Sergio Romano, Corriere della Sera 6/3/2007, 6 marzo 2007
CON DUE LETTORE CHE INTERVENGONO NEI GIORNI SUCCESSIVI
In una recente trasmissione televisiva dedicata alla figura dell’editore Leo Longanesi, ho sentito parlare di un libro da lui pubblicato nel 1952 dal titolo «Navi e Poltrone» che suscitò alla sua uscita roventi polemiche a causa delle tesi accusatorie dell’autore Antonino Trizzino nei confronti dei vertici della nostra Marina militare dopo l’attacco da parte degli inglesi alla flotta italiana nel golfo di Taranto nel 1940. Effettivamente ancora oggi, rileggendo quel libro, di cui le chiedo di ricostruire le vicende, si rimane sorpresi dalla evidente sopravvalutazione data dall’autore alle capacità belliche della nostra marina all’inizio del conflitto.
Sergio Carrara
sergiocarrara@ yahoo.it Caro Carrara, Antonino Trizzino era stato ufficiale d’aviazione durante la guerra e ne era tornato con la profonda convinzione che i vertici delle forze armate fossero stati incapaci di preparare il Paese alle sfide del conflitto. Il suo libro non è soltanto una incalzante requisitoria contro la Marina. Nel primo capitolo, ad esempio, l’autore non risparmia critiche all’Aeronautica militare, colpevole di avere trascurato lo sviluppo e la fabbricazione dell’aerosiluro: la sola arma, secondo Trizzino, che avrebbe permesso all’Italia di contrastare nel Mediterraneo la potenza e l’esperienza della Home Fleet britannica.
Gran parte del libro, tuttavia, concerne la Marina e le grandi sconfitte subite dalla nostra flotta. Alcune delle pagine più avvincenti e polemiche sono quelle dedicate all’operazione degli aerosiluranti inglesi contro le navi di battaglia italiane nel Golfo di Taranto (novembre 1940), al bombardamento navale di Genova nel febbraio 1941, all’affondamento di sette piroscafi italiani nel novembre 1941, alla caduta di Pantelleria e Lampedusa nel giugno 1943. Trizzino ha uno stile secco e incisivo, ha lavorato sulle fonti disponibili e, soprattutto, non ha peli sulla lingua. Non sopravvaluta la potenza della flotta italiana e conosce i grandi meriti di quella britannica. Ma crede che il rapporto di forze rendesse possibile un migliore equilibrio e punta il dito contro il vertice della Marina.
Alcuni ammiragli sono esplicitamente accusati di codardia. Ma il capo d’accusa più grave è spionaggio e tradimento. L’autore non può fornire documenti e individuare precise responsabilità, ma è appassionatamente convinto che soltanto informazioni provenienti da Supermarina abbiano consentito agli inglesi di mettere a segno alcune delle loro operazioni più brillanti. E crede che soltanto l’ipotesi del tradimento possa spiegare la passività e la lentezza della nostra flotta in circostanze in cui un rapido intervento avrebbe potuto contrastare efficacemente i piani del nemico. La prova indiretta, sempre secondo Trizzino, è in un libro dell’ammiraglio Franco Maugeri, capo dell’Ufficio informazioni, apparso dopo la guerra e tradotto anche in inglese. Nel libro si legge tra l’altro questa frase: «L’inverno del 1942-43 trovò molti di noi, che speravano in una Italia libera di fronte a questa dura, amara, dolorosa verità: non ci saremmo potuti liberare delle nostre catene se l’Asse fosse stata vittoriosa. (...) Più uno amava il proprio Paese, più doveva pregare per la sua sconfitta sul campo di battaglia».
Il libro ebbe un grande successo e l’editore, Leo Longanesi, ne fece venti edizioni. Ma procurò a Trizzino parecchie querele per diffamazione e un processo per vilipendio della Marina militare, promosso dal ministero della Difesa, che si concluse il 5 dicembre 1953 alla Corte d’Assise di Milano con la condanna dell’imputato a due anni e quattro mesi di reclusione, oltre al risarcimento del danno per gli ammiragli querelanti. Ma l’autore si appellò contro la sentenza e fu assolto con un verdetto che riconosceva la sua buona fede e il suo desiderio di fare chiarezza su alcune pagine della storia nazionale. Se vorrà leggere l’intera sentenza, caro Carrara, troverà le sue 51 pagine in fondo alle ultime edizioni dei libro di Trizzino.
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Corriere della Sera, 12/3/2007 - INTERVENTI
E REPLICHE
La Marina nella seconda guerra mondiale
Scrivo per proporre alcune considerazioni in relazione alla risposta di Sergio Romano sull’operato della Marina italiana durante la II guerra mondiale (Corriere, 6 marzo).
