Giovanni Caprara, Corriere della Sera 5/2/2007, 5 febbraio 2007
Perché molti dei nostri politici continuano a proporre il modello elettorale della Germania, dove è fallito e la grande coalizione ne è il risultato
Perché molti dei nostri politici continuano a proporre il modello elettorale della Germania, dove è fallito e la grande coalizione ne è il risultato. Perché non proporre il sistema inglese che ha sempre funzionato e continua a funzionare? Giovanni Murtas murtas@uniroma3.it Per ridurre il numero dei partiti, molti invocano il sistema elettorale tedesco, di cui però si ricorda solo la quota proporzionale con sbarramento del 5%, mentre si sorvola sulla quota maggioritaria uninominale. Metà dei componenti del Bundestag sono eletti a maggioranza semplice in 299 collegi uninominali (mandato diretto), mentre il restante è eletto su liste regionali con il sistema proporzionale con sbarramento del 5%. L’elettore ha la possibilità del voto disgiunto sulla stessa scheda, cioè può votare per il candidato diretto di un partito e nella quota proporzionale per un altro partito. Questo sistema è adattabile all’Italia, dove con il metodo delle «desistenze» nei collegi uninominali i partiti minori potranno in ogni caso ricattare i partiti maggiori e così vanificare la severità del modello tedesco? Agostino Botti agostinobotti@alice.it Cari Murtas e Botti, aggiungo, per completare il quadro, qualche altra notizia sul sistema elettorale tedesco. Le liste proporzionali sono bloccate, senza preferenze, e permettono di fissare la percentuale dei parlamentari che rappresenteranno i singoli partiti nel Bundestag. I collegi uninominali, invece, permettono agli elettori di fare scelte personali. Ma la legge tedesca, a differenza di quanto accadeva in Italia sino all’ultima legislatura, non assegna al proporzionale e al maggioritario quote diverse di parlamentari. In Germania i due sistemi invece concorrono insieme alla formazione del Bundestag secondo un meccanismo che ricorda quello italiano dello scorporo e che funziona così. Se un partito conquista 200 deputati nel proporzionale e 50 nel maggioritario, questi ultimi prendono posto nel gruppo dei duecento che non può subire variazioni numeriche. Se un partito prende più seggi nel maggioritario di quanti ne abbia presi nel proporzionale, conserva tutti i seggi conquistati, con il risultato che il Bundestag non ha, come le nostre Camere, un numero fisso di membri e può dilatarsi o restringersi a seconda del responso delle urne. Dalla costituzione della Repubblica federale il sistema ha dato complessivamente buoni risultati. Non credo, caro Murtas, che l’esistenza della Grande coalizione ne dimostri il fallimento. Come la precedente (1966-1969), quella che governa oggi la Germania è il risultato di una particolare fase storica. Il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder aveva capito che il mercato unico, la globalizzazione e la delocalizzazione delle imprese costringevano la Germania a rivedere coraggiosamente il suo sistema assistenziale e previdenziale. Le riforme suscitarono l’opposizione dell’ala sinistra del suo partito, guidata da Oskar Lafontaine, ma il cancelliere preferì correre il rischio di una scissione piuttosto che rinunciare alle misure che gli sembravano utili per il futuro del Paese. E quando, dopo la scissione, si costituì a sinistra un nuovo partito, Schröder non volle fare accordi elettorali con Lafontaine, in stile italiano. La scelta fu chiara e coraggiosa, ma indebolì il partito e produsse il risultato che conosciamo. La Grande coalizione tedesca, quindi, non è dovuta al cattivo funzionamento della legge elettorale, ma alla crisi che sconvolse la sinistra quando il cancelliere decise di fare con decisione e chiarezza ciò che il governo italiano vorrebbe fare nell’incertezza e nell’ambiguità. E il risultato finale (l’alleanza temporanea fra i due maggiori partiti) ha avuto il vantaggio di creare un governo che sembra deciso a proseguire sulla strada delle riforme. Potrebbe la legge tedesca dare buoni risultati in Italia? Le preoccupazioni di Botti sono quelle espresse da Roberto D’Alimonte in un articolo del Sole 24 Ore del 28 febbraio. La soglia di sbarramento del 5% può dare eccellenti risultati se non viene elusa con l’introduzione di una soglia più bassa per i partiti coalizzati, come accade nell’attuale legge elettorale. E i collegi uninominali semplificano il paesaggio politico soltanto se i partiti non si accordano, con il sistema delle desistenze, per farsi reciproci favori. Persino il sistema inglese, caro Murtas, diverrebbe rapidamente, se importato da noi, italiano.