Notizie tratte da: Alberto Alesina, Francesco Giavazzi, Goodbye Europa, 2006, Rizzoli, 217 pagine, 18 euro., 5 marzo 2007
Notizie tratte da: Alberto Alesina, Francesco Giavazzi, Goodbye Europa. Pil. Il Pil pro capite in Italia nel 1950 era pari al 30 per cento di quello statunitense, nel 1970 al 68 per cento, nel 1990 all’80 per cento
Notizie tratte da: Alberto Alesina, Francesco Giavazzi, Goodbye Europa. Pil. Il Pil pro capite in Italia nel 1950 era pari al 30 per cento di quello statunitense, nel 1970 al 68 per cento, nel 1990 all’80 per cento. Oggi è ridisceso al 64 per cento. Contemporaneamente, dal 1965 a oggi, il Pil pro capite della Corea del Sud è aumentato, rispetto agli Stati Uniti, dal 12 al 50 per cento. Spesa. Quota della spesa pubblica europea sul Pil (media calcolata sui 15 Paesi dell’Unione, prima dell’allargamento del 2004) nel 1960: 29 per cento (il livello odierno degli Stati Uniti); nel 1970: 37 per cento; nel 1980: 47 per cento; nel 1990: 50 per cento. Proporzionale. In Europa sistemi di redistribuzione del reddito e di protezione sociale furono introdotti alla fine della Prima guerra mondiale, con l’affermazione dei movimenti comunisti, che introdussero sistemi elettorali basati sulla rappresentanza proporzionale (diversi studi econometrici hanno dimostrato che nelle democrazie industriali la redistribuzione aumenta con l’aumentare della proporzionalità del sistema elettorale). Ma la rappresentanza proporzionale è anche favorita dall’omogeneità etnica di un Paese, motivo per cui non si diffuse negli Stati Uniti, dove il sistema maggioritario a turno unico, aiutato dal gerrymandering (manipolazione dei confini delle circoscrizioni elettorali per influenzare i risultati del voto) ha sempre ostacolato l’elezione dei rappresentanti dei neri. Immigrazione. Negli States i sondaggi dimostrano che per diffidenza razziale anche i bianchi poveri spesso si oppongono alle politiche redistributive. Infatti esistono programmi redistributivi attuati dai singoli stati, ma, a parità di reddito, il welfare è più sviluppato negli stati omogenei dal punto di vista razziale, per esempio negli Stati del Nord e del Nordovest (come Oregon e Minnesota) e in alcuni Stati del New England (come il Vermont), dove i bianchi sono la maggioranza. L’esperienza americana fa pensare che con l’immigrazione anche in Europa potrebbe venir meno il sostegno politico al welfare, dal momento che buona parte dei poveri che ne beneficerebbero sarebbe costituita da immigrati recenti. Immigrazione/2. "Se l’Unione europea aspetterà altri sette o dieci anni prima di aprire i propri confini, i lavoratori che arriveranno dal mio Paese saranno i meno qualificati, contadini e individui con un capitale umano mediocre: medici, architetti e ingegneri saranno già tutti emigrati negli Stati Uniti" (Mircea Geoana, ex ministro degli Affari esteri della Romania). Servizi. Gli europei non perdono posti di lavoro a causa dell’immigrazione extracomunitaria, ma a causa del trasferimento dell’industria nel Sudest asiatico, che sta trasformando l’economia europea in economia di servizi. I vecchi lavoratori delle industrie manifatturiere devono essere rimpiazzati con due figure di lavoratori: lavoratori altamente qualificati (finanza, istruzione, medicina) e lavoratori a basso grado di qualificazione, che servano le persone meglio pagate e più qualificate (come i camerieri). Conseguenza: i milioni di disoccupati europei che hanno perso un posto da operaio non sono più occupabili (essendo troppo vecchi per riqualificarsi) e probabilmente arriveranno all’età della pensione sfruttando vari sistemi di welfare, mentre le mansioni più basse saranno svolte dagli immigrati. Ore di lavoro. Nel 1973 in Francia, in Germania, in Italia le persone in età lavorativa (dai 15 ai 64 anni) lavoravano 1800 ore all’anno, come negli Stati Uniti; oggi 400 ore in meno (la Gran Bretagna 200 ore in meno), mentre la situazione non è cambiata negli Stati Uniti. Tre le ragioni: lavora una percentuale minore della popolazione (la partecipazione alla forza lavoro è più bassa e la disoccupazione più diffusa); chi lavora gode di vacanze e di congedi per maternità più lunghi, e si assenta di più per malattia; il numero di ore settimanali di lavoro è minore. In Francia e in Germania questi fattori hanno lo stesso peso, in Italia il fattore più incisivo è determinato dalla bassa partecipazione al lavoro di donne, individui con più di cinquant’anni e meno di trent’anni. Tedeschi. Un tipico lavoratore tedesco lavora cinque settimane e mezzo l’anno meno di un lavoratore americano: di queste, quattro a titolo di ferie, mezza settimana per malattia, una per assenze dovute a ragioni diverse da ferie e malattia. Tasse. Le tasse sono la prima spiegazione della differenza in ore lavorate tra Stati Uniti e Europa (anzi, l’unica, secondo Edward Prescott, premio Nobel per l’Economia nel 2004): un elevato prelievo fiscale induce la gente a lavorare meno, o a rifugiarsi nell’economia sommersa (molti non appaiono nelle statistiche ufficiali perché in realtà lavorano in nero), o a produrre più servizi a casa (vale soprattutto per le donne).