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 2007  marzo 06 Martedì calendario

TITO BOERI E MASSIMO BORDIGNON

Ma davvero, con tutti i problemi che ha l´Italia, la riforma della legge elettorale è una questione così rilevante? Se ci sono tanti partiti, non sarà semplicemente perché è la frammentazione della società italiana a richiederlo? E comunque, che c´entra la legge elettorale con la qualità della politica e in particolare della politica economica? L´indice Neff per la Camera dei deputati, che misura il livello di frammentazione tenendo conto sia del numero dei partiti presenti in Parlamento che della loro consistenza in seggi e in voti, racconta una storia familiare. Con la frantumazione delle grandi ideologie novecentesche, e con il suo sistema elettorale proporzionale, l´Italia conosce un progressivo aumento nel numero dei partiti nel corso di tutti gli anni ”80. Curiosamente, in termini di voti, la dispersione raggiunge il suo massimo nel 1994, il primo anno in cui si vota con la nuova legge elettorale (la legge Mattarella), imposta da un referendum, che introduce il collegio maggioritario uninominale per il 75% dei seggi e soglie significative per la rappresentanza parlamentare (il 4%). Ma la dispersione nella distribuzione dei seggi è comunque inferiore, perché con la nuova legge, e nonostante il 25% dei seggi assegnati ancora con il proporzionale, molti voti ai partiti minori non si traducono in seggi. Nelle due tornate elettorali successive, la logica del collegio maggioritario invece si impone; partiti e elettori imparano a convivere con il nuovo sistema e conseguentemente l´indice mostra una continua riduzione, per raggiungere il minimo con le elezioni del 2001. Con tutta probabilità, se il sistema elettorale fosse rimasto inalterato avremmo visto un´ulteriore riduzione nella dispersione della rappresentanza anche nelle elezioni del 2006. Ma nel 2005 la legge viene cambiata, si ritorna al proporzionale e le soglie per la rappresentanza parlamentare vengono dimezzate. La frammentazione raggiunge un picco nel 2006, un record storico in termini di dispersione dei seggi. 14 partiti ottengono direttamente seggi alla Camera e ancora di più contando quelli eletti sfruttando il premio di coalizione; la sola maggioranza del governo Prodi conta 11 diversi partiti.
Il valore raggiunto alle ultime elezioni è un record non solo rispetto alla storia italiana recente, ma anche rispetto agli altri paesi europei: l´Italia, insieme al Belgio (dove però sono presenti fratture linguistiche e culturali da noi sconosciute) è il paese più frammentato d´Europa. Nelle altri grandi democrazie europee il valore dell´indice è meno della metà di quello italiano. Ma non sarà che questa frammentazione parlamentare risponda semplicemente ad una maggiore dispersione nelle preferenze dell´elettorato italiano rispetto ad altri Paesi europei? Difficile naturalmente rispondere con sicurezza a questo domanda; ma sembra francamente assai improbabile. In realtà, quando hanno potuto gli elettori italiani hanno piuttosto mostrato una netta preferenza per un quadro politico più semplificato, e un sondaggio d´opinione condotto in diversi paesi (il World Value Survey) rivela per l´Italia la stessa dispersione sull´arco politico degli altri elettori europei.
La frammentazione è, invece, senz´altro un portato dei sistemi elettorali; e in Italia, anche di un finanziamento pubblico dei partiti (pudicamente rinominato "rimborso delle spese elettorali", dopo un referendum che aveva abolito il primo) molto generoso e di regolamenti parlamentari che favoriscono la frammentazione dei gruppi parlamentari. I dati dimostrano che nei sistemi elettorali maggioritari, specie se a doppio turno, la frammentazione è più bassa che nei paesi con un sistema proporzionale. E in questi ultimi, l´introduzione di soglie per la rappresentanza riduce la frammentazione, ma non in modo considerevole.
Ma in fondo che male c´è? Perché mai dovrebbe essere un problema avere 23 partiti in parlamento e 11 nella maggioranza di governo, se questo ci rende felici? Il problema è che avere tanti partiti nella maggioranza di governo, rende difficile prendere decisioni tempestive, aumenta il potere di veto dei partecipanti, riduce la qualità e la coerenza delle politiche. Il problema della frammentarietà è ancora più grave in un sistema proporzionale, che di per sé spinge i partiti a dividersi sulle politiche, alla ricerca di visibilità e voti. E le due cose interagiscono; poiché se ci sono più partiti con il proporzionale, ci sono anche più governi di coalizione. A riprova di ciò, uno studio su un campione di 50 democrazie per i dieci anni dal 1990 al 1998, (Roland e altri, 2003) mostra come il 63% dei governi nelle democrazie maggioritarie siano formati da un unico partito contro il 17% nel caso di sistemi proporzionali. Inoltre i paesi con sistemi elettorali proporzionali hanno una spesa pubblica, in rapporto al Pil, di dieci punti più elevata nei sistemi proporzionali rispetto a quelli maggioritari (il 35% verso il 26%) e un deficit di bilancio più elevato (il 4% sul Pil contro il 3% dei paesi maggioritari). Naturalmente, un´associazione non è la stessa cosa di una causazione, e qualcuno potrebbe obbiettare che ciò che spiega il sistema elettorale di un paese spiega anche i suoi risultati di politica economica. Ma è interessante notare che tutti gli studi econometrici, pur nella varietà dei campioni e delle tecniche di stime, suggeriscono che la relazione causale tra sistema elettorale e performance economica sia genuina e vada nella direzione indicata qui sopra.
Ma se il problema è la frammentazione, non sarebbe possibile risolverla mantenendo il proporzionale e semplicemente imponendo una soglia elevata di sbarramento? Ammesso che si riesca ad imporla e a renderla operativa, vietando cioè ai partiti minori di formare aggregazioni pre-elettorali per poi dividersi successivamente, la risposta è senz´altro positiva. Una soglia al 5%, come nel caso tedesco, tanto citato in questi giorni, sarebbe sufficiente a ridurre il numero dei partiti presenti nel Parlamento italiano a 6 o 7 al massimo. Ma qui il problema è la tenuta del bipolarismo e il mantenimento per i cittadini della possibilità di scegliere prima delle elezioni uomini e programmi. Il rischio è quello della formazione di un centro perennemente al potere, alleato ora con la sinistra ora con la destra dello schieramento parlamentare. Una storia che abbiamo già conosciuto nella nostra storia e che ha fatto esplodere il nostro debito pubblico.