Varie, 5 marzo 2007
FESTUCCIA Carlo
FESTUCCIA Carlo L’Aquila 20 giugno 1980. Giocatore di rugby. «Tallonatore. Termine astruso, tecnico, un filo arcaico. La parola sa di calli e di fatica, il ruolo pure. Ma il tallonatore è anche il cervello della mischia, l’uomo che l’accende e la spegne, e la mano che governa la touche, ovvero la rimessa laterale. Carlo Festuccia [...] assieme a Fabio Ongaro è il tallonatore della nostra nazionale ovale. Un talismano. Una meta contro il Galles nel match vittorioso del 2003 al Flaminio, in campo anche nella vittoria con l’Argentina a Cordova, nello storico pareggio di Cardiff [...] nel trionfo di Murrayfield [...] I comandamenti e i segreti di quello che pare uno scomposto groviglio di carni ed è invece un meccanismo di precisione, il bilanciere da una tonnellata su cui oscillano le partite di rugby, li conosce tutti. ”No, la prima linea per me non è stata una vocazione. Da under 21 giocavo terza linea, poi grazie al MOC, l’esame che ti dice quanto crescerai, ho visto che non sarei andato oltre l’1,80, e mi sono riconvertito. Certo conta anche la voglia di esibire la prestanza fisica, il gusto per la lotta. La mischia italiana è potente, esplosiva, una delle migliori del mondo. Lo dicono gli avversari, non io. Ci temono”. ”La mischia è fatta di otto uomini, attenzione, non solo della prima linea. Se crolla o se vince la colpa e il merito sono di tutti, non solo dei piloni o del tallonatore. Il pilone chiede sempre il sostegno delle terze linee, se da dietro non viene la giusta spinta il pilone non può entrare bene, non è efficace. I piloni danno spinta e stabilità, il tallonatore scandisce i tempi, le seconde linee forniscono il sostegno immediato. Le terze linee devono rimanere legate, come dice, e spingere, ma sono come segugi, tendono a staccarsi, a cacciare la palla. I piloni sono simpatici e giocherelloni - lo so bene io che in nazionale sono compagno di stanza di Lo Cicero - ma anche testardi e soprattutto molto permalosi. Se dopo due o tre richiami la terza linea continua a non spingere bene, la mandano a quel paese”. ”Le testate al momento dell’ingaggio le dai all’inizio, quando sei piccolo, poi più. Impari. Certo, si può anche farlo apposta, entrare scorrettamente, lavorare sul collo dell’avversario. Una volta succedevano cose turpi, adesso c’è più professionalità. Qualche cazzotto, un pestone, qualche parola di troppo scappa, ma niente di più. I trucchi del mestiere invece sono mille, e l’arbitro - perché nessun arbitro ha mai giocato in mischia - se non è proprio bravissimo molto spesso ci casca. Basta che io, tallonatore, smetta di spingere per un attimo e la prima linea avversaria, bang, cade a terra. Adesso le fasi sono quattro, almeno teoricamente: crouch, touch, pause, engage. Ci si piega, i piloni toccano con il braccio i piloni avversari, un attimo di pausa e poi ci si intreccia. Se il pilone non tocca l’avversario, o se non si lega bene a lui, o lo tira giù per farlo crollare, l’arbitro fischia la punizione”. ”Io la parola ”engage’ però non la sento mai. Al massimo la prima ”e’. come nei cento metri: devi partire sullo sparo, non dopo lo sparo. Se entri per primo, se prendi posizione meglio, nove volte su dieci la mischia la vinci. il tallonatore che chiama al mediano di mischia il momento di introdurre la palla. Se sbagli il tempo, è finita. Basta alzare un piede nel momento sbagliato, dare cinque appoggi invece che sei in prima linea, e l’avversario ti travolge. A volte è sufficiente spingere e avanzare; altre capita di tallonare con le ginocchia invece che con i piedi, dipende”. ”In mischia, come nella touche, per capire cosa fare si usano le chiamate. Sono codici, sequenze di numeri, nomi di donna o di animale. Le cambiamo spesso, perché gli avversari possono decifrarle. Devono essere brevi, comprensibili, il minimo indispensabile per capire cosa fare, se serve correggere la spinta o è meglio far crollare la mischia per ricominciare’. ”Nei raggruppamenti spontanei, nelle ruck o nelle maul, non c’è tempo per parlare. Devi capire al volo cosa vuole fare il compagno. Se ti nasconde la palla, vuol dire che andrà a terra, che ha bisogno di un sostegno per ”ripulire’ l’ovale. Se invece te la offre come bersaglio vuol dire che tenterà un off-load, che te la vuole consigliare. E quando sei a testa bassa, quando hai solo il fango o il corpo del compagno davanti agli occhi, è il mediano di mischia, tirandoti per la maglia, urlando o dando pacche sulla schiena, che ti fa capire se devi spingere o toglierti. Lui è il pastore degli avanti. Il cane lupo che guida noi avanti che in quei momenti siamo come ciechi”. ”Lo so, vista da fuori la mischia sembra un mucchio selvaggio. Invece è il risultato di lunghi allenamenti, di tattiche provate e riprovate soprattutto dai primi cinque giocatori. Al video studiamo tutto degli avversari: come mette i piedi quel pilone, se si lega alto o basso. Dettagli. Ma quando devi reggere o spostare una tonnellata di uomini, il più piccolo particolare conta, anche l’inclinazione di una scarpa. E la mischia è fondamentale. Se soffri in mischia chiusa non riesci ad avere la lucidità e l’energia per placcare fuori”. ”La meta negata e quella realizzata da Troncon contro la Scozia sono state questioni di orgoglio. In quei momenti c’è come un pensiero collettivo che si materializza. Senza bisogno di parole, al massimo uno sguardo del capitano o del mediano di mischia. Non devono passare. Anche se mancano centimetri alla meta. Saltano fuori gli automatismi, l’intuizione. In allenamento simuliamo quelle situazioni mandando acido lattico nei muscoli per abituarci a pensare e reagire in fretta anche dopo ottanta minuti di botte prese e restituite”. ”La mischia rubata dà grande soddisfazione. Come contro la Scozia. Primo tempo, metà campo. Ci siamo detti: attacchiamoli a destra. Tutta la spinta su Lo Cicero, il nostro pilone sinistro, per mettere sotto pressione il loro pilone destro. Un piede leggermente spostato, e via. Abbiamo preso la spinta giusta e non ci siamo più fermati”» (Stefano Semeraro, ”La Stampa” 5/3/2007).