché la loro avversione rappresentava «un elemento deteriore». Per di più, aggiunse Terracini, il Senato «è stato concepito come un organismo che deve essere sottoposto anch’esso a un rinnovamento periodico e non si possono prevedere eccezioni a questa norma». «Non potranno mai spostare il centro di gravità» Terracini ebbe infine il timore che i senatori a vita potessero modificare la situazione politica: « evidente - disse - che non si può ammettere che vi siano elementi preordinati i quali, di per sé, sarebbero sufficienti a modificare e sconvolgere, sia pure non fondamentalmente, la fisionomia politica generale del Paese». Il 24 settembre 1947, durante la discussione in aula, l’on. Alberti tornò a riproporre i cinque senatori a vita e pronunciò queste parole: «Ad ogni modo, questi cinque non potranno mai in nessun modo spostare il centro di gravità di una situazione politica in Senato. Capisco che è stato detto che anche lo spostamento di un atomo ha la sua influenza sul corso degli astri; ma qui vaghiamo nell’inafferrabile, mentre invece noi dobbiamo trattare cose concrete». Rassicurati, i costituenti votarono a favore dei cinque senatori a vita, dimenticando che le sorprese della vita pubblica, come quelle della vita privata, sono imprevedibili. Stampa Articolo