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 2007  febbraio 05 Lunedì calendario

«Gli ebrei possono essere solo nemici e sopraffattori della nazione che li ospita », si leggeva sul «Corriere della Sera» il 1˚ novembre 1938, a firma di Guido Piovene

«Gli ebrei possono essere solo nemici e sopraffattori della nazione che li ospita », si leggeva sul «Corriere della Sera» il 1˚ novembre 1938, a firma di Guido Piovene. Con la recensione entusiastica di Contra Judaeos, testo antisemita di Telesio Interlandi, la sottomissione al fascismo dello scrittore vicentino toccò il punto più basso. La vicenda riemerse nei primi anni Sessanta, ad opera di Guido Ludovico Luzzatto, Renzo De Felice e Ruggero Zangrandi. Piovene, all’epoca vicino ai comunisti, reagì nel 1962 con il libro La coda di paglia (ristampato da Baldini e Castoldi nel 1998), in cui ammetteva le sue colpe, dichiarando di aver agito per bieco opportunismo. Tuttavia, nota Pierluigi Battista nel recente saggio Cancellare le tracce (Rizzoli), questa «confessione della malafede più completa» si traduceva in «arringa difensiva», nel momento in cui lo scrittore negava di aver mai creduto nel regime e rivendicava quindi «un’interiorità pura e incontaminata». Insomma, «meglio cinico imbroglione che fascista illuso». La polemica che ne seguì è stata ricostruita da Sandro Gerbi nel libro Tempi di malafede (Einaudi). Piovene fu attaccato non solo dal neofascista Piero Buscaroli, ma anche da autori di sinistra come Zangrandi, Gaetano Baldacci ed Enzo Forcella, mentre più benevoli si mostrarono Carlo Bo, Franco Antonicelli e Rossana Rossanda. Acuto, ma perfido, fu Indro Montanelli: a suo dire non c’erano dubbi sull’ostilità al fascismo di Piovene, cui certo ripugnava la rozzezza delle camicie nere, ma il suo successivo impegno a sinistra era insincero quanto la passata adesione al regime, poiché il doppio gioco era «nella sua vera e più profonda natura di uomo raffinato e colto, di scrittore aristocratico, di magnifico ipocrita».