Notizie tratte da: Lorenzo Mondo, Quellཿantico ragazzo. Vita di Cesare Pavese, Rizzoli, 2006, 239 pagine, 17,50 euro., 5 marzo 2007
Notizie tratte da: Lorenzo Mondo, Quell’antico ragazzo. Vita di Cesare Pavese. Paese. Cesare Pavese nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano, nelle Langhe, dove l’aria di campagna è ritenuta propizia alla madre in attesa
Notizie tratte da: Lorenzo Mondo, Quell’antico ragazzo. Vita di Cesare Pavese. Paese. Cesare Pavese nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano, nelle Langhe, dove l’aria di campagna è ritenuta propizia alla madre in attesa. Vive a Torino, ma da bambino torna al paese ogni estate a trascorrere le vacanze e sentirà sempre il richiamo della collina: "Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti" (da La luna e i falò). Famiglia. Il padre Eugenio, cancelliere di Tribunale a Torino, muore di cancro quando Pavese ha sei anni: "E io giunsi a venti senza sapere come un uomo si comporta in casa. Continuai già diciottenne a scappare nei prati, convinto che senza una corsa e una monelleria la giornata era perduta". La madre, Consolina Mesturini lo tirò su con la durezza di un uomo. Quando morì, Pavese si era appena laureato e andò abitare con la sorella maggiore Maria e suo marito. Ballerine. A diciassette anni si innamorò di una ballerina, tale Pucci, vedendola danzare al Teatro Odeon. A fine spettacolo la seguiva sempre fino alla fermata del tram e l’accompagnava a distanza fino a casa, in periferia, finché una sera fu sorpreso da un acquazzone e si ammalò di pleurite. Anni dopo, condannato al confino in Calabria, si invaghì di una serva, Concetta. Autostima. "L’abbronzatura gli donava; aveva scoperto il proprio corpo. ”Mi sono convinto di essere un bellissimo ragazzo”, mi diceva guardandosi allo specchio, ”Zigomi forti, viso ben disegnato, collo robusto ben attaccato alle spalle”; mi pare ancora di sentirlo, con quel respiro un po’ sibilante nelle pause del discorso" (da una lettera di Tullio Pinelli a Lorenzo Mondo, 24 giugno 1965). Scheda. Connotati di Cesare Pavese secondo la scheda segnaletica contenuta in un rapporto della Prefettura di Torino al ministero dell’Interno, 4 settembre 1935: "alto 1.77, corporatura regolare, capelli castani pettinati ”alla mascagna”, colorito bruno, naso pronunciato, gambe lunghe e diritte, andatura ”svelta”, espressione fisionomica ”seria”". Fernanda. Tra le donne a cui chiese invano di sposarlo, Fernanda Pivano, a cui allude nel suo diario il 26 luglio 1940, giorno in cui scrive solo "Gôgnin", in piemontese, ”musetto”, e nell’epigrafe del libro Feria d’agosto (1946): "In memoria. 26 luglio ”40 – 10 luglio ”45" (cioè i giorni precisi in cui fu rifiutato da Fernanda). Le dedicherà dei versi: "Non ci sono ricordi su questo viso./ Solo un’ombra fuggevole, come di nube./ L’ombra è umida e dolce come la sabbia/ di una cavità intatta, sotto il crepuscolo". Connie. L’incontro tra Pavese e Constance Dowling fu organizzato da amici il Capodanno 1950. Era stata per dieci anni con Elia Kazan, che ricordava di aver fatto l’amore con lei "come animali nella stagione della caccia o come due criminali tallonati con la polizia": "Io la vedo ancora dritta davanti a me, i suoi piccoli seni solidi, le gambe perfette, il ventre tondo e sensuale come quello delle donne rappresentate nelle pitture del rinascimento italiano". Pavese ricorda "l’orgasmo, il batticuore, l’insonnia" mentre si preparava a compiere, incoraggiato da lei, il "passo terribile", senza smettere di chiedersi se non stesse "scambiando per valori umani dei semplici condimenti di distinzione, glamour, avventura, haut monde". Compiuto il passo, rimase estasiato dall’"incredibile dolcezza" di Connie, che però alla fine lo abbandonò. Lo consolò la di lei sorella Doris. Perdono. Cesare Pavese scelse per suicidarsi una camera d’albergo (la numero 43 dell’albergo Roma, vicino alla stazione di Torino), il sonnifero (venti bustine), una domenica (il 27 agosto 1950). Lo trovò un cameriere, disteso sul letto, senza giacca e scarpe, con un braccio piegato sotto la testa e un piede fuori dal letto, a sfiorare il pavimento. Sullo scrittoio una copia del suo libro più caro, Dialoghi con Leucò, con le parole d’addio sul frontespizio: "Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi".