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 2007  febbraio 26 Lunedì calendario

Anno IV - Centocinquantasettesima settimanaDal 19 al 26 febbraio 2007Mercoledì 22 febbraio il governo è andato sotto al Senato su una mozione di politica estera

Anno IV - Centocinquantasettesima settimana
Dal 19 al 26 febbraio 2007

Mercoledì 22 febbraio il governo è andato sotto al Senato su una mozione di politica estera. Si è aperta così una crisi assai grave, che gli stessi esponenti del centro-sinistra hanno definito ”di sistema”. Vediamone le premesse, l’andamento, i punti politicamente salienti, i possibili sbocchi.

Premesse Il governo Prodi si regge su una maggioranza di nove partiti. L’ala sinistra di questi nove partiti - formata da Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi - vive con molta sofferenza soprattutto le seguenti questioni:

a - la presenza in Afghanistan, nel quadro di una missione Nato, di quasi duemila soldati italiani. Le nazioni che hanno mandato truppe sono 37. Le ragioni ufficiali per cui militari di tanti paesi si trovano laggiù sono: proteggere il governo afgano, democraticamente eletto dopo la cacciata dei talebani; aiutare la ricostruzione del paese. I tre partiti della sinistra radicale ritengono che questi scopi mascherino l’intenzione vera dell’operazione: tenere l’Afghanistan sotto il dominio degli Stati Uniti. Già la scorsa estate il rifinanziamento della missione italiana provocò tensioni molto forti all’interno del centro-sinistra. Il decreto passò solo grazie ai voti dell’opposizione.

b - la richiesta americana di allargare la base militare di Vicenza. Prodi, dando seguito a un impegno non scritto (per quanto s’è capito) di Berlusconi, ha dato il via libera agli americani. I tre partiti della sinistra non sono d’accordo. Il consiglio comunale di Vicenza ha approvato una mozione favorevole all’allargamento con una maggioranza di appena un voto. Sabato 17 febbraio, quattro giorni prima della bocciatura in Senato, un corteo di ventimila persone ha sfilato per le strade di Vicenza e ha detto no alla base. Alla manifestazione hanno partecipato tre segretari dei partiti di maggioranza. Il presidente della Camera Bertinotti, i ministri e i sottosegretari di sinistra non hanno partecipato solo perché Prodi glielo ha proibito con la frase: «Il governo non marcerà contro se stesso».

c - la continuità con la politica estera di Berlusconi. Il ritiro del contingente italiano dall’Iraq, col quale Prodi vuol marcare la propria differenza dal suo predecessore, era in realtà già stato deliberato da Berlusconi e il governo attuale lo ha solo anticipato di un mese. I discorsi sui soldati in Afghanistan e su Vicenza sono in sostanza identici a quelli dell’esecutivo precedente. D’Alema e Prodi sono evidentemente più amici degli arabi che degli israeliani e, in Europa, in assoluta sintonia con Francia e Germania, il che dovrebbe essere sufficiente per marcare una "discontinuità" (come si dice) col passato. Ma ai tre partiti di sinistra non basta.

Un discorso del ministro della Difesa, Parisi, venuto a spiegare la faccenda della base di Vicenza, era già passato in Senato solo grazie ai voti dell’opposizione. C’era poi stata la questione della sfilata di Vicenza con i segretari dei partiti. Il presidente Napolitano aveva perciò chiesto a Prodi di verificare in Senato l’appoggio della sua maggioranza alla politica estera del governo. S’era deciso quindi di mandare D’Alema a fare un discorso generale. Appuntamento per mercoledì 21 febbraio.

D’Alema Il giorno prima di pronunciare il suo discorso, il ministro degli Esteri Massimo D’Alema fece sapere ai giornalisti che stavolta si sarebbe giocata una partita decisiva: o il Senato avrebbe approvato oppure «ce ne torneremo a casa». Cominciò a parlare mercoledì alle nove e mezza del mattino. Un discorso effettivamente alto, in cui richiamò i fondamenti dell’azione di governo e senza saltare nessun argomento: l’indispensabilità dell’alleanza con gli americani, e sia pure senza perdere la propria autonomia; la necessità di restare in Afghanistan anche per non trovarsi isolati nel consesso internazionale; l’impossibilità di negare Vicenza senza compiere un gesto inutilmente ostile verso gli Stati Uniti. Passati al voto, il discorso e la politica estera di Prodi vennero bocciati con 158 sì e 160 tra voti contrari e astensioni (che per il Senato valgono come "no"). La sera stessa il presidente del Consiglio Prodi salì al Quirinale per dimettersi. Tra i voti negativi fecero sensazione: quelli dei senatori Turigliatto, di Rifondazione, e di Fernando Rossi, uscito da Rifondazione pochi mesi fa e fondatore di un nuovo partito di sinistra chiamato "Officina comunista" (Turigliatto sarà espulso dal partito e ha annunciato di volersi dimettere da senatore; Fernando Rossi è stato preso a schiaffi su un treno da un dirigente di Rifondazione); quello di Andreotti, specchio secondo i commentatori dell’opposizione vaticana ai Dico; quello di Cossiga, che giudicò la politica di D’Alema troppo anti-americana e anti-israeliana (il presidente emerito sarebbe in questo caso portavoce dei servizi segreti); quello del senatore Pininfarina, eco del giudizio negativo della Confindustria (molto malato, portato quasi a forza in Senato ad astenersi da quelli di Forza Italia).

12 punti Mentre il presidente Napolitano consultava i capi-partito, Prodi riunva i suoi e imponeva un mini-programma in 12 punti da cui erano spariti i Dico e in cui erano stati introdotti un intervento sulle pensioni (avversatissimo a sinistra), i cantieri in Val di Susa (assenti fino a quel momento dal programma e contro i quali già si annunciano manifestazioni e cortei) e il divieto per i ministri dissenzienti di manifestare eventuali loro punti di vista difformi: «D’ora in poi - vi si stabilisce - parlerà solo il premier». La paura di tornare a casa dopo appena un anno di legislatura indusse anche i capi dei partiti più combattivi e loquaci ad aderire senza discutere al diktat. Il sabato poi, forte di questa ritrovata coesione, Prodi persuase Napolitano a respingere le dimissioni e a rinviarlo alle Camere per chiedere un nuovo voto di fiducia. Il presidente della Repubblica spiegò tuttavia che avrebbe preteso una maggioranza indipendente dai sette senatori a vita, che votano secondo coscienza e non possono quindi essere qualificati a priori come "maggioranza". Di questa richiesta, tuttavia, non pare che Prodi abbia tenuto troppo conto. Il capo dello Stato, innovando la prassi, ha letto alla fine una sua dichiarazione, per spiegare le ragioni del rinvio di Prodi alle Camere. Sostanzialmente si tratta di questo: da cinquant’anni, di fronte a un governo caduto, ma non su una mozione di sfiducia, si segue la prassi di rinviarlo al Parlamento per saggiarne la solidità; l’opposizione non aveva poi invocato una soluzione unanime: alcuni (la Lega) avevano chiesto elezioni anticipate, altri (l’Udc) che si andasse a un governo di larghe intese che rifacesse la legge elettorale, altri ancora (Forza Italia) che soprattutto non si rimettesse in sella Prodi. Gli osservatori spiegarono che neanche la destra voleva le elezioni perché queste, fatte subito, avrebbero riconfermato sicuramente la leadership di Berlusconi sul Polo, leadership della quale non solo Casini, ma anche Fini vuole in definitiva liberarsi.

Mercato A partire da domenica e fino all’ultimo istante prima del voto di fiducia, s’è svolto sotto gli occhi del paese un mercato imbarazzante: Prodi e Fassino all’opera per tirar dalla loro qualche senatore centrista; i suoi avversari per trattenerlo. L’unico passato di sicuro da destra a sinistra, al momento in cui scriviamo, è il senatore Marco Follini, già segretario dell’Udc e vicepresidente del Consiglio di Berlusconi. Andreotti ha detto che stavolta voterà sì, Cossiga ha confermato il no. Per la fiducia si aspetta che la Montalcini ("sì") torni da Dubai, dove è andata a un congresso nonostante i suoi 98 anni. Tutto il mondo accredita il governo Prodi di una sopravvivenza di poche settimane.