Marco Belpoliti, La Stampa 5/3/2007, 5 marzo 2007
MARCO BELPOLITI
Cannes 1958. Pietrino Bianchi, leggendario critico cinematografico, esce a metà di un film che ha come protagonista Sofia Loren e si avvia verso l’albergo. A un tratto è attirato dalla musica proveniente da un’altra sala di proiezione. Entra e si siede. Proiettano Tapum! La storia delle armi. Dura solo tredici minuti. La proiezione lo entusiasma. Va dritto in albergo e scrive il suo pezzo che esce il giorno successivo sul Giorno. Vi esalta l’autore del cortometraggio, Bruno Bozzetto, un giovane di vent’anni.
Il pezzo di Bianchi sancisce la nascita di un nuovo regista. Nato il 3 marzo 1938 a Milano, Bozzetto è uno di quei geniali inventori italiani, in gran parte autodidatti. La sua carriera di disegnatore e regista è inconsueta: iscritto a Geologia, passa a Giurisprudenza, ma dopo pochi esami lascia. Sta già girando dei film sul mondo degli insetti, sua grande passione: Piccolo mondo amico (1955) e A filo d’erba (1957). Li ha girati inventandosi, con l’aiuto del padre, Umberto, una tecnica di ripresa casalinga: per tutta la vita sarà un meraviglioso bricoleur. Ma il suo vero inizio è ancora un altro: a 15 anni ha cercato di realizzare dei film «dal vero» con i compagni di scuola, attori improvvisati, che però spariscono nel bel mezzo delle riprese. Il cartone animato, lo sguardo da entomologo e la tensione al gioco tra i generi - cartone e film dal vero - saranno tre poli della sua attività nei cinquant’anni successivi.
Ma quali sono le caratteristiche del lavoro di Bozzetto? Come ha detto lui stesso, più che un disegnatore l’artista bergamasco - nato a Milano vive da tempo in questa città - è un regista, ovvero uno che orchestra, organizza e monta il materiale delle proprie visioni. Bozzetto fa un gran uso della metamorfosi, del cambiamento continuo di forma; il suo stile di lavoro non si preoccupa troppo della coerenza dei segni; fa piuttosto del cambiamento continuo di stile il proprio stile: dal segno più astratto, concettuale, a quello più plastico, dalla ripresa di stilemi pubblicitari all’uso del segno in senso antipubblicitario, l’uso del tratto infantile e invece la colorazione e lo sfumato più complesso. In questo senso Bozzetto, autore di tre fondamentali film di animazione - West and Soda (1965), Vip. Mio fratello superuomo (1968) e Allegro non troppo (1976) -, è un regista di genere, o meglio di reinvenzione dei generi.
Se è vero che quando nel 1963 inizia a girare il suo western - naturalmente «alla Bozzetto» - il western all’italiana di Sergio Leone non ha ancora debuttato, tuttavia il tema parodico è già presente nel suo lavoro. La parodia, che oggi viene collocata nell’ambito postmoderno, in realtà è uno dei tratti salienti della cultura italiana, in particolare di quella letteraria. Per capire cosa significhi la parodia in Bozzetto, bisogna dire che non c’è alcun suo film breve o lungo, didattico o comico, in cui non si citino altri film, in cui non si faccia il verso o ci si riferisca a opere precedenti.
L’origine della parodia come genere letterario è molto remota; secondo alcuni deriverebbe da rapsodia, ovvero dalla poesia, anche se ne rovescia il senso: dal serio al comico. E qui c’è un’ulteriore caratteristica dei film di Bozzetto: l’umorismo. La parodia serviva anticamente a rinfrescare l’animo degli spettatori dopo i versi dei rapsodi. Rabelais è un maestro di parodia, ma anche Dante con il suo poema in versi è autore parodico per eccellenza. Ogni citazione letteraria, ha scritto Roland Barthes, è già una parodia. E qui si inserisce un’altra caratteristica di Bozzetto: il moralismo. Bozzetto usa la parodia in termini morali. Ma è anche vero che la parodia, come mostra tutto il suo cinema, e in particolare i film più brevi, presenta qualcosa di ambiguo; meglio: d’inafferrabile. Mentre diverte, crea anche un sottile disagio, non solo per quello che dice, ma soprattutto per come lo dice: afferma e smentisce nel medesimo tempo.
Insieme con la parodia, Bozzetto entomologo del comportamento umano, utilizza ampiamente la figura del grottesco: I due castelli, Una vita in scatola, Baby story, Europe & Italy, anche se il culmine è nelle avventure del Signor Rossi, il personaggio più noto. Nel 1960 il regista ha fondato la Bruno Bozzetto Film, in cui hanno lavorato come collaboratori di primo piano Guido Manuli, Giuseppe Laganà, Giovanni Mulazzani, Walter Cavazzuti, Giancarlo Cereda, e anche Maurizio Nichetti, per nove anni membro della factory bozzettiana.
Se lo stile di Bozzetto è naturalmente eclettico, la sua origine è decisamente mentalista. Lo dimostrano i modi con cui nascono i suoi film, in particolare i più famosi: da immagini mentali, non tanto immagini visive; esattamente: da idee. La scaturigine della sua fantasia, in questo molto italiana, è fondata su «visioni mentali». Ha detto una volta Bozzetto: «Che cos’è il disegno? Un’idea con intorno una linea». L’affermazione ribadisce la sua vocazione di ideatore. Ma c’è anche un aspetto concreto, potremmo dire materialista: l’attenzione al tema degli istinti. Affascinato dalla vocazione istintuale dell’animale-uomo, Bozzetto mette di continuo in scena il conflitto tra il singolo e il gruppo, tra singolo e singolo, mettendo bene a fuoco la pulsione aggressiva quale istanza fondamentale dell’uomo. Affascinato e respinto da questa grammatica di base, preferisce sempre inquadrare da distanza i propri personaggi: se ne compiace e se ne allontana nel medesimo tempo. Come in I due castelli (1963), cartone essenziale, che lascia spazio allo spettatore e alla sua «costruzione», girato tutto in campo lungo; qui Bozzetto diventa il novelliere della condizione contemporanea, quasi un sociologo, ma a patto di considerare l’aspetto antropologico del suo sguardo, da moralista classico, si potrebbe dire, ovvero da grande ottimista.
Accusato di essere un inveterato pessimista, in realtà Bozzetto con il suo cinema d’animazione - d’animazione e nel contempo «dal vero», sperimentatore con e senza il computer - incarna perfettamente la figura dell’ottimista secondo la descrizione che ne ha fornito lo scrittore russo Zinoviev in un dialogo di Cime abissali: «Il pessimista: Peggio di così le cose non potrebbero andare! L’ottimista: Potrebbero, potrebbero!».