Nel dopoguerra le polemiche e le accuse di tradimento nei confronti della Regia Marina erano piuttosto diffuse nell’opinione pubblica italiana, scossa da una serie impressionante di dolorosi insuccessi e circostanze sfavorevoli apparentemente inspiegabili. Ciò che allora non era possibile sapere, in quanto gli inglesi avrebbero svelato il segreto solo molti anni dopo, era l’esistenza di Ultra, l’ufficio decrittazione britannico, da subito in grado di «sfondare» i codici utilizzati dall’Asse.
Non ci fu quindi tradimento (o almeno così pare allo stato attuale). Ciò non toglie che la condotta delle operazioni navali fu estremamente discutibile e costantemente passiva e rinunciataria. Due elementi influenzano pesantemente il giudizio sull’operato della nostra Marina.
Innanzitutto, nei rapporti di forza quantitativi e qualitativi, essa era la nostra Forza Armata meno penalizzata nei confronti del diretto avversario ed anzi, dopo lo spettacolare attacco alla base di Alessandria del 18 dicembre ’41, poté godere per molti mesi di una schiacciante superiorità. In secondo luogo, mentre l’Esercito e l’Aeronautica seppero sopportare il peso di violente battaglie, la Marina sembrò sottrarsi continuamente allo scontro col nemico e, nei rari casi in cui avvenne ugualmente, si tenne in genere a distanza e manovrò per interrompere quanto prima il contatto.
Ciò non significa certo che il personale della Regia Marina non combatté con onore e coraggio: anche solo pensarlo sarebbe una vergognosa ingiustizia nei confronti di quanti (tanti) sacrificarono la propria vita nell’adempimento del dovere, ad esempio lungo le vitali rotte di rifornimento per l’Africa. Ma è indubbio che il nerbo della quinta flotta del mondo, un costosissimo apparato bellico peraltro temuto e rispettato all’estero, non recitò il ruolo che sarebbe stato lecito attendersi.
Quali le motivazioni? Difficile dirlo, ma molte sono state le ipotesi avanzate. Certo, la Marina era la più monarchica e la meno fascista tra le Forze Armate, ed i suoi ufficiali superiori si erano formati nella venerazione e nel mito dell’ invincibilità degli eredi di Nelson. Supermarina era convinta – a ragione – che per la sopravvivenza del Paese e del suo Impero fosse imprescindibile mantenere buoni rapporti con la Gran Bretagna. La convinzione che le grandi navi grigie rappresentassero l’unica merce di scambio preziosa nelle trattative col nemico era diffusa, e non si voleva dilapidare «inutilmente» un tale capitale, tanto più che si riteneva che esse potessero essere determinanti anche semplicemente restando in porto, secondo il concetto della «fleet in being», in quanto rappresentavano comunque una minaccia (cosa poi ampiamente smentita dai fatti). Infine, la competenza, la preparazione e l’iniziativa non rappresentarono mai delle qualità diffuse nei vertici delle nostre Forze Armate.
Quale che possa essere la risposta, la condotta bellica della Regia Marina getta un’ulteriore ombra su di una guerra preparata dilettantescamente, dichiarata per azzardo, condotta male e conclusa peggio, sempre sulla pelle della gente comune, civili e militari.
Francesco M. Liberati, fml78@tiscalinet.it
• Grazie per le sue utili considerazioni. La sua lettera è una delle molte giunte su questo argomento. Abbiamo constatato che questa vicenda continua a suscitare grandi reazioni e cercheremo di pubblicare altre lettere. Ma vorrei ricordare che nella mia risposta ho cercato di ricostruire il «caso Trizzino», come mi era stato chiesto di fare, non di scrivere la storia delle virtù e dei difetti della Marina italiana durante la Seconda guerra mondiale.
Sergio Romano
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Caro Romano, a integrazione della sua risposta al lettore Carrara su «Navi e poltrone: un processo alla Marina», vorrei precisare che il libro attribuito all’ammiraglio Franco Maugeri, «From the ashes of disgrace» fu pubblicato solo in America e fu oggetto di numerose interrogazioni parlamentari. Nel libro la frase maggiormente incriminata riportava che l’ammiragliato inglese contava molti amici in Italia tra gli alti ranghi della Marina e poteva raccogliere informazioni direttamente alla fonte. Il ministro della Difesa del tempo, Pacciardi, a conclusione dei lavori di una commissione appositamente costituita, riferì in Parlamento che il libro non era stato scritto da Maugeri ma da un autore americano, tale Victor Rosen, sulla base di conversazioni e interviste avute con l’ammiraglio a Roma. Per la leggerezza con cui seguì le fasi della successiva pubblicazione, Maugeri, che era stato a capo del Sis della Marina all’epoca dell’introduzione del segretissimo impiego dei Mas, fu punito e destituito dalla carica di capo di Stato maggiore della Marina.
Col. Ferdinando Fedi
Napoli LE (CdS, 16/3/2007)